Le grandi persecuzioni del III secolo
Decio. Gallo. Valeriano. Diocleziano.
Valerio. Massimino Daia
«Per mettere alla prova la sua famiglia – osserva San Cipriano[1] – e per rialzare la fede in declino e, direi, quasi addormentata»[2], Dio permise un’altra persecuzione, che fu di breve periodo ma molto violenta. L’Imperatore Decio[3] (al potere nel 249-251), un militare rozzo e particolarmente energico, di origine illirica, impostò una politica di estesa restaurazione dello Stato, ormai in piena decadenza. Per questo stabilì che tutti i cittadini, compresi i Cristiani, si dichiarassero leali all’antica religione pagana e, quindi, all’Impero, con sacrifici alle statue degli dèi: era una manifestazione religiosa e politica nello stesso tempo.
Al rifiuto dei Cristiani si scatenò la persecuzione. Il suo carattere fu generale, sistematico, di massa, voluta con forte determinazione, precisa nella procedura, così nuova da avviare una battaglia acerrima tra i due antagonisti: Chiesa e Impero. Da Lattanzio[4] in poi, Decio fu considerato dalla tradizione cristiana «uno scellerato», «esecrabile animale».[5] Con un editto del 250 venne ordinato a tutti i sudditi dell’Impero di offrire un solenne sacrificio propiziatorio; chi avesse rifiutato o esitato a obbedire, sarebbe incorso nei rigori della legge: carcere, confisca di beni, esilio, lavori forzati; contro i più riottosi c’era la tortura e, in date circostanze, la pena di morte. Il tutto, in un crescendo impressionante. Furono colpiti soprattutto i capi delle Chiese, i Vescovi in particolare, perché Decio li riteneva più pericolosi per Roma di qualunque rivale dell’Impero.
La persecuzione scoppiò inattesa, e molti Cristiani, spaventati, tradirono la fede: sono i «lapsi» («caduti»). Nelle grandi città di Alessandria, Cartagine, Roma e Smirne si registrarono defezioni massicce. [6] «Alcuni, vergognosamente degeneri in tutto, non attesero nemmeno di essere catturati per salire gli altari, né di essere interrogati per rinnegare la fede».[7] Parecchi riuscirono a sottrarsi con la fuga: i Vescovi Cipriano di Cartagine, Dionisio di Alessandria[8], Gregorio il Taumaturgo[9], i quali dalla clandestinità dirigevano le Chiese e sostenevano i Cristiani impauriti. Paolo di Tebe (Paolo Eremita) [10] fuggì nel deserto, dove visse fino a tarda età, dando origine al fenomeno dell’eremitismo.
Ci fu però «una moltitudine» – è sempre Cipriano ad attestarlo – di martiri e di confessori, di ogni età e condizione. Ricordiamo, tra le vittime, il Papa Fabiano[11], i Vescovi Babila di Antiochia[12] e Alessandro di Gerusalemme[13], morti in carcere; l’anziano Origene soffrì gravi torture, prima di essere rilasciato.[14] Tra coloro che vollero apostatare, una parte offrì agli idoli sacrifici di animali o granelli d’incenso (da qui il nome di «sacrificati» e «turificati»); altri, invece, pur non avendo sacrificato o non volendo sacrificare, si procurarono con l’astuzia o con la corruzione il prescritto certificato o libello (donde «libellatici»). In Egitto sono stati scoperti una quarantina di questi libelli su papiri, debitamente legalizzati, e con dichiarazioni stereotipe, come la seguente:
«Alla commissione cittadina preposta alla sorveglianza delle offerte dei sacrifici. Istanza di Aurelio [...] figlio di [...] della stessa città. Io ho sempre offerto agli dèi sacrifici e libagioni, e anche ora davanti a voi, secondo gli ordini, io ho fatto la libagione, ho incensato l’altare e ho mangiato della carne con mio figlio [...] Vi prego di darmi la vostra firma. L’anno primo dell’Impero di Decio [cioè il 14 giugno del 250]».
