Alexander Fleming
Un benemerito dell’umanità
Un grande della storia della medicina è stato Sir Alexander Fleming, divenuto famoso per le sue scoperte in campo antibiotico; egli, quasi come un pioniere, ha aperto quella via che ha portato alla produzione di farmaci di importanza mondiale e che hanno salvato milioni di vite. Nacque a Darvel nell’East Ayrshire della Scozia il 6 agosto 1881. Come tutti i bambini prima e ragazzi dopo, studiò in diverse scuole finché nel 1906, all’età di 25 anni, si laureò.
Durante la Prima Guerra Mondiale prestò servizio come medico militare, poi continuò la sua carriera presso il St Mary’s Hospital di Londra, nel quartiere di Paddington.
Quando nel 1900 scoppiò la guerra nel sudafricano Transvaal, Alexander e i suoi fratelli John e Robert si arruolarono come volontari nel London Scottish, reggimento formato solamente da Scozzesi ma, essendo questi in soprannumero, non partirono mai. In quell’ambiente dimostrò di essere un bravo atleta e abile nel tiro a segno. E quando, nel 1901, morì lo zio John, questi gli lasciò in eredità 250 sterline, che egli usò per iscriversi alla facoltà di medicina, dopo aver superato brillantemente l’esame di ammissione: a suo tempo superò l’esame da chirurgo.
Nel 1902, il batteriologo Sir Almroth Wright fondò il Dipartimento di Involuzione al St Mary’s Hospital, nel quale Fleming entrò nel 1906. Il dottor John Freeman, discepolo di Wright, desideroso di aprire un circolo di tiro a segno nell’ospedale, lo convinse a entrarvi, facendogli cambiare l’orientamento dei suoi studi da chirurgia a inoculazione. Era un dipartimento piccolo, ma molto importante per la vaccinazione che, a quei tempi, era l’unica arma a disposizione della sanità contro le malattie.
Fu un ottimo elemento e proprio con Wright, pur non essendo i due sempre d’accordo, fu instaurato un rapporto di stima reciproca.
Nel 1908, superò gli ultimi esami di medicina, classificandosi al primo posto. L’anno successivo il Dipartimento di Inoculazione divenne indipendente e fu ampliato con l’aiuto di benefattori, ammiratori di Wright. Quell’anno, Paul Ehrlich del Salvarsan inventò un derivato dell’arsenico di buona validità nella chemioterapia: in effetti, i risultati furono buoni. Però, si era sempre un po’ restii a usare prodotti chimici e, qualora ciò si fosse dimostrato possibile, si tendeva a ricorrere a sostanze indirizzate alle difese naturali del corpo umano, cioè che agissero contro i microbi, ma senza essere tossiche per lo stesso.
L’anno successivo, entrò nella Loggia Massonica Santa Maria numero 2.682 e, più tardi, in quella della Misericordia numero 3.286, entrambe di Londra.
Nel 1915, scoppiò la Prima Guerra Mondiale e Fleming fu arruolato come colonnello e inviato in Francia allo scopo di aprire un laboratorio e un centro di ricerche a Boulogne-sur-Mer con l’aiuto del tenente Alex. Qui incontrò un lavoro estenuante, anche perché oltre alle vaccinazioni antitifiche, Wright impose all’esercito il controllo dei casi di setticemia, tetano e gangrena.
In periodi di pace, la chirurgia era in notevole difficoltà a causa delle operazioni di antisepsi e di sepsi frutti dell’inventiva di Lister (medico e chirurgo, considerato oggi il padre della chirurgia moderna). Ma in guerra è tutta un’altra cosa, a causa delle ferite subite dai soldati, sporche e infettate da frotte di microrganismi: l’uso degli antibattericidi faceva molto, ma tantissimi feriti non ce la facevano a sopravvivere. Le carni infette dovevano essere asportate, ma solamente se erano in superficie, perché quelle profonde non si potevano bonificare ed erano irraggiungibili all’acido fenico, all’acido borico e all’acqua ossigenata; i medici sapevano che i risultati erano praticamente nulli, al punto che molti rinunciavano a usarli. Del resto, Fleming aveva chiaramente dimostrato che tali prodotti erano inefficaci per ferite profonde.
