Il bicentenario della nascita del pittore e scultore di fama internazionale Giuseppe Pierotti che nessuno celebrerà
28.1.1826-28.1.2026

«Vita mortuorum in memoria est posita vivorum».

Giuseppe Pierotti è stato un eccellente artista purtroppo dimenticato dalla critica per ragioni politiche. L’arte non dovrebbe mai essere affossata da corsi e ricorsi storici ma evidentemente questo non è.

Sono contenta che almeno un piccolo sassolino sia stato tratto recentemente per lui. Ma le sue esimie opere presenti nei caveaux degli Uffizi, nel Duomo di Milano, al museo d’arte moderna a Milano, a Parma, a Palazzo Medici-Riccardi a Firenze, a Toronto, a Oxford, negli Stati Uniti ma anche nella chiesetta di Fabbriche di Vallico in provincia di Lucca e presso le molte famiglie che gliele commissionarono, meriterebbero di essere conosciute dal grande pubblico.

Complimenti per il percorso artistico magistrale di un uomo che mai si arrese di fronte a difficoltà personali e politiche di ogni tipo, difficoltà che condizionarono il suo percorso artistico.

Qualcuno mi ha chiesto per quali ragioni egli venne oscurato e ancora oggi è oscurato per motivi politici. Ho dovuto dare una sommaria risposta anche se qui posso meglio chiarire la questione, rendendo giustizia a lui, il pittore di fama internazionale dimenticato «dal tempo giustiziere e per tale motivo qualche volta spietato».

Le questioni cattolico liberali a partire dalla prima metà del XIX secolo non sono quelle che racconta la storiografia ufficiale.

Giuseppe era con tutta probabilità figlio di Cesare (Lucca 1806-1901), un Amico del Popolo di Domenico Guerrazzi che nel 1848 si trovava a Firenze e qui uccise un commilitone nel corso di una diatriba piuttosto animata. Le diatribe interne agli Amici del Popolo erano comuni perché qui erano presenti molte anime diverse. Leggere quanto ho definito sui veri rapporti tra democratici e cattolici liberali che ho pubblicato in rete chiarisce almeno in parte la questione.

Cesare non venne per tale fatto mai né processato né tanto meno condannato dal Granduca Leopoldo II d’Asburgo-Lorena nel 1849, una volta che questi riprese a Firenze il potere. Ciò per inopportunità politica. Potrei aggiungere al riguardo che un congiunto di Cesare, tale Padre Gioacchino Prosperi di Lucca, addirittura si permise in quel 1849 di scrivere, leggere e pubblicare un sermone che lesse in presenza proprio di Leopoldo II e della sua esimia famiglia, presente nella chiesetta di Sant’Anna Fuori le Mura a Lucca in quel 1849, di ritorno da Gaeta sbarcato a Viareggio e diretto a Firenze (il Granduca), ammonendolo.

Padre Prosperi lo redarguì affinché sapesse, in modo corretto, una volta ripreso il potere in Firenze, difendere e sostenere le ragioni dell’intera comunità toscana senza eccezioni, Lucca compresa, che in quel frangente perdeva la sua secolare autonomia.

E lo fece a modo suo, cioè con assoluta libertà, senza temere alcuna conseguenza dalle parole pronunciate, che se andiamo a leggerle davvero ci fanno rabbrividire. Come era possibile che egli potesse scrivere, leggere e pubblicare una roba del genere? Quanto scriverò più avanti chiarirà il quadro.

Che cosa era, dunque, tale inopportunità? Ce lo racconta una pubblicazione presente alla Biblioteca Centrale di Pistoia dal titolo La stampa clandestina nel 1848 in Toscana dove si precisa che la persona che commise il fattaccio, Cesare appunto, non era un popolano, come del resto Padre Prosperi, e come la «vulgata» cercò per ovvi motivi di vendere in diverse pubblicazioni, ma un nobile di spada la cui famiglia aveva sempre avuto con i Lorena stessi corposi richiami. Per la precisione, si ricorda che il peso politico della famiglia di Cesare non permetteva a Leopoldo II di processarlo e condannarlo.

