Carlo X di Borbone
Ultimo Sovrano assoluto francese (1824-1830)

Il 16 settembre 1824, Carlo X di Borbone, conte d’Artois, saliva sul trono di Parigi, essendo appena scomparso il fratello Luigi XVIII che era stato titolare del trono francese per il primo novennio della Restaurazione a decorrere dal 1815, in continuità con l’altro fratello Luigi XVI ghigliottinato dalla Rivoluzione, e col figlio di quest’ultimo e di Maria Antonietta, il giovane Delfino parimenti scomparso negli anni del nuovo corso repubblicano. Carlo X, che aveva fatto del legittimismo un’autentica ragione di vita, e che era già pervenuto alla rispettabile età di 67 anni, fu oltremodo fedele all’unione del Trono e dell’Altare, avvalendosi – nei sei anni della sua permanenza nel ruolo di Sovrano assoluto – di tre Governi presieduti rispettivamente da Jean Baptiste Villéle (fino al gennaio 1828), Jean Baptiste Sylvère de Martignac (fino all’agosto 1829) e Jules Auguste Armand de Polignac (fino alle «giornate gloriose» del luglio 1830 che videro, oltre all’abbattimento del suo dicastero, la caduta dello stesso Carlo X, e l’avvento della nuova Monarchia Orleanista affidata al nuovo Sovrano Luigi Filippo).

In effetti, Carlo X aveva esercitato il potere con relativa moderazione, pur nella stretta osservanza religiosa che lo aveva indotto, fra l’altro, a introdurre nella legislazione statale la celebre legge sul sacrilegio, che istituiva la pena di morte per chi si fosse reso responsabile di oltraggi alla fede di Stato, ai suoi ministri, e persino alla sua stessa oggettistica, e che nondimeno rimase allo stato deontologico per la mancanza d’imputati. Contestualmente, aveva istituito l’altrettanto celebre «fondo del miliardo» per risarcire i nobili delle perdite subite nel periodo rivoluzionario, aveva ripristinato le congregazioni religiose soppresse, e si era fatto incoronare a Reims (29 maggio 1825) con tutti gli orpelli dell’antico rituale alla presenza di quattro Cardinali, di tutti gli aristocratici e del corpo diplomatico al gran completo. Nondimeno, nel 1830, poco prima della nuova rivoluzione che lo avrebbe costretto all’esilio, aveva promosso la presa di Algeri, con un effimero sussulto di popolarità nell’ambito delle prime suggestioni colonialiste.

Acceso sostenitore di un’idea del potere concesso per grazia divina, Carlo X riteneva infondato il principio secondo cui «il Re regna ma non governa». In altri termini, non intendeva essere considerato alla stregua di un mero simbolo, tanto da preferire l’abdicazione e l’esilio, nel momento in cui fu messo al cospetto di un vero e proprio fatto compiuto. In tale circostanza preferì astenersi da ogni possibile difesa, avviandosi in carrozza verso Cherbourg e l’imbarco per una peregrinazione che lo avrebbe portato dapprima in Inghilterra, poi a Vienna e Praga, e infine a Gorizia, dove si sarebbe spento nel 1836, vittima del colera, per trovare l’estremo riposo – come da testamento – nell’antica chiesa francescana di Castagnevizza, luogo di frequente omaggio di visite da parte dei suoi fedelissimi.

Esponente tipico dell’Antico Regime, sin dal luglio 1789 aveva abbandonato la Francia per fuggire a Torino, patria della consorte Maria Teresa di Savoia, poi a Coblenza e nel Regno Unito, dove fu «ricevuto» quale persona non gradita, facendogli scegliere altre destinazioni più congrue, come quelle predette nei territori della Monarchia Asburgica. Sarebbe rientrato in patria solo dopo Waterloo, e quindi al termine di un esilio durato per oltre 25 anni, che ne aveva suffragato, se per caso ve ne fosse stato bisogno, la pervicace fede legittimista. Nel 1806 aveva perduto anche la moglie, e nel suo ricordo si era andato dedicando alle opere di pietà, sempre in stretta osservanza religiosa.

Tutto ciò contribuisce a spiegare i comportamenti di Carlo X nel fatidico 1830. In effetti, già nel marzo di tale anno era stato votato per iniziativa di Casimir Pèrier – futuro Capo del Governo durante l’esordio del nuovo Sovrano Luigi Filippo – l’intervento di Pierre Paul Royer-Collard, alla testa del piccolo ma importante gruppo del «juste-milieu» che auspicava il concorso con la volontà popolare e che ebbe il conforto di 221 adesioni parlamentari, contro le 158 rimaste fedeli alla Monarchia Assoluta. Posto di fronte a tale chiaro pronunciamento, il Sovrano non ne tenne alcun conto: al contrario, decise di sciogliere la Camera, di ridurre il diritto di voto a circa 100.000 elettori e di convocare i nuovi comizi, ma gli effetti furono di segno a lui contrario, perché la consultazione diede una quota ancora più cospicua alle forze del dissenso. Carlo X, manifestando palese incapacità di adeguarsi alle mutazioni della volontà popolare, con le ordinanze di fine luglio sospese la libertà di stampa, chiuse il Parlamento e dispose altre misure reazionarie, collocandosi in aperto dissenso nei confronti della Carta in vigore, peraltro assai conservatrice, e rendendosi responsabile di un autentico colpo di Stato. Era troppo: Parigi insorse con le «giornate» di fine luglio, sia pure senza un’apprezzabile adesione della periferia, e Carlo X, dopo aver inutilmente abdicato in favore del nipote, prese la via dell’esilio, lasciando campo libero a Luigi Filippo[1] che nel giro di pochi giorni sarebbe diventato il nuovo Re dei Francesi, e come tale, non più di diritto divino[2]. Era una mutazione definitiva, anche se la Monarchia Orleanista fu destinata all’essere travolta dalle Rivoluzioni del Quarantotto, senza dire che, decorso un altro ventennio, anche quella del terzo Napoleone avrebbe avuto lo stesso esito con la «Comune» di Parigi del 1870 e l’avvento definitivo della Repubblica.