A loro volta, i funzionari addetti al controllo si accontentavano spesso di un gesto formale, né si preoccupavano di investigare sulle convinzioni intime dei singoli. Come già evidenziato, l’apostasia fu vasta e clamorosa, in certa misura prevedibile; ma nessuno avrebbe immaginato che le «cadute» fossero così numerose e rapide. Ovviamente, per i Cristiani si poneva un grave caso di coscienza; era lecito ubbidire al comando dell’Imperatore o bisognava invece rifiutarlo per non tradire la fede? Finita la persecuzione (che durò circa un anno), si aprì ufficialmente il problema dei «lapsi»: potevano sperare nel perdono, una volta pentiti, o la loro colpa era irreparabile? Nel primo caso, quale penitenza si doveva imporre? E da parte di quale autorità?
Si svilupperanno controversie penitenziali, seguite da eresie e da scismi. A Roma, nel 251, un sinodo di 60 Vescovi, convocato da Papa Cornelio[15], dichiara eretici Novaziano[16] e i suoi seguaci, rigoristi che negavano il perdono agli apostati pentiti. A Cartagine, i «confessori della fede» riconciliano i «lapsi» di propria autorità, senza alcuna penitenza. Nasce lo scisma del lassista Novato[17] contro San Cipriano, che rivendica ai soli Vescovi l’autorità di riconciliare. La morte di Decio avviene in Mesia durante la guerra contro i Goti.
L’Imperatore Gallo
Il suo successore, l’Imperatore Gallo[18] (al potere nel 251-253), non perseguitò la Chiesa, ma per allontanare il flagello della peste che stava devastando l’Impero, ordinò che tutti i cittadini dovevano sacrificare al dio Apollo. Questa volta i Cristiani non furono colti di sorpresa; anzi, alcuni «lapsi» ripararono con il martirio la precedente colpa. I Papi Cornelio e Lucio I[19] morirono in esilio.
Con l’avvento al trono di Publio Licinio Valeriano[20] (al potere nel 253-260) cessa l’ostilità, almeno nel primo periodo, e i Cristiani vengono riammessi anche nella sede imperiale. In seguito, però, Valeriano scatena la seconda grande offensiva contro la Chiesa, su consiglio del ministro delle finanze Fulvio Macriano[21], «il primo uomo di Stato a fare dell’anticristianesimo per riempire le casse del tesoro» (Henri Grégoire[22]). Macriano era anche un membro importante di una setta pagana, l’«arcisinagoga dei maghi di Egitto», e il suo misticismo era animato da un profondo odio verso il Cristianesimo. [23]
La persecuzione
Certamente lo Stato versava in una grave crisi economico-finanziaria e, per risanarla, ordinò la confisca dei beni della Chiesa, né pochi né di scarso valore, come proprietà terriere, edifici di culto, aree cimiteriali, perfino alcune banche. Una caratteristica di questa persecuzione fu appunto il tentativo di impadronirsi delle ricchezze dei Cristiani.
Con un primo editto del 257, Valeriano volle colpire i capi della Chiesa: Vescovi, sacerdoti e diaconi dovevano sacrificare agli dèi, pena l’esilio. Furono vietate, pena la morte, le riunioni liturgiche nei luoghi di culto.
Con un secondo editto, del 258, inasprì le minacce: i membri della gerarchia, se persistevano nella fede, dovevano essere subito giustiziati; i laici più eminenti (senatori, nobili, cavalieri) degradati, confiscati i loro beni e, in caso di non apostasia, decapitati; le matrone dovevano essere mandate in esilio; i funzionari di Corte condannati ai lavori forzati come schiavi. [24]
I martiri più famosi di questo periodo sono: a Roma, Papa Sisto II[25], ucciso il 6 agosto 258 con quattro diaconi sorpresi a celebrare nella catacomba di San Callisto. Quattro giorni dopo, il suo diacono Lorenzo[26] è bruciato vivo sulla graticola. A Utica, in Africa[27], è ucciso un numero rilevante di Cristiani anonimi («Massacandida») con il Vescovo Quadrato. Cipriano, Vescovo di Cartagine, è decapitato il 14 settembre 258. In Spagna, il Vescovo di Tarragona viene bruciato nell’anfiteatro con due diaconi.
Questa persecuzione, unitamente a quella di Decio, fu la più cruenta. Ebbe termine nel 259, quando Valeriano fu catturato dai Persiani e finì miseramente. In Oriente, continuò per qualche tempo a opera dell’usurpatore Macriano.
