Holodomor: il genocidio degli Ucraini
Una delle più grandi tragedie del
Novecento

Enrico Martelloni, Holodomor, di proprietà dell'Autore
Quelli di novembre sono i giorni della memoria dell’Holodomor Ucraino. Il neologismo è derivato dall’espressione ucraina «moryty holodom», «la morte per fame», quando l’Ucraina sotto il giogo sovietico perse la sua Storia, la sua lingua, la sua gente.
Furono tre gli Holodomor, ma quello più noto è il genocidio del 1932-1933. Al primo, compiuto negli anni del «Terrore rosso» del 1921-1922, seguì il secondo già sotto Stalin. Il 30 agosto 1918, infatti, all’ex stabilimento di Mikhelson nel distretto Zamoskvoretsk di Mosca, la ventottenne Fanny Kaplan ferì gravemente Lenin con tre colpi di pistola. Questo evento assieme all’omicidio a Pietroburgo di M.S.V. Urytstky capo della Repubblica Ceca, decise l’inizio del terrore che portò alla morte milioni di persone.
Nel 1921-1922, con l’invasione della Repubblica Ucraina da parte di Lenin, ci furono le requisizioni delle zone «infide» che provocarono il primo dei tre Holodomor, per affamarle e reprimerle completamente. Vasilij Grossman descriverà in Tutto scorre questa tragedia, confermata da Conquest, con quello che seguì 10 anni dopo per volontà di Stalin e che si ripeté nel 1946-1947, questa volta a scapito delle città.
In Ucraina dalla rivoluzione bolscevica al 1939, furono uccisi 9 milioni di persone, di questi tre milioni erano bambini, oltre due milioni di poveretti furono imprigionati e deportati nei lager di Vorkuta, alle Solovki, Jagodnol, Adak, Magnitogorsk, Norilsk, Magadan e nel lager di El’Gien nella Siberia Nord-Orientale che era per sole donne.
In quegli anni il regime era contrastato dalle decine di rivolte in Galizia, Volina, Podolia, Sumi, Poltava e altre zone, sostenute dall’organizzazione dell’OUN creata nel 1929 da Ievghen Konovalez e poi dal 1940 retta da Bandera e dall’Organizzazione militare dell’UPA.
Nel 1932 seguì lo sterminio dei Kulaki e di quanti, a prescindere dalla collocazione sociale e dal reddito, sostenevano il popolo agrario ucraino che combattè Stalin e il comunismo. La morte per fame provocò dai 6 ai 7 milioni di vittime, comprese quelle del Kazakistan. Il popolo ucraino era ostile ai Kolchoz e ai Sovkholz socialisti, questi ultimi gestiti direttamente dallo Stato, che costrinsero in un primo tempo i proprietari a macellare gli animali e a non cederli alle cooperative, oppure in alcuni casi, a resistere alle pretese della milizia.
In una delle terre più fertili al mondo, milioni di persone furono private, in quegli anni, in modo sistematico di tutte le riserve alimentari fino all’ultimo sacco di grano e di altre derrate. La conseguenza della confisca, che sarebbe stata distribuita agli operai moscoviti delle aziende delle città industriali e al pagamento dei prestiti e «leasing» ottenuti dai Paesi Occidentali come USA e Francia, Italia compresa, fu l’ecatombe.
Milioni di persone, costrette a non uscire da paesi e villaggi, si trovarono sotto il deliberato disegno della morte per fame fino al cannibalismo e alla follia. Nella primavera del 1933 morirono per fame 17 persone al minuto, 1.000 ogni ora, 25.000 al giorno.
Nulla era più trapelato dalla rigida censura sovietica fin da allora. Nel 1935 la legge delle «cinque spighe» sottolineò il grado dissoluto del genocidio. Nessuno più ebbe la forza di denunciare i crimini su migliaia di bambini che per quella legge morirono, o furono tolti alle famiglie per aver raccattato da terra cinque spighe di grano mietuto.
Dopo la deportazione dei Tatari dalla Crimea in Siberia nel 1944, il terzo Holodomor toccò alle città ucraine che subirono quello che la campagna aveva già subito nel 1932-1933. L’oblio del genocidio ucraino calò nel 1954, con l’ultima resistenza dell’Esercito Indipendente Ucraino di liberazione (EIU), capeggiato prima da Roman Shukehevych e, alla sua morte, da Vasile Kuk, sulla memoria collettiva per il sistema intimidatorio del regime sovietico che obbligò al silenzio l’intera popolazione fino agli anni Ottanta del secolo appena trascorso.