Con la fine di Carlo X e l’avvento della Monarchia Parlamentare per meno di un ventennio, si chiuse una lunga epoca della storia di Francia che aveva visto gli splendori del Re Sole e la tragedia di Luigi XVI e di Maria Antonietta d’Asburgo. In realtà, a prescindere dai singoli episodi si trattava di una storia che aveva conosciuto momenti di reale grandezza, e che giungeva all’epilogo senza particolari violenze; anzi, in qualche misura, con un comportamento quasi fatalista da parte del Sovrano costretto all’esilio ma fedele al suo ruolo di personaggio diventato intransigente per fedeltà alla tradizione e per coerenza con una morale cattolica indubbiamente impermeabile per il nuovo corso «democratico» o presunto tale.

D’altro canto, Carlo X non aveva compreso che anche il mondo religioso si stava evolvendo, sia pure con le difficoltà imposte da una svolta di estrema importanza fideistica, verso la nuova idea del cosiddetto «cattolicesimo liberale» dei Lamennais, dei Lacordaire e dei Montalembert, destinata a trovare ascolti riveduti in tempi successivi nella stessa Roma Pontificia, oltre che in quella «italiana» dell’unità nazionale, giunta a compimento nel 1870. Nondimeno, Carlo X volle essere fedele alla tradizione, e nello stesso tempo, capace di accettare sia pure «obtorto collo» la sentenza della storia, evitando di assumere posizioni di tutela delle proprie ordinanze del luglio 1830 oltre i limiti proposti dall’etica cattolica e dal sofferto convincimento di dover evitare nuove prove di forza destinate a probabile insuccesso immediato, e nel medio termine, a condanne ancor più definitive. In qualche misura, quello dell’ultimo Borbone si sarebbe rivelato un commiato derivante dalla pur tardiva consapevolezza di essersi portato oltre i limiti imposti dal nuovo «spirito del popolo» e nello stesso tempo, dal convincimento di dover onorare fino all’ultimo i suoi principi di uomo di fede, e soprattutto di coerenza.

Dal canto proprio, la storia avrebbe progredito in fretta nel suo nuovo cammino, tanto da giungere nel tempo relativamente breve di un quarantennio alla sconfitta senza appello dell’ultimo Napoleone e del suo tentativo di restaurazione imperiale, aprendo l’avvenire alla nuova Repubblica, che attraverso esperienze successive di varia estrazione, talvolta non prive di sofferenze drammatiche, sarebbe giunta – sempre viva e vegeta – fino ai nostri giorni.


Note

1 Luigi Filippo (1773-1850), figlio del cosiddetto Philippe «Egalité» scomparso durante il Terrore del 1793, aveva combattuto nelle file rivoluzionarie a Valmy e Jemappes ma aveva abbandonato la Francia nel medesimo anno per rientrare dopo la Restaurazione, collocandosi nelle file dell’opposizione liberale. Fautore della borghesia finanziaria, fu incaricato di una breve luogotenenza nel 1814, consegnando una cinquantina di piazzeforti agli Alleati, e durante i Regni di Luigi XVIII e di Carlo X mantenne posizioni di basso profilo. Giunto al trono con i fatti del luglio 1830, divenne «Re dei Francesi» grazie al voto espresso dalla Camera il 7 agosto previa conferma «senza resistenza» da parte dei Pari. Il nuovo Sovrano fu paladino dell’ordine interno e della pace su quello internazionale, e conferì nuova visibilità alle persistenti forze bonapartiste, ma nello stesso tempo silenziando i ricorrenti conati repubblicani e superando senza danni l’attentato della «macchina infernale» (una rudimentale mitragliatrice a 28 canne che uccise 18 persone, costruita dal vecchio rivoluzionario Giuseppe Fieschi nel 1835, poi condannato a morte e ghigliottinato). Ne seguirono nuove leggi volte a limitare la libertà di stampa, anche attraverso la proibizione di critiche e di offese alla Monarchia. Dopo la rivoluzione del febbraio 1848 Luigi Filippo fu condannato nuovamente all’esilio, fino alla scomparsa sopravvenuta nel breve volgere di un biennio.

2 Le sorti del Capo dell’ultimo Governo di Carlo X, l’inviso visconte di Polignac, anch’egli fautore del potere assoluto della Chiesa e del Trono, furono certamente peggiori rispetto a quelle del Monarca. Decaduto dalla carica di Pari, e tradotto in qualità d’imputato davanti alla stessa Camera Alta, fu condannato all’ergastolo e carcerato in fortezza, e soltanto nel 1836, dopo sei anni di dura prigione, ebbe la commutazione della pena in quella di esilio ventennale fuori del territorio francese. Graziato nel 1845, a 15 anni dai fatti, ebbe la possibilità di rientrare, ma ormai era un sopravvissuto. In ogni caso, non volle riconoscere la Monarchia Orleanista che d’altra parte, a quell’epoca, era già pervenuta alla vigilia della fine.

(marzo 2025)

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