Gallieno
Il figlio e successore di Valeriano, Publio Licinio Gallieno[28] (al potere nel 260-268), preoccupato delle sorti militari dell’Impero, lasciò in pace i Cristiani. Con un editto del 260 concesse la libertà di culto, e con un altro rescritto fece restituire i cimiteri e i luoghi di culto confiscati. Questi decreti imperiali a favore del Cristianesimo sono importanti perché rappresentano il primo riconoscimento di fatto della nuova religione, e un implicito riconoscimento delle proprietà ecclesiastiche. L’editto di tolleranza di Gallieno costituisce il più autorevole precedente del documento «costantiniano» del 313, anche se non ebbe sviluppi. Tuttavia va rilevato il significativo avvicinamento dell’Impero al Cristianesimo. La conoscenza reciproca è ormai completa, la politica di forza è fallita. Gallieno ne prende atto. Il merito di tale evoluzione è ancora una volta dei martiri nascosti che, con il loro sangue, avevano fatto fruttificare l’albero della Chiesa. [29]
Aureliano
Verso il 260 comincia dunque un altro quarantennio di pace, interrotto solo dal tentativo di persecuzione da parte di Aureliano[30] (al potere nel 270-275), valente uomo di Stato e fervente adoratore del dio Sole. All’inizio questo Imperatore mantenne in vigore le leggi favorevoli di Gallieno e, per ragioni politiche, aiutò i Cristiani di Antiochia. Riconobbe perfino la legittimità dell’autorità ecclesiastica di Roma in un episodio di controversia tra Vescovi. Ma nel 275 emanò un editto di persecuzione, che non ebbe effetto solo perché egli morì assassinato, e i suoi successori non lo applicarono. I martiri nel periodo di Aureliano furono la conseguenza delle consuete ostilità di una parte della popolazione e di qualche governatore zelante.
L’ultimo scontro tra Cristianesimo e Impero Romano, il più lungo e il più duro, è rappresentato dalla figura di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano[31] (284-305) che, con la sua persecuzione, realizzò l’estrema offensiva. Anch’egli soldato, originario della Pannonia[32], arrivò al potere tra omicidi e usurpazioni, deciso a riorganizzare uno Stato segnato da una totale crisi politica, costituzionale, militare, finanziaria e amministrativa. Trasformò infatti l’intero organismo statale in una Monarchia di tipo orientale, con il Sovrano assoluto che regna per grazia di Giove, e che esige dai sudditi la genuflessione. Fissò la residenza a Nicomedia. Stabilì una nuova ripartizione amministrativa con quattro prefetture, 12 diocesi e 96 province. Si circondò di un notevole apparato di funzionari («sacrum consistorium»). Al Governo unitario sostituì la Tetrarchia con due Augusti (lui[33] e Massimiano[34]) e due Cesari (suo genero Galerio per l’Oriente[35] e Costanzo Cloro[36] per l’Occidente[37]). Diocleziano pensò di restaurare anche gli antichi culti pagani per rafforzare la vita politica e l’obbedienza dei cittadini.
A questo punto era inevitabile lo scontro con il Cristianesimo, divenuto la seconda forza della società. In alcune città, specie in Oriente, il corpo dei funzionari statali era formato da Cristiani; la moglie e la figlia dello stesso Imperatore (Prisca e Valeria) erano catecumene; di fronte al palazzo imperiale di Nicomedia era stata costruita una grande chiesa; le scuole cristiane erano molto attive nei principali centri del Mediterraneo; proprietà fondiarie garantivano una solida base economica.
«Si poteva vedere di quale amabile accoglienza fossero onorati i capi delle singole Chiese da parte delle autorità civili e militari. Come descrivere le innumerevoli conversioni e la folla dei partecipanti in ciascuna città e il concorso nelle chiese? [...] Tuttavia per la troppa libertà era derivato in noi un senso di negligenza e di mollezza».[38]
In effetti, lo scontro fu drammatico: da un lato, Diocleziano che impone il riconoscimento della sua autorità sacra e l’obbedienza assoluta alle direttive impartite; dall’altro, i Cristiani che non possono rinunciare alla fede e neppure ai loro posti nella società.
