Un’Ausiliaria speciale della Repubblica Sociale Italiana: Fiorenza Ferrini e la sua lunga vita (1923-2017)
Onore alla memoria e alla perseveranza nella fede

Le Ausiliarie della Repubblica Sociale Italiana hanno scritto pagine indimenticabili circa il loro impegno patriottico, e talvolta militare, offerto nel tragico biennio 1944-1945, quando le sorti dell’immane conflitto erano facilmente immaginabili, senza che il destino incipiente inducesse resipiscenze o ripensamenti, né tanto meno tradimenti. Coerenti fino alla fine, quelle 10.000 Ausiliarie, tutte rigorosamente volontarie, diedero una lezione di vita e di coerenza morale che, piaccia o meno, fanno parte ineliminabile della storia d’Italia. Parecchie di loro andarono incontro all’estremo sacrificio senz’altra fede all’infuori di quella in una Patria ferita mortalmente, ma destinata a sopravvivere nella coscienza e nell’impegno delle sopravvissute, e degli uomini e donne di buona volontà.

Non mancarono esempi straordinari, tra cui è cosa buona e giusta ricordare quello della Fiorentina Fiorenza Ferrini, Veronese di adozione, che avrebbe conservato la fede iniziale durante una lunga vita conclusa agli inizi dell’ottobre 2017 a Villa Carpena, l’antica dimora del Duce, dove aveva voluto trasferirsi alla fine di luglio dello stesso anno, quando aveva avvertito l’imminenza della morte, ma nel medesimo tempo, conservando una straordinaria lucidità di mente e di cuore. Ebbe non poche difficoltà per lasciare la precedente residenza protetta di Negrar, in agro veronese, ma alla fine, anche grazie alla famiglia Morosini nuova proprietaria della Villa, ebbe modo di prendere possesso del suo ultimo rifugio, carico di ricordi per lei inobliabili. Non a caso, parlando di Mussolini, per il quale nutriva un’ammirazione assoluta, lo avrebbe definito come «uomo onesto ed incorruttibile come nessuno».

Fiorenza aveva fatto parte attiva del SAF (Servizio Ausiliario Femminile) quale componente maggioritaria delle forze ausiliarie, pari a circa due terzi degli effettivi: diversamente da quella di altri reparti femminili, il SAF aveva in dotazione armata la sola rivoltella, con l’obbligo di utilizzarla esclusivamente per lo scopo della difesa personale, ma il suo ruolo etico ebbe una funzione certamente importante nel sostenere uno sforzo bellico che iniziava a manifestare segnali di crisi, pur nella presenza di formazioni militari pronte a tutto, fino all’estremo sacrificio, come nei sogni messianici di Alessandro Pavolini, destinati a dileguarsi nella triste primavera del 1945 fino al tragico epilogo di Dongo, e subito dopo, di Piazzale Loreto.

A Villa Carpena, la vecchia Ausiliaria Fiorenza avrebbe atteso la morte per il suo ultimo trimestre di vita, compiacendosi di poterlo trascorrere nel medesimo luogo che aveva visto la lunga presenza di Rachele Mussolini e dei suoi cinque figli, e che le veniva offerto dalla partecipe disponibilità dei nuovi proprietari. Come è stato rammentato da chi la conosceva bene, era diventata «un caleidoscopio di flebo e drenaggi» ma la mente era lucida e gli occhi erano limpidi, come quando aveva deciso di diventare Ausiliaria nonostante l’opposizione del padre, di fede fascista e tuttavia deciso a preservare la figlia da un’avventura non certo a lieto fine. Nondimeno, Fiorenza ebbe la meglio, e una volta arruolata non volle fare la segretaria né l’attendente ma pretese e ottenne di agire quale stretto supporto delle Forze Armate.

Il 25 aprile trovò chiuso il portone della chiesa di consueta frequentazione, ed ebbe la fortuna di ottenere aiuto risolutivo in un partigiano della Democrazia Cristiana, per il quale avrebbe sempre conservato una viva riconoscenza, affermando con forza che «gli uomini debbono essere giudicati dal loro cuore, e non dal colore che portano addosso». Subito dopo, decise di trasferirsi momentaneamente in Gran Bretagna per sfuggire alla «caccia al fascista» ma fu colpita dalla tbc (tubercolosi, all’epoca non ancora curabile tramite la terapia antibiotica) con la perdita di un polmone. Poi, tornata a Verona, molte altre porte le furono chiuse in faccia, ma Fiorenza venne assunta dalla Fiera Campionaria dove rimase molto a lungo, per poi trasferirsi in una Casa di Cura del capoluogo scaligero, in qualità di segretaria. Nello stesso tempo, non avrebbe trascurato di dare una mano d’aiuto a Villa Carpena, e soprattutto alla «Piccola Caprera» di Valeggio sul Mincio, punto d’incontro del reducismo e di parecchie ex Ausiliarie.

Fiorenza non abbandonò mai il basco di dotazione, che portava volentieri come espressione del suo impegno, e che non si tolse mai, al pari della medaglia col simbolo del Servizio Ausiliario Femminile. Negli ultimi mesi di vita trascorsi nella nuova residenza romagnola, amava raccontare della sua «giovinezza trascorsa senza paura» coltivando i propri ideali sino alla fine, evocando la storia che aveva vissuto in prima persona, e rammentando le lacrime disperate che aveva versato il 25 aprile, alla catarsi della Repubblica Sociale. In tutta sintesi, ha dato un esempio straordinario di fede, che dopo la sua scomparsa è stato onorato da una moltitudine altrettanto straordinaria di estimatori, tramite la disponibilità di Internet a ospitarne i messaggi.

La progressiva riduzione delle Ausiliarie sopravvissute non ha impedito a Fiorenza di mantenere contatti attivi fino a quando è stato consentito dalla legge impietosa del tempo che scorre. Si deve aggiungere che non è mancata la sua testimonianza attiva, compresa quella editoriale, riguardante le opere compiute durante il Ventennio, e i progressi oggettivi che ne conseguirono, anche se, alla fine, «è andata come è andata».

L’Ausiliaria «speciale» Fiorenza Ferrini ha lasciato un segno importante della sua esperienza, da una parte grazie alla coerenza di tutta la vita, e dall’altra parte, con la volontà di affidare l’ultimo scorcio della propria esistenza, non già all’anonimo ospedale di Negrar, ma a un luogo in qualche misura a lei «sacro» come Villa Carpena, dove le sembrava di cogliere ancora, dopo circa tre quarti di secolo, qualche sommessa reminiscenza del Ventennio: un’epoca che Fiorenza aveva apprezzato nelle «cose buone» e nella rottura con il clima moderato della vecchia Italia post-risorgimentale, sognando un avvenire radioso che la Seconda Guerra Mondiale avrebbe sciolto come neve al sole. In ogni caso, resta un esempio di fede e di amore patrio davvero adamantino, che in una stagione di consumismo e di solipsismo prevalenti, come quella oggi in essere, è certamente giusto e moralmente doveroso apprezzare e valorizzare.

(aprile 2026)

Tag: Carlo Cesare Montani, Fiorenza Ferrini, Famiglia Morosini, Alessandro Pavolini, Benito Mussolini, Rachele Guidi Mussolini, Villa Carpena, Negrar di Valpolicella, Dongo, Piazzale Loreto, Gran Bretagna, Verona, Valeggio sul Mincio, biennio 1944-1945, Servizio Ausiliario Femminile, Democrazia Cristiana, Fiera di Verona, Piccola Caprera, 25 Aprile, Ventennio, Seconda Guerra Mondiale.