La cosa può apparire bizzarra agli occhi dei contemporanei ma non lo è: Beatrice di Lorena fu madre di Matilde di Canossa, e i Lorena che governavano le Fiandre nel Medioevo, terre molto care storicamente alla città di Lucca, tessero precisi legami con queste frange.

Matilde di Canossa aveva lontane origini lucchesi. Il suo avo era Sigifredo Atto, conte lucchese che abbandonò Lucca, all’epoca città guida della Marca di Tuscia, non sappiamo, dicono gli storici, per quale motivo. Sigifredo era il nome più diffuso nella Casata longobarda lucchese dei Soffredinghi, e dava il nome alla Casata medesima, la più diffusa sul territorio. Probabilmente Sigifredo Atto, che proveniva da quella Mediavalle Lucchese da cui proveniva anche la famiglia di Cesare, e quella di Padre Prosperi, fu non solo in sintonia ma addirittura in rapporti di lontana parentela con questi personaggi. Del resto l’amico Antonio Muratori, lo storico di Modena che a lungo lavorò presso i Chierici Regolari Lucchesi dove sono sepolti i congiunti di Cesare, ossia Monsignor Giandomenico Pacchi di Castelnuovo di Garfagnana, peraltro sepolto proprio presso i Chierici Regolari Lucchesi, scrisse a fine Settecento nelle sue dissertazioni che i Fanti della Media Valle furono legati a Matilde e alla sua Casata, anche in via parentale. Spiegandone le dinamiche.

Sappiamo poi che nel 1314 a Lucca sparì il tesoro personale di Papa Clemente V, al secolo Bertrand de Got, colui che aveva sciolto l’Ordine Templare nel 1307, pochi anni prima della sparizione del suo tesoro, ammontante a 1.000 scudi d’oro. Una somma ingente per l’epoca.

Gli storici raccontano che non sappiamo con certezza chi lo abbia preso. Si accusò Uguccione della Faggiuola, il condottiero pisano che in quel periodo mise Lucca a ferro e fuoco, ma senza prove certe.

Quello che sappiamo con certezza è che il Pontefice in questione ufficialmente si era fermato a Lucca, sita sulla Via Francigena, in attesa di recarsi in Francia, sua patria, per necessità del momento.

Egli infatti affidò sempre per necessità, visti i tempi e le difficoltà intercorse nel viaggio, tale tesoro per metà alla Basilica di San Frediano (peraltro Basilica anche all’epoca con tracce «esoteriche») e per l’altra metà ai frati di San Romano, i Domenicani che fino allo scioglimento dell’Ordine Templare erano stati in sintonia con gli stessi Templari.

In quel 1314 gli ex Templari Lucchesi pare non avessero avuto gravi conseguenze nonostante l’accaduto e continuassero a fare quello che facevano precedentemente allo scioglimento del loro Ordine.

Il Papa era sprovveduto oppure altre erano le motivazioni che lo avevano accompagnato in questa sua scelta?

La situazione, anche da queste poche frasi, lo capiamo, era complessa. E non voglio qui addentrarmi in tali dinamiche.

Qualcuno potrebbe obiettare che Giuseppe Pierotti, il pittore e scultore vissuto nel XIX secolo, fosse di Castelnuovo di Garfagnana e non di Lucca. E che Cesare non fosse il padre.