Quindi, sia Wright, sia Fleming erano dell’avviso che si dovevano fare reagire le difese naturali: già, bella pretesa, ma come? Si provò con l’ipoclorito di sodio in soluzioni ipertoniche, che diede risultati soddisfacenti, tanto che furono resi pubblici sollevando un aspro contrasto fra Wright e Sir William Wetson Cheyen, presidente del Collegio Reale dei Chirurghi, in quanto era stata fatta una critica agli antisetticidi preferiti da quei sanitari.
Durante una licenza, Fleming sposò Sarah Marion Mc Eroy, infermiera capo in cliniche private di Londra e, alla fine della guerra, ritornò al suo lavoro di ricerca.
Nel 1922, successe un fatto un po’ strano: Fleming fece un esame del suo muco nasale in una capsula di Petri e si rese conto che i batteri crescevano dappertutto ma non nella sua secrezione; continuò le ricerche anche sulle lacrime e – come si dice – fece due più due: in quegli umori del corpo c’era un enzima che si accaniva contro certi tipi di microbi, al quale fu dato il nome di «lisozima»; questa sostanza si trova non solo in tessuti umani, ma anche in tessuti animali e vegetali, e rappresenta una difesa delle cellule contro i microbi; ma ciò che interessa è che lo fa in modo naturale. Chiaramente, Alexander avrebbe desiderato isolarla, ma nel dipartimento non c’erano né chimici né biochimici e dovette soprassedere. Comunque, il medico fece una relazione al Medical Research Club, che però non fu per nulla apprezzata. Fece allora una comunicazione alla Royal Society of Medicine e pubblicò cinque studi in merito. Però la sua invenzione aveva successo sui batteri inoffensivi, mentre era inefficace su quelli patogeni: insomma, si trattò di un fallimento.
In ogni modo, non si rassegnò e continuò le sue ricerche, giungendo alla merbromina, che era un antisettico efficace, sì, ma troppo tossico.
Alla fine, le sue ricerche furono coronate da successo quando il 28 settembre 1928 ci fu una novità. Cos’era successo? Egli si riferì agli studi effettuati nel 1870 da John Burton al St Mary’s Hospital di Londra, che concludevano che certe muffe avevano la capacità di annientare i batteri. E nel 1895 ci fu una pubblicazione, sulla rivista italiana «Annali di Igiene Sperimentale», del capitano medico Vincenzo Tiberio, in cui si parlava della proprietà antibatterica di alcune muffe, fra le quali era il «Penicillum glaucum». Egli aveva sperimentato l’azione batterica di quelle muffe in soluzione acquosa sia in coltura su diversi batteri (stafilococco, streptococco, bacillo del tifo, vibrione del colera), sia in vivo (su conigli e cavie). L’anno successivo era stata la volta di Bartolomeo Gosio a isolare da una coltura dello stesso (o forse di «Penicillum brevicompactum») una sostanza cristallina dotata di capacità fenoliche atte a impedire la crescita in colture del bacillo dell’antrace. Ma quella pubblicazione non ebbe la diffusione necessaria.
«»Nel 1928, Alexander, dopo essere stato in vacanza a Porto Cervo, al suo ritorno aveva trovato una capsula di Petri, che si era dimenticato di conservare, e aveva notato come, pur essendo macchiata di muffe come le altre del laboratorio, attorno alla stessa i batteri erano scomparsi. Sorpreso, approfondì le ricerche e le prove successive, con l’identificazione della muffa come «Penicillum rubrum», dimostrarono che la strada intrapresa era quella giusta e sfociò nell’invenzione della «Penicillina».
Interessante riportare il pensiero di Fleming in quell’occasione.
«One sometimes finds what one is not looking for. When I woke up just after dawn on September 28, 1928, I certainly didn’t plan to revolutionize all medicine by discovering the world’s first antibiotic, or bacteria killer. But I suppose that was exactly what I did» («A volte qualcuno trova ciò che non cerca. Quando mi svegliai appena dopo l’alba del 28 settembre 1928, certamente non pianificavo di rivoluzionare tutta la medicina, scoprendo il primo antibiotico, o assassino di batteri, del mondo, ma immagino che quello è stato esattamente ciò che ho fatto»).
Bene, un grande passo in avanti era stato fatto, ma le difficoltà si presentarono quando si trattò di produrla, essendo particolarmente complicato e con risultati quantitativamente deludenti; e, come era successo con la lisozima, per la mancanza di chimici e biochimici, ci si dovette fermare al filtrato grezzo, senza arrivare al principio attivo puro. Comunque, non c’erano dubbi di sorta: la muffa produceva una sostanza che si opponeva a un’ampia banda di batteri, fra i quali quelli responsabili dell’insorgere di gravi malattie quali la tubercolosi e la sifilide.
