La Comune di Parigi, 1871
Il primo stato social comunista
La Comune di Parigi costituì il primo stato social comunista della storia e fu caratterizzato da provvedimenti politici radicali alternati ad altri di non facile classificazione. La stessa sua nascita fu insolita. Due giorni dopo la pesante sconfitta dell’esercito francese a Sedan, il 4 settembre 1870 gruppi di operai parigini si diedero ai saccheggi e invasero l’Assemblea Legislativa (a maggioranza di destra) e proclamarono in maniera informale l’instaurazione della repubblica. Gli operai volevano la continuazione della guerra con la Prussia forse perché temevano una svolta in senso conservatrice in Europa mentre la destra aveva un atteggiamento possibilista.
Pochi giorni dopo i prussiani completarono l’assedio della capitale francese e il 31 ottobre la Guardia Nazionale formata da operai fortemente politicizzati tentò un colpo di stato e arrestò due ministri. I golpisti in parte erano favorevoli a nuove elezioni ma un’altra parte, quella schierata con il rivoluzionario Auguste Blanquì, intendeva imporre la sua dittatura. Il governo presieduto dal generale Louis Trochu riprese il controllo della situazione e pochi giorni dopo si tennero le elezioni a Parigi che confermarono una larga maggioranza a favore del governo.
Si tennero le elezioni nazionali che videro nuovamente la netta vittoria della destra schierata a favore della pace contro la sinistra favorevole alla prosecuzione della guerra. Firmata la resa, piuttosto pesante per i francesi, venne nominato il nuovo governo presieduto da Adolphe Thiers, esponente della sinistra moderata. Ricordiamo che Thiers nel 1848 si era schierato con i rivoltosi e fu contrario a Napoleone III. Il nuovo governo si stabilì a Versailles ritenendo la situazione di Parigi pesantemente caotica, con scontri anche fra simpatizzanti di Proudhon ed estremisti. Contemporaneamente la Guardia Nazionale nominò un Comitato Centrale che prese i poteri della città parigina mentre si tennero elezioni farsa dove tutti i candidati dovevano essere esponenti di partiti dell’estrema sinistra ai quali aderivano molte donne e bambini.
Tra i primi provvedimenti del Comitato Centrale, all’indomani del 18 marzo, vi era stato quello di garantire libertà di stampa per tutti, ma successivamente la Comune soppresse tutti i giornali di destra. A questi seguirono altri provvedimenti riguardanti le abitazioni, una parte delle quali erano state abbandonate per timore delle violenze. Divieto di sfratto, esenzione dal pagamento degli affitti, requisizioni di un certo numero di case, provvedimenti che favorirono alcune categorie ma che crearono timore in altre. Si ebbero anche le requisizioni di officine e quindi la fuga dei proprietari e degli imprenditori (oltre che degli impiegati della pubblica amministrazione), che creò una gran massa di disoccupati e contemporaneamente un innalzamento dei prezzi data la carenza di beni e lo stato di confusione creatosi. Altra categoria colpita fu quella dei religiosi, imponendo pesanti restrizioni ai culti e permettendo il saccheggio delle chiese. Infine vennero colpite categorie che non avevano nulla a che fare con la politica, vinai, impresari teatrali, ubriachi e prostitute. Si ebbero anche diversi provvedimenti a favore dei lavoratori ma che non ebbero risultati positivi data la situazione generale economica. L’insurrezione non ebbe sostegno in altre parti della Francia e diversi fattori facevano ritenere che non avesse il sostegno di gran parte del popolo parigino.
Si formò un Comitato di Salute Pubblica formato da anarchici, giacobini e blanquisti che sostituì il precedente organismo della Guardia Nazionale ma all’interno del quale la minoranza venne osteggiata. Il suo comportamento fu particolarmente duro, venne emanato il «decreto degli ostaggi» che prevedeva: «Chiunque sia sospettato di complicità con il governo di Versailles sarà immediatamente accusato e imprigionato». Solo di preti ne furono arrestati trecento, mentre gli ostaggi fucilati furono un centinaio.
Il governo di Versailles intanto apriva trattative coi prussiani, anche loro impensieriti della pericolosa situazione della capitale francese. Dopo settanta giorni di rivoluzione, il governo Thiers decise di attaccare la città, cosa che, come prevedibile, vide un gran numero di morti. Prima di capitolare, la Comune ordinò l’incendio degli edifici pubblici mentre i rivoltosi, soprattutto donne, si diedero a dare fuoco a interi quartieri della città. Alla fine delle ostilità si calcolò che un terzo degli edifici parigini era stato distrutto, anche se una parte di questi erano stati colpiti dai cannoneggiamenti. Sulla reazione del governo verso i rivoltosi le cifre sono molto diverse, alcuni parlano di 50.000 fucilati, altri di 28. Nelle elezioni che si tennero a luglio nella capitale, la vittoria dei repubblicani governativi fu netta.
Gli avvenimenti di Parigi ebbero risonanza in tutta Europa, la Prima Internazionale con l’esclusione dei membri inglesi diede un giudizio favorevole ai comunardi. In Italia Giuseppe Mazzini li criticò aspramente per il loro ripudio della religione, della nazione e della proprietà. Anche Giuseppe Garibaldi espresse un giudizio sostanzialmente negativo sui rivoluzionari parigini: «Io desidero non succeda all’Internazionale, come al popolo di Parigi, cioè di lasciarsi sopraffare dagli spacciatori di dottrine onde essere spinti a delle esagerazioni, e finalmente al ridicolo; ma che studi essa bene gli uomini, che devono condurla sul sentiero del miglioramento morale e materiale, prima d’affidarvisi... Si contenti l’Internazionale di ciò che è diritto per lei, senza toccare alla proprietà e alla eredità degli altri», in un altro scritto: «E se avessi saputo in febbraio, quando lasciai l’Assemblea di Bordeaux, ciocché in marzo doveva aver luogo a Parigi, io certamente mi sarei recato in quella capitale per propugnarvi la causa della giustizia traviata dai soliti dottrinari».
