Cartografia e colonialismo
La costruzione di una immagine planetaria
da ridefinire
La presentazione recente di un libro del giornalista esperto di rapporti internazionali Dario Fabbri mi ha suggerito alcuni studi da me seguiti in passato relativi ai rapporti tra la cartografia e il colonialismo. Più precisamente ho spesso incontrato le vicende di celebri e meno celebri cartografi (spesso celebri nella loro epoca e dimenticati, a voler pensar male, per ovvi motivi). Per tale ragione mi prefiggo qui di ridefinire alcuni passaggi anche in questo caso non così casualmente trascurati dalla storiografia ufficiale.
L’immagine del pianeta così come noi Occidentali oggi l’abbiamo, di fatto è superata. Guai a dirlo, ci dice Dario Fabbri. Eppure la nostra visione centralizzata e incentrata prioritariamente sull’asse Stati Uniti-Europa, così come si definì dopo il Secondo Conflitto Mondiale e che era retaggio del colonialismo preesistente, ha poca ragione d’essere. La cartografia, potremmo in questo caso dire, dovrebbe riaggiornarsi. Parliamo da Occidentali spesso di identità politiche guardandole dall’alto, senza considerare che le etnie e quindi i gruppi dominano la scena internazionale, non singoli individui. E che da sempre sono stati i popoli intesi come etnie, gruppi, a modellare le vicende umane, non il singolo, neppure potente.
Dietro a queste affermazioni attualissime ci sono ormai secoli di costruzione dell’individuo e con lui in Occidente di una visione coloniale della realtà. Esportata? Forse non troppo.
Nel 2021 Rai Cultura presentò un interessante documentario sulla notte europea della geografia, che si svolse il 9 aprile di quell’anno. La cartografia venne vissuta a partire dalle scoperte geografiche come strumento di potere, come una vera e propria ricostruzione di un percorso ideologico oltre che politico. Così avvicinandomi ai personaggi incontrati sul mio cammino posso definire in proposito circa il nostro Paese una vera e propria dinastia che ha costituito quasi una fondazione della cartografia in Italia: l’Istituto Geografico De Agostini di Novara.
Sin da bambina ha accompagnato i miei studi, il percorso scolastico di ognuno e non solo. Eppure niente sapevo di questa realtà imprenditoriale e ancor meno di questioni cartografiche sino a quando non ho incontrato i miei «personaggi dimenticati» dal tempo giustiziere e per tale motivo talvolta spietato.
Naturalmente le dimenticanze in questo caso non sono casuali ma frutto di una bene orchestrata volontà generale.
La dinastia De Agostini lo dimostra.
Incontro nelle miei ricerche un personaggio di cui a Vercelli, terra dove ha a lungo vissuto, era di casa e ha fatto la storia della città nella sua epoca. Un particolare editore, prima un religioso, poi a partire dal 1848 un laico che l’anno successivo si sposa addirittura con una donna inglese e protestante, Adelaide Galli Dunn, figlia questa di Fiorenzo Galli di Carrù, provincia di Cuneo, un celebre patriota quest’ultimo del periodo che a lungo rimase a Londra per ragioni politiche, e di Luigia Dunn. Il tutto così descritto può apparire banale ma il Galli era cugino degli Arpesani di Milano che hanno costruito la storia della città meneghina e ancora oggi Milano vede al centro dell’attenzione le vicende che hanno coinvolto i congiunti di Fiorenzo.
Luigia Dunn poi era Ebrea di origine e cugina del pittore David, colui che servì a lungo la causa napoleonica. Ce n’è abbastanza perché si apra un mondo.
Il nostro Gioacchino De Agostini dunque, che era nato a Torino nel 1808, e che oltre che professore in vari istituti piemontesi quando era un religioso divenne col fratello Paolo un editore di successo, viene annoverato addirittura come l’antesignano del moderno giornalismo piemontese. Maestro dei principali uomini del nostro Risorgimento tra cui Quintino Sella (presso la Fondazione Sella ho potuto reperire sue notizie), è stato poi annullato dalla storiografia perché gli uomini che costruirono il Risorgimento Italiano, che furono cattolici progressisti e che non si allinearono a una visione molto partigiana e italica come fu quella risorgimentale ma continuarono ad abbracciare una realtà più ampia in Europa, vennero marginalizzati. Non solo dalla Chiesa ma anche dal neonato Stato Unitario e dalla successiva storiografia, eccezion fatta per quella d’epoca fascista che avrebbe voluto fare i conti sia con la Chiesa che con il liberismo senza regole degli anni giolittiani, molto liberal e poco sociale, ma che fu travolta dagli eventi bellici. Così almeno dicono i documenti rintracciati.
L’ultimo dopoguerra mai ha avuto voglia nel nostro Paese di misurarsi con una storia nazionale troppo poco in linea con i principi che furono della Democrazia Cristiana andata al potere e ancor meno del potente, ma all’opposizione, Partito Comunista. Tutto congelato dunque, senza rimandi.
Eppure i De Agostini, gli editori cartografi celebri in Patria e fuori, non sono certamente poca cosa.
Gioacchino De Agostini e suo fratello Paolo, che all’epoca dei fatti aveva tipografia in Via della Zecca a Torino, oggi Via Verdi, sono davvero cugini o lontani cugini degli editori De Agostini, anche loro con un fratello religioso che in Patagonia si spese e che fece della cartografia il suo campo di battaglia? Parrebbe proprio di sì. Diremmo, niente di nuovo sotto il sole.
Ma magari il sole è stato oscurato.
