Peste ed Ebrei
I guai dovuti all’ignoranza

Che l’umanità sia stata spesso bersaglio di malattie di cui, nell’antichità, non si conosceva nulla, se non i loro devastanti risultati sulle popolazioni, è un fatto assodato. C’è sempre stata una successione di casi che si ripetono periodicamente e che, silenziosi, agiscono falciando un numero elevato di esseri umani e poi, sempre in silenzio e insalutati ospiti, così come erano giunti, spariscono del tutto, e ciò fino alla volta successiva.

Il XIV secolo fu un periodo nel quale l’umanità fu colpita da tante pestilenze da perderne quasi il conto e di una letalità eccezionale, le quali, insieme con le guerre, misero in ginocchio le popolazioni dell’Europa. Ma delle tantissime pestilenze che hanno colpito le popolazioni europee, forse quella del 1347 è stata la più micidiale, lasciando nella memoria un segno indelebile e doloroso senza confronti, che si sommò a quello dovuto ai disastri provocati dalle terribili guerre. Quell’anno successe di tutto e di più, soprattutto ai poveri innocenti Ebrei («untori» «ante litteram»), ritenuti autori di comportamenti pericolosi in merito proprio alle pestilenze di cui si tratta. Fu un triste e macabro fenomeno, che ha imperversato lungo tutto il Medioevo, e che raggiunse il culmine il 9 gennaio 1349 nella città svizzera di Basilea: qui, la comunità ebraica fu più che decimata, quasi del tutto annientata, perché accusata di aver contaminato sorgenti d’acqua, pozzi e canali, con lo scopo di eliminare un’infinità di Cristiani, come affermò pure il tedesco Heinrich Graetz, uno storico e teologo, tra i primi a scrivere una completa storia del popolo ebraico. Le cronache riportano che lo stesso avvenne anche in Francia, Germania e Svizzera. Nel triennio 1347-1349, milioni di persone persero la vita a causa della peste, causando un grande sfoltimento delle popolazioni del Vecchio Continente. Invero, come raccontò lo storico norvegese Ole J. Benedictow dell’Università di Oslo, si ritenne che non meno del 60% della popolazione europea non ebbe modo di opporsi alla tremenda malattia e lasciò questo mondo. Per esempio, riferendoci alle cronache del tempo, si può ricordare ciò che avvenne a Firenze, dove ogni giorno che passava i cittadini che – per fortuna loro – non erano appestati, si prodigavano per raccogliere i corpi lungo le vie, portarli nelle fosse comuni scavate nelle chiese fino a raggiungere la falda acquifera, deporveli dopo averli avvolti e legati in cenci; e ripetere all’infinito le stesse operazioni: era un continuo andirivieni, giacché non c’era il tempo necessario per sistemare più decentemente le salme, che venivano raccolte così come erano e depositate in quelle fosse, aperte per l’occasione.

La peste era definita bubbonica, perché causava l’ingrossamento dei linfonodi, e il suo vettore era il bacillo della peste («Pasteurella pestis»: il nome gli fu dato in onore del chimico e microbiologo francese Louis Pasteur), che è stato isolato nel 1894, a Hong Kong, da Alexandre Yersin, medico, batteriologo e naturalista svizzero, naturalizzato francese e vietnamita, che ne mise a punto anche il siero; da allora, il nome del batterio fu ribattezzato in «Yersinia pestis», in suo onore. Ma nello stesso tempo, e per conto suo, pure Kitasato Shibasaburō, un medico e batteriologo giapponese, aveva isolato il bacillo della peste, quando scoppiò un’epidemia a Hong Kong. Peccato che il suo nome non sia stato ricordato insieme a quello di Yersin.