La scintilla della persecuzione scoccò all’inizio del IV secolo: il Cesare (cioè: successore designato) Galerio[39], un individuo segnato da durezza, preoccupato unicamente della disciplina militare, convinse l’Imperatore Diocleziano che la causa di tutti i mali si doveva attribuire ai Cristiani, come elementi disgregatori della società e negatori del culto ufficiale. Ma il vero ispiratore, «auctor et consiliarius», fu il proconsole di Bitinia Sossiano Ièrocle[40], un filosofo neoplatonico che combatteva il Cristianesimo anche con gli scritti.
Si cominciò con l’epurazione dell’esercito, mettendo i soldati cristiani davanti all’alternativa: o sacrificare agli dèi o essere espulsi dalla carriera. La persecuzione entrò nella fase più acuta nel 303: in meno di un anno Diocleziano emanò quattro successivi editti aventi una forma sempre più repressiva.
Il primo «comandava che le chiese fossero atterrate e le Sacre Scritture date alle fiamme».[41] Coloro che consegnarono i libri sacri furono chiamati «traditores», una nuova categoria di «lapsi». Contemporaneamente «si proclamava che i Cristiani investiti di cariche erano scaduti e che gli schiavi perdevano il diritto di emancipazione, se persistevano nella professione del Cristianesimo».[42]
Il secondo editto «ingiungeva che tutti i presuli delle chiese fossero messi in ceppi e con ogni mezzo costretti a sacrificare».[43]
Il terzo condannava alla pena capitale coloro che non avessero sacrificato, mentre consentiva la liberazione a quanti si fossero piegati. Era il testo utilizzato dal tempo di Traiano per scoprire i veri Cristiani e perdonare gli apostati.
Il quarto estendeva l’obbligo di sacrificare a tutti i fedeli, come al tempo di Decio, sotto la minaccia dei più crudeli supplizi e della morte.
In questa persecuzione mancano le figure di primo piano tra i martiri, i nomi illustri e venerati, benché molte siano state le vittime: segno che il Cristianesimo era penetrato in profondità e, da fatto isolato ed eccezionale, era divenuto popolare. Si conoscono 84 racconti di martirio dalla piccola provincia di Palestina; nella Tebaide sono segnalate esecuzioni da 10 a 100 Cristiani al giorno; [44] altre vittime in Frigia, in Fenicia e altrove. A Nicomedia, Cristiani senza distinzione furono messi a morte, parte trucidati con la spada, parte bruciati; un’altra schiera venne legata dai carnefici su barche e gettata in mare. [45]
Un’eccezione a questa persecuzione generale si ebbe in Gallia e in Britannia, dove Costanzo Cloro applicò solo il primo degli editti. Lattanzio riassume la situazione con queste parole: «Il mondo intero era vessato, da Oriente a Occidente incrudelivano tre belve furiosissime».[46]
Nel 305 Diocleziano abdica dal trono e gli succede Massimiano Galerio, affiancato dal nuovo Cesare, Massimino Daia (deceduto nel 313), più crudele e fanatico di lui. L’uno e l’altro continuano la persecuzione in Oriente con metodi di propaganda scientifica e di sistematicità. Si verificarono i casi più diversi: Cristiani costretti con la forza a sacrificare; vili che fuggono; astuti che si procurano dei falsi certificati («libelli»); apostati veri e propri; martiri trattati con tutto «il sadico rigore di quella nuova età barbara, abile nel realizzare supplizi raffinati» (Henri-Irénée Marrou[47]). Ne I martiri palestinesi, Eusebio ha tramandato nei dettagli l’efferatezza dei carnefici e il coraggio delle vittime. [48] Secondo il Liber Pontificalis, anche Papa Marcellino[49] avrebbe bruciato incenso agli idoli, ma avrebbe poi riparato la colpa morendo decapitato.
La situazione in Occidente
In Occidente, gli Augusti mostrano invece un atteggiamento più liberale. In Italia e in Africa, Marco Aurelio Valerio Massenzio[50] (306-312) rende ai Cristiani la libertà di culto e le proprietà immobiliari confiscate, con un implicito riconoscimento della legalità del Cristianesimo. Non è dunque esatta l’immagine che la storiografia ha fatto di lui, come quella del «cattivo» che riceve il giusto castigo dal «buono» Costantino.
In Gallia, Costantino[51] continua il governo moderato di suo padre, morto a York il 25 luglio 306.
Nella Pannonia, Valerio Liciniano Licinio[52] (250 circa-325) appare meno ostile del suo compagno d’armi Galerio, almeno nei primi anni (308).