Nel 1928, l’Università di Londra gli conferì la nomina a professore di batteriologia.
Il 13 febbraio 1929, il ricercatore presentò i suoi risultati al Medical Research Club, che però furono accolti freddamente come quelli presentati per la lisozima. E la penicillina fu ignorata, mentre continuava l’uso dei sulfamidici, messi in commercio dalla Bayer nel 1935, che avevano efficacia, ma solo quando i microbi non erano molto concentrati.
Meno male che, a Oxford, un gruppo di ricercatori appartenente alla Sir William Dunn School, fra i quali eccellevano l’Australiano Howard Florey e il Britannico di origine tedesca Ernst Boris Chain, si interessò non solo alla lisozima, ma pure alla penicillina, che fu isolata e in parte purificata, molto più attiva di quella grezza e più potente dei sulfamidici. Essi dimostrarono che la penicillina era attiva contro alcuni tipi di batteri, senza contraccolpi tossici alle dosi usate. Alla fine, dopo averla sperimentata su animali, furono pubblicati i risultati sul «The Lancet» fra la sorpresa di Fleming, che l’anno successivo andò a far visita al gruppo. Poi si passò all’uomo, curando, nel febbraio 1941, un poliziotto di Oxford gravemente ammalato di setticemia: la reazione fu positiva, ma non essendo stato possibile portare a termine il trattamento completo per carenza di medicinale, nel mese di marzo egli morì.
Ciò fu un incentivo a produrre la penicillina in quantità, ma poiché i produttori chimici erano impegnati nella guerra, Florey andò negli USA a parlarne con il Governo e, con l’intervento di ricercatori di università, di case farmaceutiche e dell’esercito, finalmente fu avviata una produzione su larga scala utilizzando il liquido di macerazione del mais, derivante dalla fabbricazione dell’amido, su un ceppo di «Penicillium» estremamente attivo.
Nel 1938, Fleming fu nominato patologo di settore a Herafield, nel Middlesex, per tutta la durata del conflitto, durante il quale non mollò l’idea di utilizzare la penicillina su ferite di guerra. E nell’agosto 1942, trattò la meningite di un suo amico, felicemente guarendolo. La stampa, venuta a conoscenza del fatto, si entusiasmò e il «Times» pubblicò un pezzo dal titolo Penicillium, ribadendo il concetto che si trattava di una sostanza prodigiosa, mettendo in agitazione, scuotendoli, comunità scientifiche, case farmaceutiche e Governo Britannico.
Sir Cecil Weir, direttore generale delle attrezzature e delle scorte del Ministero delle Forniture, il 25 settembre 1942 organizzò a Portland House una conferenza alla quale parteciparono Fleming, Florey e i rappresentanti delle industrie sia chimiche sia farmaceutiche (May e Baker, British Drug Houses e Boots, Glaxo), interessate alla produzione della penicillina rapidamente e in grande quantità, unendo tutte le informazioni che si avevano sulla sostanza e sulla sua produzione.
Alla conclusione della conferenza, Arthur Mortimer espresse il suo compiacimento nel modo seguente: «Forse voi non ve ne rendete conto: sarà una riunione storica, questa, non solo negli annali di medicina, ma probabilmente nella storia del mondo. Per la prima volta, tutti quelli che saranno collegati alla produzione di un farmaco daranno la loro scienza e il loro lavoro, senza alcuna intenzione personale di guadagno o ambizione».
Da allora, gli vennero attribuiti diversi titoli onorifici. Nel 1943 fu nominato, da una delle più antiche società scientifiche inglesi, Fellow of the Royal Society, forse la più antica e apprezzata società scientifica britannica. Nel 1944 fu messo davanti al suo nome il titolo Sir. Nel 1945 ebbe la nomina a Presidente della Società di Microbiologia Generale; inoltre, ebbe diverse Lauree ad Honorem da diverse università europee e americane. E, sempre nel 1945, il 5 settembre, durante una visita in Francia, fu insignito del titolo di Commendatore della Legion d’Onore dal Generale De Gaulle. «Dulcis in fundo», il 25 ottobre ricevette un telegramma in cui si annunciava che era stato attribuito a lui, a Florey e a Chain il Premio Nobel per la medicina. Sulle ali del successo, Fleming viaggiò molto e ricevette onori, doni e riconoscimenti in Italia, Belgio, Francia, Spagna, Svezia.