La peste si presenta come una grave polmonite oppure come una linfoadenopatia voluminosa e dolorosa, accompagnata da febbre alta. Oggi si cura con il ricorso a streptomicina, gentamicina o altri medicinali disponibili: ma a quei tempi? Il batterio vive nelle pulci che si nutrono del sangue dei ratti o dei topi, nelle pellicce dei quali nascono e trascorrono la loro vita. I ratti, malauguratamente, vivevano e si moltiplicavano rapidamente e abbondantemente in tutte le città medievali (però, anche oggi la loro diffusione non è uno scherzo) dove, non è ozioso ricordarlo, l’igiene, be’, non si sapeva che cosa fosse. La peste bubbonica è una malattia che non è affatto scomparsa e ogni anno sono migliaia le persone che ne risultano infettate, ma, diversamente da quanto accadeva nel Medioevo, quando si riteneva che la causa della sua comparsa fosse da addebitare ai «diversi», non essendoci cure adeguate per limitarne la decimazione da essa procurata fra la gente, oggi si riesce a controllarla, curandola con ciò che propone la medicina moderna.

Ma da dove giunse quella peste? E come? Questa si era manifestata nell’Asia Centrale, da dove si diffuse a macchia d’olio in tutto quel continente, allargandosi sempre più verso Occidente. In Italia, la sua presenza non aspettò l’onda in arrivo: infatti, è stato assodato che giunse via mare nel porto di Messina, trasportata da galeoni provenienti da laggiù. Da lì, cominciò a risalire la Penisola, per espandersi nell’intera Europa.

Coloro che hanno cominciato a vedere gente morire attorno a sé sono stati presi dall’ansia e dal terrore e a chiedersi quale fosse la causa di quelle morti multiple e repentine, perché sicuramente c’era una causa ben specifica. Infine, la massa dei Cristiani giunse alla conclusione che solamente gli Ebrei sarebbero stati in grado di combinare quell’immane mattanza e che era opportuno disfarsene. E così i Cristiani si accanirono contro gli Ebrei, ammazzandone il più possibile, senza rendersi conto del fatto che pure loro erano vittime della pestilenza. Però, c’è qualcosa che è opportuno chiarire, giacché pure gli Ebrei perdevano delle unità della loro popolazione, ma in quantità inferiore. E la giustificazione sta nel fatto che, mentre i Cristiani non si lavavano mai, ritenendo che la pulizia della pelle potesse aprire le vie di ingresso di malattie nel loro corpo, gli Ebrei, per la loro morale, facevano spesso abluzioni e bagni di purificazione, e ciò salvò molti di loro dalla terribile malattia, contribuendo a limitarne la trasmissione e la diffusione.

In ogni modo, la pestilenza fece stragi in Italia, Germania, Olanda, Spagna, dove masse di Ebrei furono perseguitate e massacrate senza scrupoli e pietà. Le 263 comunità ebraiche, allora ufficialmente presenti in Europa, furono bersagliate da gruppi di disperati ed esagitati per la continua perdita di vite umane. E, a peggiorare la situazione, già di per sé molto critica, intervenne inopportunamente, è il caso di puntualizzarlo, l’Imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo IV, che autorizzò i Cristiani a impossessarsi dei beni degli Ebrei che giustamente – secondo lui – erano stati uccisi. Fu, insomma, un incentivo bello e buono per ammazzare gli Ebrei, tanto che da allora si notò un sensibile aumento del numero dei morti.

Nel 1349, nella città di Beldfeld nei Paesi Bassi, fu firmato il Decreto di Bedfeld, appunto, in cui era chiaramente riconosciuta la colpa degli Ebrei nella diffusione della peste e, pertanto, dovevano essere immediatamente espulsi da tutte le città.