L’editto di Galerio
Malgrado la sua violenza, la repressione in Oriente finì per esaurirsi. Il 30 aprile 311, l’Imperatore Galerio, sei giorni prima di morire per una dolorosa malattia, promulga a Nicomedia un editto di tolleranza, ritrattando, sia pure con qualche limitazione e rammarico, la sua precedente politica. Si riporta qui di seguito il testo centrale del provvedimento:
«Poiché la maggior parte dei Cristiani persiste nella stessa follia [= nella propria fede], richiamandoci alla nostra filantropia e alla costante prassi di concedere il perdono a tutti, abbiamo assai volentieri stabilito di far prevalere anche ora la consueta clemenza. Pertanto i Cristiani possono di nuovo esistere e riedificare le case dove terranno le loro assemblee, a condizione che nulla commettano che sia contrario all’ordine pubblico [...] In ricambio, essi dovranno pregare il loro Dio per il benessere nostro, dello Stato e loro proprio».[53]
Con tale editto si riconosce il fallimento della politica di repressione; si dichiara permessa la religione cristiana e le riunioni di culto, sia pure con clausole restrittive: «Ut denuo sint Cristiani et conventicula sua componant, ita ut nequid contra disciplinam agant»; si esortano addirittura i Cristiani a pregare per l’Impero!
Massimino Daia
Massimino Daia[54], parente e successore di Galerio, volle riprendere la politica anticristiana con una dura lotta a colpi di rescritti, divieti, calunnie, arresti, condanne; ma alla fine del 312 venne costretto, dietro pressioni di Costantino, ad adottare una linea di tolleranza. Il 30 aprile del 313 fu vinto in battaglia presso Adrianopoli dal suo rivale d’Occidente, Licinio, che ne sterminò i seguaci e conquistò le sue province.
In quell’occasione, un angelo aveva rivelato a Licinio[55] una preghiera da far recitare ai soldati nell’imminenza della battaglia. In essa si invocava «il sommo, santo Iddio, per la nostra salvezza, per il nostro Impero». [56] Più tardi, Eusebio non esiterà ad attribuire questa preghiera a Costantino.
Si è ormai arrivati a una svolta decisiva della storia cristiana: il confronto tra Costantino e Massenzio, che sarà fondamentale per le sorti del Cristianesimo nell’Impero Romano. Con la vittoria del giovane Augusto dell’Occidente si celebrerà anche la vittoria della Chiesa.
Nei periodi segnati dalle persecuzioni i Cristiani cercarono un linguaggio simbolico per comunicare tra loro senza essere scoperti. Una raffigurazione usata più volte riguardò il «chrismon» (monogramma di Cristo). Al riguardo chi scrive[57] ne ha studiato uno in particolare a Roma. Si riportano qui di seguito i dati essenziali di tale ricerca.
Chrismon, cryptoporticus, Horti Sallustiani
Una parte dell’area romana degli antichi «Horti Sallustiani»[58] è oggi occupata dagli edifici dell’Ambasciata USA presso lo Stato Italiano. Qui, verso Via Friuli, si trova un «cryptoporticus». Sulle pareti di questo corridoio segreto rimangono resti di dipinti e graffiti. Grazie a precedenti lavori di ripulitura e restauro è oggi facilitata l’analisi dei reperti «in situ».
In tale contesto, ha destato interesse anche un «chrismon» catalogato A 6. In precedenza, alcuni ricercatori avevano formulato più ipotesi su questo monogramma di Cristo. A esempio: un disegno realizzato per scacciare le avversità, o il completamento di una frase, o l’indicazione di un vicino luogo di martirio, o un valore simbolico di vita in Cristo, o un’abbreviazione per «(in) Chr (isto)», o l’iniziativa di qualche Cristiano che in modo spontaneo disegnò il monogramma.
Alla luce del nuovo studio di chi scrive tali ipotesi vengono rimodulate. Il «chrismon» infatti è un monogramma che venne usato in Palestina[59] per trasmettere una pubblica confessione di fede. Anche l’ipotesi del completamento di una frase appare debole perché la posizione del monogramma non segue le comuni regole di chi lasciava sui muri esclamazioni ed espressioni di altro tipo (si pensi alle scritte ritrovate a Pompei[60]). Pure la tesi di una vicinanza a un luogo di martirio sembra improbabile perché i Cristiani ricordavano l’evento in altri modi.
