Caterina d’Alessandria d’Egitto
Una tortura da incubo
Un personaggio femminile che entrò nella storia più che per se stesso, per quanto le capitò, fu Caterina d’Alessandria d’Egitto, nata attorno al 287 dopo Cristo, nota per il martirio che dovette subire prima di giungere alla serenità datale dalla morte. A parte questo particolare, del resto essenziale, momento della sua vita, ben poco si sa della stessa; e quel poco che si sa e che è giunto ai nostri giorni è un misto di realtà storiche e di leggende popolari tanto confuse e intrecciate fra di loro, che risulta impossibile distinguere le une dalle altre.
Di lei si parla in diversi scritti, ma sono frutto di storici posteriori nel tempo di diversi secoli: infatti, si allude qui a qualcosa del VI e del VII secolo, a un altro dell’XI secolo e allo scritto, Legenda Aurea, redatto fra il 1260 e il 1298 da Jacopo di Varazze.
Per quel poco noto, dall’ultimo degli scritti ricordati, Caterina era ritenuta una bellissima giovane donna egiziana, figlia del Re Costa, ben istruita specialmente nelle arti liberali.
Naturalmente, la figurina bella e provocante di diciottenne come la sua non passava inosservata sotto gli occhi cupidi di molti uomini, anche di grande prestigio, che l’avrebbero sposata volentieri, ma ciò non le interessò, perché lei aveva già deciso il suo futuro, dopo aver visto la Madonna in sogno che le aveva infilato un anello al dito: perciò essa si riteneva «sponsa Christi». Nello scritto che la ricorda si trova che: «Ego me Christo sponsam radidi» («Mi sono sposata con Cristo»).
Ma nel 305, o giù di lì, Caterina fece qualcosa che la avviò al suo supplizio. Che cos’era successo? L’Imperatore romano, che non è chiaro se fosse Massenzio, come si trova scritto nella Legenda Aurea, oppure Massimino Daia, nominato Governatore per l’Oriente forse nel 305, aveva organizzato festeggiamenti ad Alessandria. Questi erano basati su riti pagani durante i quali non mancavano sacrifici di animali e molti Cristiani, temendo le ire del Sovrano, accettavano di adorare gli dèi. Caterina si presentò all’Imperatore e, contrastando quanto si stava verificando, lo invitò in modo profondamente filosofico a riconoscere Gesù Cristo come redentore dell’umanità intera. L’Imperatore, che all’inizio era stato favorevolmente colpito e dalla bellezza e dalla cultura dimostrata dalla giovane donna, si rivolse al parere di un gruppo di retori e filosofi, affinché la convincessero ad adorare gli dèi e affermò che l’avrebbe accettata come sposa; ma i risultati, contro ogni aspettativa, furono diversi da quanto si era previsto, giacché furono i retori e i filosofi a essere convertiti al Cristianesimo, e ciò non piacque al Sovrano, a tal punto che li fece bruciare vivi. Poi, dopo essersi convinto che in nessuna maniera gli riusciva a far cambiare parere alla giovane, andò su tutte le furie e la fece incarcerare e – il «si dice» è d’obbligo – nella cella ella ebbe la visita di Cristo. E, questo è più certo, pure l’Imperatrice l’andò a visitare insieme con il capo della Corte; le sue parole furono tanto convincenti che i due si convertirono al Cristianesimo, seguiti da 200 soldati; l’Imperatrice, perciò, fu condannata a morte e decapitata. Intanto l’Imperatore condannò pure Caterina alla tortura della ruota dentata.