Su uno stato di famiglia che mi fu dato datato a partire dal 1767, anno di nascita di Lorenzo Pierotti, padre di Cesare, era riportato il nome dei due figli di Cesare, Giuseppe e Bartolomeo. Il primo risultava nato nel 1826 e deceduto nel 1884. I cugini ufficiali di Giuseppe, garfagnini e legati alle vicende rivoluzionarie garfagnine del 1834 di stampo liberale, furono protetti successivamente in Lucca, intorno al 1840, da quel Duca Carlo Ludovico di Borbone-Parma molto amico della famiglia di Cesare (un congiunto fu pure il Ministro delle Infrastrutture del tempo). Cesare è deceduto a Sant’Alessio di Lucca nel 1901 e qui una proprietà ha al suo interno un affresco (Villa Algerini) che per le sue caratteristiche pittoriche ricorda da vicino le opere del pittore Giuseppe Pierotti. Una perizia grafica potrebbe sicuramente svelarne l’arcano.

A ogni modo il contesto politico e sociale di Cesare e dei cugini di Giuseppe è lo stesso, caratterizzato dalle medesime appartenenze, anche parentali. I celebri fratelli Fabrizi, originari di Sassi Eglio in Garfagnana e coinvolti nelle questioni del periodo massivamente, sembra siano cugini dei Pierotti Garfagnini. E anche Cesare e gli Amici del Popolo furono in piena sintonia con questi ambienti e con gli stessi fratelli Fabrizi.

Senza contare le numerose proprietà della famiglia di Cesare che erano dislocate sul territorio della Media Valle e, non ci sentiamo di escluderlo, anche garfagnine. Peraltro una cugina di Cesare, tale Assunta Pierotti di Valdottavo, aveva una lettera indirizzata a Cambrai Digny, sindaco di Firenze «capitale» ed ex Governatore Napoleonico di Castelnuovo di Garfagnana, al pari di altre due congiunte, ossia tali Elena e Cesira (tutte lettere presenti alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze). Le lettere in questione sono tutte indirizzate al medesimo sindaco ex Governatore di Castelnuovo. Una amicizia che evidentemente partiva da lontano.

Ce n’è abbastanza per fotografare un’epoca.

Giuseppe Pierotti in una sua lettera del 1856 indirizzata all’amico Gino Capponi scrive testuali parole: «Capponi mio, il cavaliere è tuo, non è mio» con riferimento a scavi archeologici del periodo a Castelnuovo Garfagnana. Chiaramente i Capponi erano stati Gran Maestri del Tau fino al Cinquecento, quando tentarono un’ultima carta per salvare l’Ordine dalle grinfie di Cosimo de’ Medici.

La famiglia di Giuseppe aveva un ruolo da Gran Maestro, vista la lettera, in altro cavalierato. E a Lucca la scelta dei cavalierati e della loro presenza sul territorio, escludendo, vista la lettera, il Tau, si riduce, nel 1200, ai Templari e ai Cavalieri di San Giovanni. Quali dei due? Poco importa. Forse, viste le considerazioni del Professor Mencacci in una sua pubblicazione, Templari a Lucca, in loco si trattava di una sorta un oligopolio molto monopolizzato.

Andavano troppo in accordo con Francescani e Domenicani per non sospettarlo, senza contare la vicinanza geografica e la comunione spirituale. Ma noi non ci addentriamo in questi grovigli perché sappiamo che ciò che ci interessa sono le difficoltà di Giuseppe nella sua epoca.

Come artista.

I Santi in Paradiso c’erano ma nel 1855 Pio IX decise di firmare il Concordato con l’Austria che di fatto pose fine a ogni velleità dei cattolici liberali. Velleità che includevano la possibilità di riagganciare attraverso il Movimento di Oxford l’ambiente protestante inglese a quello cattolico. Anche la questione nazionale italiana si fece in proposito particolarmente confusa e complessa.

Ho chiesto chiarimenti via e-mail alla Fondazione Matteucci di Viareggio su Giuseppe Pierotti, visto che avevano i riferimenti dello stesso ad Angelo De Gubernatis, ma non mi hanno risposto. A volte le e-mail vanno e vengono, ho pensato. Comunque sarebbe stato interessante scoprire i reali rapporti tra il De Gubernatis e un tale artista. A ogni modo è probabile che la Fondazione, viste le dimenticanze nei suoi riguardi, non abbia potuto suggerire ulteriori fonti di ricerca.