Quando, all’inizio del 1349, iniziò a circolare la peste, a Strasburgo non era ancora arrivata e si temeva che da un giorno all’altro si sarebbe fatta vedere; per questo, ci fu l’intervento del Vescovo Berthold III, che iniziò a blaterare contro gli Ebrei e a sparare offese contro le loro corporazioni. I funzionari cittadini, che inizialmente non credevano a ciò che il Vescovo stava dicendo, non fecero nulla e questo fatto non piacque all’opinione pubblica, tanto che, il 10 febbraio 1349, il popolo, in massa, assalì la residenza comunale e ne rovesciò il governo per instaurare il cosiddetto «governo del popolo», costituito da membri delle corporazioni e finanziato dalle ricche famiglie locali, che puntavano esclusivamente ad appropriarsi dei beni degli Ebrei, una volta cacciati. Tutto questo mentre le famiglie ebraiche si stavano preparando per celebrare lo Shabbat, la festa del riposo, festeggiata ogni sabato. E a Strasburgo, oggi città francese, le autorità cittadine si accanirono contro gli Ebrei. Senza preavviso, un branco di scalmanati entrò nelle loro case, imprigionando tutti coloro che vi trovavano, accusandoli di essere colpevoli di omicidio, mentre altri Cristiani preparavano le pire in cui bruciare vivi i condannati a morte, cioè quelli che non avessero rinunciato alla loro fede per abbracciare il Cristianesimo. Insomma, si potrebbe affermare che era in atto l’applicazione della parola d’ordine «abzuschaffen», vale a dire «sopprimere».

Ci fu la reazione del capo delle corporazioni Pierre Schwarber contro le violenze dei Cristiani, ma mal gliene incolse, come si dice, perché cadde in disgrazia, perdendo posto e diritti. Infatti, la folla guidata dalle corporazioni artigiane assunse il potere della città e il mattino del 14 febbraio 1349, precisamente il giorno di San Valentino, ebbe inizio la «caccia all’Ebreo», seguita dall’uccisione degli Ebrei che si incontravano lungo la strada; quelli che sopravvissero ai primi assalti, furono raggruppati in piazza presso le pire pronte a essere incendiate. E una calca di Cristiani si raccolse nella piazza cittadina per «godersi» lo spettacolo degli Ebrei al rogo, mentre nei sotterranei delle prigioni, i bambini che erano stati strappati alle loro famiglie furono battezzati e inquadrati nel Cristianesimo. Lo stesso successe a Colmar, città francese dell’Alto Reno, alla base dei Vosgi, dove furono bruciati vivi gli Ebrei nel luogo che fu chiamato con il nuovo nome di «Judenloch» («Fossa degli Ebrei»).

Come si svolsero le condanne a morte fu raccontato dal cronista locale Jakob Twinger von Konigshofen, che riportò la triste e tragica esecuzione di circa 2.000 persone che, naturalmente, durò parecchie ore; egli sintetizzò così il terrificante spettacolo: «Bruciarono gli Ebrei su una piattaforma di legno nel loro cimitero». Alla fine, la folla si riversò a frugare fra le ceneri per appropriarsi di ciò che vi era rimasto di incombusto, cioè gioielli e monete.

A completare il suo racconto, von Konigshofen aggiunse che la giustificazione di quel massacro, che ha cancellato così tanti Ebrei dalla faccia della Terra, era da ricercare in questioni economiche, nel senso che, morti gli Ebrei, tutti i beni passavano nelle mani dei loro assassini; pertanto, se gli Ebrei fossero stati poveri o non fossero oberati di debiti, forse nessuno li avrebbe toccati: insomma, a uccidere gli Ebrei fu il possesso di denaro! Tutte quelle uccisioni e appropriazioni indebite dei beni altrui non furono soggette a nessuna conseguenza, anzi; infatti, qualche tempo dopo tali misfatti, fu lo stesso Imperatore Carlo IV a perdonare tutti gli abitanti di Strasburgo, colpevoli delle malefatte, che comportarono la fine di tanti Ebrei e la confisca di tutti i loro beni: «Bravi ragazzi, ottimo lavoro!».

Altro fatto, tutt’altro che encomiabile e che spesso nella storia si ritrova, quel terribile eccidio entrò nell’oblio; insomma, «chi ha avuto, ha avuto, e chi ha dato, ha dato», si potrebbe concludere con Peppino Fiorelli, paroliere e compositore napoletano, che richiama il famoso proverbio che, in un verso, consiglia di «scurdàmmoce ’o ppassato».

(marzo 2025)

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