Di che cosa si trattava? Era uno strumento, diffuso nel Medioevo nell’intera Europa e in diversi Stati anche dopo (in Francia e Germania in primo luogo), destinato a fare molto male al condannato: consisteva in una ruota dentata, il che indica che cosa succedesse alla schiena del condannato quando veniva strettamente legato alla stessa. Poi, il boia usava martelli o barre di ferro per colpire e spezzare sistematicamente le ossa e le articolazioni della vittima; talvolta, per accrescere il tormento, il corpo, mezzo disarticolato, veniva intrecciato fra i suoi raggi. Altre volte la ruota veniva issata in alto in piazza, in modo che tutti potessero vederla con la sua vittima e rendersi conto di che cosa potesse succedere qualora fossero stati sorpresi mentre commettevano un reato. E tale agonia poteva durare anche diversi giorni, dipendendo ciò dalla vitalità del torturato. La cronaca riporta che nel 1348 l’Ebreo Bona Dies, «spezzato sulla Ruota di Caterina», abbia resistito per ben quattro giorni prima di tirare, finalmente per lui, le cuoia. Per accelerare l’arrivo della morte, i boia sapevano dove insistere per accorciare la resistenza fisica del condannato, affibbiando «sapienti colpi di grazia» fra petto e stomaco; modalità che erano diversamente applicate nei vari Paesi.
A questo punto la realtà e la leggenda si intersecano fra di loro, perché, quando Caterina fu bloccata alla ruota, il cielo, inizialmente sereno, si riempì di minacciosi nuvoloni e un fulmine spezzò la ruota in diverse parti, di cui alcune colpirono molti soldati. Così, per concludere il malfatto, l’Imperatore fece decapitare la giovane donna, dal cui collo mozzato non uscì una goccia di sangue, bensì latte, simbolo della sua purezza. Vero o non vero, ognuno la pensi come vuole, tanto non esiste nessun testo anteriore al 1226 che chiarisca come si siano svolte le cose, in merito alla tortura della ruota.
A proposito di questa tortura – e questo è stato storicamente appurato, essendo stato registrato nella Chronica Comitum di Marka –, il primo uomo che la subì fu Federico II di Altena, detto pure Federico di Isenberg.
Fra le tante leggende che hanno attorniato la vita di Caterina, c’è quella secondo la quale il corpo di Caterina fu preso dagli angeli e trasportato sul Monte Sinai dove fu seppellito. Nel VI secolo, l’Imperatore Giustiniano fece erigere il «Monastero della Trasfigurazione», divenuto poi il «Monastero di Santa Caterina».
Si ripete ancora una volta che ben poco si conosce della sua vita e questo vale anche per tanti altri protomartiri e martiri dei primi tempi dell’Era Cristiana; però, e questo è certo, a partire dal IX secolo la devozione a Santa Caterina divenne molto popolare.
Caterina d’Alessandria è venerata come Santa, vergine e martire non solo dalla Chiesa Cattolica e da quella Ortodossa, ma in generale da tutte le Chiese Cristiane che riconoscono la venerazione dei Santi. Le tradizioni sia ortodossa sia cattolica di rito bizantino, la venerano come «grande martire» (megalomartire). Inoltre, La Chiesa Cattolica la venera come patrona dei filosofi. Ed è pure la patrona della moderna Giurisprudenza delle Università di Padova e di Siena, dei cavalieri italiani del Sovrano Ordine Militare di Malta e degli studenti francesi di teologia. Ma Caterina è amata anche dalle «catherinette», donne francesi da marito, ma soprattutto dalle giovani sartine e modiste torinesi. In Francia il luogo di culto di maggiore rilevanza, a parte il fatto che ne sono stati eretti in tutta l’Europa, è quello del monastero benedettino di La-Trinité-au-Mont, comune della Normandia, dove nei primi anni dell’XI secolo le sue reliquie furono portate e altamente onorate per i risanamenti riscontrati fra la gente. Non a caso a Ravenna, il 25 novembre, durante la festa di Santa Caterina d’Alessandria, alle bambine sono donati biscotti a forma di bambola (detti «caterine»), mentre ai maschietti sono a forma di galletti.
Fu nominata patrona da ordini religiosi, fra cui i Benedettini fra i primi, dalla Sorbona, dai cosiddetti Ordini Mendicanti, dagli Agostiniani e, inoltre, dalle ragazze nubili, dai naviganti e dagli artigiani costruttori di ruote.
Le caratteristiche iconografiche relative a Caterina erano principalmente la corona, il libro, a dimostrare che lei era sapiente, la ruota e la palma del martirio.
Tutti gli anni si ricorda questa martire della fede nella festa a lei dedicata, particolarmente dai giovani e da tutti coloro che l’hanno riconosciuta come la patrona delle loro attività e della loro esistenza.