Almeno questo ho voluto pensare. Anche su wikipedia si sottolinea al riguardo che il nostro, pur essendo celebre nella sua epoca, visto che rimase legato a parametri accademici senza rientrare nell’orbita dei macchiaioli suoi amici e compagni di studi; e visto che è deceduto relativamente giovane, non abbia potuto coltivare meglio i risultati esimii della sua arte. Tant’è. Con questo articolo però desidero chiarire meglio i risvolti politici delle vicende.

Per rendergli omaggio.

Nello scenario politico internazionale che lo riguardava mi ci sono imbattuta per puro caso, avendo incontrato sul mio cammino di studi tale Padre Gioacchino Prosperi (Lucca 1795-1873), in rapporti di parentela e affinità politica, viste le sue carte, con gli ambienti cattolico liberali dei suoi cugini lucchesi.

Ho persino dovuto chiarire su un sito Facebook che fa capo a Venaria Reale alcune sue questioni (di Giuseppe) e di riflesso anche di Padre Prosperi che presumo, come ho riferito agli stessi, non fossero dai medesimi conosciute, viste le loro affermazioni in rete.

Non si rendeva infatti dovuto tributo allo scultore affermando che la statua sita nel parco di Venaria, raffigurante Angelo Brofferio, peraltro in comunione proprio con Padre Prosperi, iniziata dal Pierotti medesimo, sia venuta male perché Giuseppe lasciò a metà l’opera per recarsi nel Nuovo Mondo. E un altro scultore del tempo dovette terminarla. Ora gli stessi disquisivano sul fatto che Giuseppe fosse andato nel Nuovo Mondo per ragioni diciamo commerciali, perché qui magari chiamato per lavorare ad altre commissioni. Dunque anziché terminare quel lavoro iniziato avrebbe, a detta degli stessi, preferito andare altrove in modo non proprio professionale. Ho ricordato che i morti non vanno così classificati senza conoscere le reali dinamiche del tempo.

Non dimentichiamo, e quanto scriverò chiarisce il tutto, che le ragioni profonde dello spostamento in terre diverse di questi artisti non erano solo commerciali ma più spesso politiche. Dovevano infatti rispondere a famiglie e situazioni ben precise che ne caratterizzavano l’arte.

Non sono laureata in storia dell’arte ma in storia, comunque proverò a definire il personaggio, la sua arte e le questioni anche gravi che lo segnarono profondamente.

E con lui un’intera epoca.

Egli fu allievo all’Accademia Fiorentina del Bezzuoli e del Gazzarrini. Compagno di studi e in comunione con personaggi come Giovanni Fattori e Telemaco Signorini. A questi scrisse una lettera presente alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze in cui chiedeva di piazzargli delle opere. I tratti della sua pittura ricordano da vicino quei chiaroscuri che furono propri dei nostri grandi macchiaioli. Lui usò il colore in modo esimio, pur spesso non abbracciando i temi dei grandi macchiaioli, come le vicende risorgimentali in se stesse, ma privilegiando nature morte, temi religiosi, paesaggistici relativi ai luoghi che il nostro frequentò, «in primis» Firenze. Ma non solo. Troviamo anche Venezia e molti altri siti. La ritrattistica fu un’altra sua grande passione. Lui stesso si ritrasse e i suoi autoritratti sono presenti nei corridoi degli Uffizi.

Era molto amico non solo di Gino Capponi, il noto politico fiorentino, ma di tutto quell’ambiente culturale e politico: l’Abate Lambruschini, Cosimo Ridolfi, Antinori, e Bettino Ricasoli. Ma anche il grande Martelli che caratterizzò in seguito l’ambiente culturale non solo fiorentino ma di Castiglioncello, in provincia di Livorno. Tutti frequentanti a Firenze il Caffè Michelangiolo.