E, ancora, l’interpretazione legata a una «vita in Dio» sembra avvicinarsi al significato chiave ma ne rimane distante perché determinate formule augurali si trovano generalmente in ambiente catacombale (o in luoghi di culto), e non in aree pubbliche.
Non convince infine l’ipotesi di un disegno apposto casualmente da un Cristiano che passava per il corridoio. Infatti il monogramma era considerato (e continua a esserlo) un segno sacro e non era permesso riprodurlo per passatempo.
In tale contesto, chi scrive ha suggerito di seguire una diversa strada. Il «chrismon» catalogato A 6 è un duplice messaggio espresso in codice. Per comprenderlo e datarlo occorre contestualizzarlo. Gli estremi temporali di tale collocazione sembrano essere due. La fase iniziale è segnata dalle persecuzioni anticristiane, mentre il termine ultimo è rappresentato dalla «pax» costantiniana. Da questo momento in poi divenne inutile disegnare un «chrismon» in modo nascosto e affrettato (e con un’esecuzione a volte solo abbozzata) perché esistevano ormai chiese ove il «chrismon» venne inserito in contesti più ampi e articolati, divenendo un segno di trionfo.
Ciò premesso, sembra possibile arrivare a individuare il messaggio del «chrismon» del «cryptoporticus» citato.
1) Da una parte è una «confessio fidei». Ciò fa comprendere che l’ignoto Cristiano autore del graffito volle esternare il proprio credo in un ambiente pagano, violando le proibizioni. Gli «Horti Sallustiani» furono infatti residenza imperiale.
2) Dall’altra parte, il «chrismon» è «signum Ecclesiae». In pratica è un avviso che informa altri possibili Cristiani della presenza di un correligionario (o di un gruppo).
Il «chrismon» A 6 attesta inoltre una presenza cristiana anche in ambienti sociali elevati. Il Cristianesimo si stava quindi espandendo. Ciò è pure confermato da altri simboli cristiani individuati nello stesso «cryptoporticus».
A. Barzanò, I Cristiani nell’Impero Romano precostantiniano, Àncora, Milano 1990
M. Chelli, Manuale dei simboli nell’arte. L’era paleocristiana e bizantina, EDUP, Roma 2008
E. Prinzivalli (a cura di), Storia del Cristianesimo. L’età antica (secoli I-VII), Carocci Editore, Roma 2023
I. Ramelli, I Cristiani e l’Impero Romano, Marietti 1820, Bologna 2011
M. Sordi, I Cristiani e l’Impero Romano, Jaca Book, Milano 2017.
1 Tascio Cecilio Cipriano (210-258; Santo). Vescovo di Cartagine. Martire.
2 Cipriano, De lapsis, 5.
3 Traiano Decio (nato nel 201).
4 Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio (250 circa-325 circa). Scrittore. Apologeta cristiano.
5 Lattanzio, De mortibus persecutorum, 4.
6 Eusebio, Historia Ecclesiastica, VI, 41,10-13; Cipriano, De lapsis, 7-9.
7 Cipriano, De lapsis, 8.
8 Dionisio di Alessandria (190-265; Santo). Patriarca di Alessandria dal 247/248 all’anno della sua morte.
9 Gregorio il Taumaturgo (213 circa-270 circa; Santo). Fu Vescovo di Neocesarea del Ponto.
10 Paolo Eremita (230 circa-335 circa; Santo).
11 Papa Fabiano (morto nel 250; Santo). Pontefice dal 236 fino alla sua morte.
12 Babila di Antiochia (200 circa-250 circa; Santo). Fu Vescovo di Antiochia dal 237 fino alla sua morte.
13 Alessandro di Gerusalemme (Santo). Vescovo in Cappadocia. In seguito venne associato come coadiutore al Vescovo di Gerusalemme San Narciso, per poi succedergli nel 251.