In Piemonte, ai tempi delle mie ricerche, un celebre personaggio mi fece notare che non doveva trattarsi solo di omonimia ma si zittì e non andò oltre.
Basandomi sulle assonanze nelle mie ricerche ho perciò ricostruito un quadro.
Il fondatore della Casa Editrice che tutti conosciamo è Giovanni De Agostini, nato in Piemonte, a Pollone, nel 1863. Era figlio di Lorenzo e di Caterina Antoniotti e, dopo essersi dedicato a indagini immunologiche (tra le quali quelle sul lago d’Orta e sui crateri del Lazio) fondò nel 1901 a Roma l’Istituto Geografico De Agostini, che pubblicò la carta d’Italia, atlanti scolastici, carte murali e altre opere che contribuirono a dotare l’Italia d’una cartografia moderna, e iniziò a partire dal 1904 la pubblicazione del Calendario Atlante De Agostini. Trasferito l’Istituto da Roma a Novara nel 1908, continuò a farne parte fino al 1920, quando passò ad attività privata. Nel 1928 fondò a Milano un analogo Istituto Editoriale. Il fratello minore Alberto Maria, nato sempre a Pollone nel 1883, entrò in seminario giovanissimo e nel 1909 venne ordinato sacerdote salesiano. Scelse di diventare missionario nelle zone meridionali dell’Argentina e del Cile, dove i Salesiani fin dal 1875 operavano a favore degli ultimi Indios. Dopo essersi a lungo speso in quei luoghi morì in Italia a Torino il 25 dicembre 1960 presso la Casa Madre dei Salesiani.
Quali sono dunque le assonanze tra i fratelli Paolo e Gioacchino De Agostini e gli editori De Agostini Giovanni e il fratello Alberto Maria?
I comuni interessi geografici e scientifici e il particolare rapporto col mondo salesiano. Ricordiamo l’abate piemontese Peyron e Pio Brunone Lanteri, che furono sia per Don Bosco, fondatore dei Padri Salesiani, che per Gioacchino De Agostini e suo fratello Paolo, punti di riferimento.
Ci sono poi numerose assonanze nei rispettivi nomi familiari.
Gioacchino De Agostini ebbe due figlie che chiamò Luigina e Lorenzina. Luigina era il nome della nonna materna (Luigia Dunn); Lorenzina era nome riferito a un Lorenzo, che ritroviamo tra i congiunti degli editori novaresi. Lorenzo de Agostini era il padre di Giovanni e Alberto Maria. E una figlia di tale Lorenzo era Margherita De Agostini (sorella degli editori novaresi). Margherita Tacchini fu madre di Paolo e Gioacchino (chiamata così come la nonna materna?). Giovanni De Agostini portava il nome di suo nonno? Perché Giovan Battista De Agostini era stato il padre di Paolo e Gioacchino. Quel Lorenzo de Agostini poi era gravitato a Londra come Paolo e Gioacchino ed era stato qui costruttore di biliardi intorno a quel British Museum che all’epoca pullulava di fuoriusciti italiani.
Tutto questo per chiarire che i silenzi non avrebbero dovuto giovare a nessuno. Ed evidentemente giovarono. Giovarono così tanto che i nostri eroi tanto vicini agli editori lucchesi, probabilmente agli stessi editori Guidotti della Curia Lucchese, con cui l’amico Gioacchino Prosperi pubblicava, furono sempre in assonanza tra loro.
Qualche esempio. Il protagonista della mia tesi, appunto Padre Gioacchino Prosperi, in Piemonte collaborò a lungo, come risulta dalle lettere, con Gioacchino De Agostini. Erano tutti in sintonia con gli ambienti dell’abate Peyron e successivamente dei Salesiani e di Don Bosco in particolare. Don Bosco frequentò a lungo Lucca, in amicizia con Monsignor Almerigo Guerra ma non solo. Anche la famiglia lucchese Lucchesini, che era direttamente imparentata e vicina a Padre Prosperi, frequentò a lungo in Piemonte l’abate Peyron. E potremmo continuare.
Quello che a noi interessa davvero però sono i risvolti politici di tali comportamenti.
Un Ermete Pierotti, vicino agli ambienti lucchesi citati, ma anche piemontesi, divenne in Europa colui che a Londra collaborava con membri della Royal Society come il Reverendo protestante Bonney, che è un po’ un padre per la cartografia inglese. E lui stesso fu cartografo internazionale pubblicando a Parigi presso la tipografia Roscthild a sei mani con Ernest Renan e il conte George le Vogue. Non proprio personaggi insignificanti.
Quindi la cartografia (Pierotti scriveva in una lettera conservata negli archivi del Senato a Cesare Correnti, che era all’epoca il direttore dell’Istituto Cartografico Italiano), madre di tutte le scienze «esatte», così potremmo definirla, rappresentava più di ogni altra realtà scientifica del periodo la strada maestra per affermare un colonialismo politico che mai venne meno, neppure dopo la Prima Guerra Mondiale, tanto meno dopo la Seconda. E che ancora oggi accompagna i nostri sonni più o meno tranquilli.
A volte alcune riflessioni storiche, alcune ricerche apparentemente banali, possono proiettare mondi del tutto imprevedibili.
Tutta la nomenclatura italiana, anche meridionale, non ultimo lo stesso Pasquale Galluppi, citato da Padre Prosperi e dal De Agostini nelle loro memorie, rappresentò il filo conduttore di una politica comune a tutto lo Stivale preunitario, e solo successivamente fu definita frammentaria e poco credibile. Per, e a pensar male evidentemente si fa peccato ma ci si azzecca, screditare e annullare chi davvero l’aveva costruita.