Fece un bellissimo quadro, oggi di proprietà degli eredi di Cosimo Ridolfi, della tenuta di Meleto del Barone Ricasoli, dove Cosimo Ridolfi istituì una scuola d’eccellenza di agraria. Tale quadro è stato gentilmente offerto a Palazzo Medici-Riccardi in Firenze in occasione dei 150 anni dell’Unità nazionale nel 2010 per una mostra.

C’è poi un affresco presente dentro una villa sita in Sant’Alessio di Lucca, Villa Allegrini. Ricorda da vicino anche per un non addetto ai lavori, che osserva le opere del pittore e scultore, la sua mano. Ritrae la villa medesima ai tempi di Giuseppe. Per le indicazioni date in rete parrebbe attribuita ad altro artista che ha affrescato il resto dei saloni, ma una perizia forse sarebbe anche auspicabile. Il gesto grafico e l’uso del colore lo ricordano inesorabilmente. In Sant’Alessio è deceduto quel Cesare cui ho fatto riferimento, nel 1901, e le vicende politiche che descriverò possono confermare questi seri dubbi.

Il nostro, apprezzatissimo non solo in Italia ma anche all’estero (fu a Parigi nel 1855), a Londra scolpì un busto raffigurante Lord Charles Fox, ora presente nei locali dell’Università di Oxford. Chi era costui? Esattamente il fondatore principale del partito Whig, le cui costole oggi sono i conservatori e i laburisti inglesi.

Colui che già nel Settecento combatté la schiavitù nel Nuovo Mondo. Per la precisione all’epoca in cui Giuseppe scolpì il busto, il nipote di Lord Charles Fox, ossia Lord Henry Holland Fox, che tanto peso politico aveva avuto nelle vicende italiane, era già deceduto, esattamente nel 1840. Per cui solo gli eredi avrebbero potuto commissionargliela. Evidentemente l’amicizia di Giuseppe con loro veniva da lontano.

Lord Henry Holland era stato prima a Napoli, poi a Firenze e Lucca, il plenipotenziario inglese che aveva sostenuto la politica bonapartista di Gioacchino Murat e successivamente del Granduca di Toscana e del Duca Carlo Ludovico di Borbone-Parma in Lucca. Quando in ballo per l’Italia c’erano le questioni unitarie federaliste col concorso dei cattolici liberali. In Londra fino al 1845 i cattolici liberali sostennero il neonato Movimento di Oxford che auspicava un recupero dei rapporti tra Roma e Londra, poi naufragato per le difficili situazioni politiche italiane nel proseguo delle vicende unitarie. Lord Henry Holland e la sua intera famiglia avevano sostenuto il Lucchese Giuseppe Binda, spia di Murat, poi fedele bibliotecario di Lord Holland in Holland House in Londra e successivamente negli Stati Uniti genero del Generale Sumter e Console Americano a Livorno, anche lui a partire dal 1840 invischiato in complesse dinamiche politiche che ho descritto in rete, sin qui poco accolte dalla storiografia ufficiale se non con riferimenti che alcuni documenti rintracciati smentiscono apertamente.

Binda era nato in Via San Giorgio a Lucca e la sua famiglia apparteneva da generazioni ai Chierici Regolari Lucchesi, nella cui chiesa erano sepolti e dove avevano gravitato anche i congiunti di Cesare Pierotti. Le rispettive cognate del Binda appartenevano a famiglie cittadine (i Francesconi e i Guidotti) che erano le stesse con cui Cesare e i suoi si erano imparentati. I Francesconi erano i celebri medici lucchesi e i Guidotti gli editori della Curia Lucchese con cui anche Padre Prosperi pubblicava. Dobbiamo precisare che Padre Prosperi, come il Cesare citato, era di fatto un cattolico rivoluzionario che aveva sempre avuto campo libero, visti gli agganci politici e le pregresse situazioni politiche millenarie di famiglia in Italia e fuori.