14 Eusebio, Historia Ecclesiastica, VI, 39.
15 Papa Cornelio (180 circa-253; Santo) fu Pontefice dal 251 fino alla morte.
16 Novaziano (220 circa-258).
17 Novato fu un prete della Chiesa di Cartagine.
18 Treboniano Gallo (206-253).
19 Papa Lucio I (Santo) fu Pontefice dal 253 al 254 (anno della sua morte).
20 Publio Licinio Valeriano (200 circa-dopo il 260).
21 Fulvio Macriano (Macriano Maggiore). Morì nel 261.
22 H. Grégoire, Les persécutions dans l’Empire Romain, Bruxelles 1951.
23 Eusebio, Historia Ecclesiastica, VII, 10, 4-9.
24 Confronta Cipriano, Lettera 80, al Vescovo Successo.
25 Sisto II (Santo), venne eletto nel 257.
26 Lorenzo (forse dicembre 225-258; Santo).
27 A pochi chilometri a Nord di Cartagine, nell’attuale Tunisia.
28 Publio Licinio Gallieno (218-268).
29 Come per i documenti di Decio e di Valeriano, non si possiede il testo dell’editto. Di quest’ultimo si hanno informazioni attraverso le fonti contemporanee e posteriori (di parte cristiana). Si conosce il contenuto del provvedimento attraverso una serie di rescritti, in parte riportati dai destinatari, che Gallieno emise a favore delle Chiese Orientali intorno al 262. Anche la data di emissione dell’editto non è certa. Il termine «post quem» è il 260, mentre l’«ante quem» è da ubicarsi al 262.
30 Lucio Domizio Aureliano (214/215-275).
31 Gaio Aurelio Valerio Diocleziano, nato Diocle (243 circa-316).
32 La Pannonia era una provincia dell’Impero Romano. Includeva la parte occidentale dell’attuale Ungheria, il Burgenland (oggi Land Austriaco), fino a Vienna, la parte Nord della Croazia e parte della Slovenia.
33 Diocleziano controllava le province orientali e l’Egitto (capitale: Nicomedia, per un certo periodo insieme ad Antiochia).
34 Massimiano governava su Italia, Africa Settentrionale e Hispania (capitale: Mediolanum insieme ad Aquileia).
35 La competenza di Galerio si estendeva sulle province balcaniche (capitale: Sirmium, più tardi insieme a Serdica-Felix Romuliana e Tessalonica).
36 Flavio Valerio Costanzo fu soprannominato dagli storici bizantini «Cloro» che significa «pallido».
37 A Costanzo Cloro furono affidate la Gallia e la Britannia (capitale: Augusta Treverorum).
38 Eusebio, Historia Ecclesiastica, VIII, 1-7.
39 Galerio (250-311). Imperatore durante la Tetrarchia dal 293 fino alla sua morte.
40 Morto dopo il 308.
41 Eusebio, Historia Ecclesiastica, VIII, 3,1.
42 Ivi.
43 Ivi.
44 Ivi, VIII, 9,3.
45 Ivi.
46 Lattanzio, De mortibus persecutorum, 16.
47 H. I. Marrou (con J. Daniélou), Nuova storia della Chiesa. Dalle origini a San Gregorio Magno, Marietti, Torino 1970.
48 Eusebio di Cesarea, De martyribus Palestinae.
49 Papa Marcellino (Santo) governò la Chiesa dal 30 giugno 296 al 25 ottobre 304.
50 Marco Aurelio Valerio Massenzio (278-312). Si autoproclamò Imperatore. Governò l’Italia e l’Africa. Ebbe il riconoscimento del Senato Romano ma non quello degli Augusti.
51 Flavio Valerio Aurelio Costantino (274-337).
52 Valerio Liciniano Licinio (315 circa-326).
53 Eusebio, Historia Ecclesiastica, VIII, 17, 9-10.
54 Gaio Galerio Valerio Massimino (270-313).
55 Publio Flavio Galerio Valerio Liciniano Licinio (250 circa-325).
56 Lattanzio, De mortibus persecutorum, 46.
57 P. L. Guiducci, Nuovo studio sul monogramma di Cristo situato nell’area del’Aambasciata USA a Roma, in: «Archeomedia», 30 dicembre 2023.
58 Gli «Horti Sallustiani» erano i giardini fatti realizzare dallo storico e Senatore della Repubblica Romana Gaio Sallustio Crispo nel I secolo avanti Cristo.
59 B. Bagatti, Alle origini della Chiesa, due volumi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1981.
60 Si rimanda in merito alle pubblicazioni dell’Editore «L’Erma di Bretschneider» (Roma).