Intanto, al St Mary’s Hospital egli successe a Wright, andato in pensione: quel grande morì il 30 aprile 1947 con immenso dolore da parte di Fleming.
Ma nel 1949 egli ebbe un altro grandissimo dispiacere: al ritorno da Londra, trovò la moglie gravemente ammalata, al punto che il 22 novembre lo lasciò.
Dopo un brutto periodo, piano piano si riprese e tornò a dirigere il Dipartimento di Inoculazione, nel quale, nel 1946, grazie a borse di studio offerte dal British Council, entrarono diversi ricercatori, fra i quali era la Greca Amalia Voureka, studiosa seria ed esperta, che ben presto instaurò una grande intesa con Fleming. Nel 1950 Amalia ricevette la proposta di dirigere il laboratorio dell’ospedale Evangelismos di Atene, e naturalmente lei accettò l’offerta. Alexander, che intanto si era innamorato di lei, si rassegnò alla perdita della collaboratrice, ma restò molto addolorato. In quello stesso anno ebbe la nomina a membro di un gruppo dell’UNESCO avente l’incarico di organizzare conferenze mediche a carattere internazionale. Ma soprattutto fu importante la sua partecipazione all’inaugurazione della nuova fabbrica di penicillina Leo a Roma, il 21 settembre 1950. E, analogamente, dopo essere stato l’ospite d’onore al II Congresso Nazionale Antibiotici di Milano e aver incontrato Rodolfo Ferrari, visitò gli impianti e i laboratori della SPA Società Prodotti Antibiotici, una delle prime industrie italiane che ha prodotto la penicillina.
Nel 1951, come consuetudine, la scelta del Rettore dell’Università di Edimburgo era compito degli studenti; ebbene, essi preferirono Fleming. L’anno dopo partecipò a una conferenza in Svizzera dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, durante la quale seppe che in ottobre l’Associazione Mondiale della Sanità si sarebbe riunita in Grecia, e lui decise di parteciparvi. Così, egli ebbe modo di incontrare Amalia con la quale era rimasto in contatto epistolare. Approfittò dell’occasione e i due, insieme, per un mese buono girarono la Grecia, partecipando a conferenze e ricevimenti vari. Alla fine, ritornati a Chelsea, il 9 aprile 1953 si sposarono in municipio. Lui aveva 72 anni e lei era quarantunenne.
Alexander riprese le sue ricerche nel suo laboratorio.
Nel marzo del 1955 doveva recarsi in Grecia e in Medio Oriente e, a scanso di pericoli e dietro le insistenze di Amalia, si fece vaccinare contro il tifo dal dottor Compton. Ma il giorno successivo, egli si sentì male e, malgrado l’intervento immediato di un medico chiamato dalla moglie, per un improvviso arresto cardiaco, egli si accasciò, morto: era l’11 marzo 1955. La sua salma fu sepolta nella cripta della Cattedrale San Paolo di Londra, onore riservato solo a personalità britanniche di spicco.
Certamente, l’invenzione di Fleming ha avuto un’importanza storica con la rivoluzione che ha scatenato nel campo della medicina, perché alla penicillina è seguita tutta una serie di antibiotici che ha fatto scempio di molte malattie, dando risposte a morti sospette e salvando milioni di vite umane, soprattutto in occasione di guerre a partire dalla Seconda Mondiale. Non c’è che dire: Fleming fu un benefattore per l’umanità.
Ricordiano, inoltre, che è stato l’autore di tanti scritti scientifici nei campi della batteriologia, della chemioterapia e dell’immunologia.
Per concludere, si può qui ricordare che Alexander ebbe diverse onorificenze: l’inglese Knight Bachelor (nastrino per uniforme ordinaria): la francese Legion d’onore (Francia) (nastrino per uniforme ordinaria); e le spagnole Gran Croce dell’Ordine Civile di Alfonso X il Saggio (nastrino per uniforme ordinaria) e Gran Croce dell’Ordine Civile di Alfonso X il Saggio.
Per ultimo, ma non ultimo, dopo la sua scomparsa gli sono stati dedicati il cratere lunare Fleming e l’asteroide 91006 Fleming.