Dunque non casualmente Giuseppe Pierotti scolpì quello splendido busto che ritrae Lord Charles Fox proprio in Londra. Non era Giuseppe come Cesare e il congiunto Padre Gioacchino Prosperi, ma potrei citare lo stesso Giuseppe Binda, un cattolico liberale qualsiasi. Faceva parte di un gruppo, che come ben comprendiamo, a partire dal Settecento e fino almeno al 1855 nutriva non solo speranze ma anche certezze verso una confederazione dove il Pontefice avrebbe sì avuto l’ultima parola, ma non in termini politici, bensì ideologici. Perché queste frange auspicavano la fine del potere temporale dei Papi. Un «cugino» di Giuseppe, Ermete Pierotti, nato a Pieve Fosciana in Garfagnana nel 1820 lo pubblicò in un libro presente oggi alla Capitolina a Roma dal titolo Il potere temporale dei Papi al cospetto del tribunale della Verità nel 1870, quindi quando ormai i giochi erano fatti. Se lo poteva permettere. Stessa cosa possiamo dire per Padre Gioacchino Prosperi che pubblicò da Rosminiano un libro nel 1844 a Bastia, in cui come Ermete dichiarava, anche se in tono minore, che la persona coinvolta in questo percorso politico era il Cardinale Bartolomeo Pacca, ex Segretario di Stato Vaticano, colui che avrebbe dovuto essere eletto Papa al posto di Pio VIII e che assunse invece tale carica prestigiosa e determinante. Papa Pio IX, Padre Francescano come Padre Prosperi, che ben conosceva vista una lettera dello stesso Prosperi presente all’Archivio di Stato di Siena dove egli descrive la sua visita in Vaticano durante i lavori preparatori del Concilio Vaticano I nel 1869 a Monsignor Bernardino Donati, Canonico nel Duomo di Siena, dové nel 1855 firmare il Concordato con l’Austria che di fatto pose fine a ogni auspicabile velleità rivoluzionaria. Fino a quella data la collaborazione tra le frange cattolico liberali più accese e gli stessi democratici, anche mazziniani, come appare nelle carte rintracciate, fu decisiva ed evidente. Nulla era stato scritto fino a quella data contro una possibile volontà generale unitaria ma federalista nella Penisola Italiana. Anzi la collaborazione con i democratici era al «top».

Queste sono le reali motivazioni della «debacle» artistica di Giuseppe Pierotti dopo il suo decesso. Venne oscurato dal tempo giustiziere e come tale talvolta spietato, come ebbe a dire Luigi Venturini, il biografo di Padre Gioacchino Prosperi, anche per il suo «assistito» nel 1926 in una pubblicazione milanese per l’editore Tyrrenia dove descriveva gli «strani» viaggi di Prosperi in Corsica negli anni Quaranta del XIX secolo, che Venturini ben conosceva, come lascia trapelare, ma che anche nel 1926 non può descrivere in maniera più esplicita nel loro significato politico.

Credo che il bicentenario della nascita di Giuseppe possa meritare un maggior coinvolgimento. I suoi cugini di Pieve Fosciana nel 1834 si adoperarono per i moti mazziniani del periodo e vennero ospitati fino al 1840 da quel Duca Carlo Ludovico di Borbone-Parma in Lucca che era particolarmente coinvolto proprio con Padre Prosperi e con le frange mazziniane cui anche Cesare apparteneva. Insieme a Polissena, vedova di Ciro Menotti, e suo figlio, coinvolti tutti in quei moti. L’Arte, la grande Arte, per sempre. Contro ogni retorica e ogni partigianeria.

(aprile 2026)

Tag: Elena Pierotti, Giuseppe Pierotti, Lord Charles Fox, Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Giuseppe Binda, Gino Capponi, Cosimo Ridolfi.