I Gesuiti riconosciuti «Giusti tra le
Nazioni» e altri coraggiosi membri della Compagnia di Gesù
Conoscere, comprendere e non dimenticare
Durante la Seconda Guerra Mondiale, i membri della Compagnia di Gesù vittime della repressione nazista furono 152. Di questi, 43 vennero trucidati nei campi di sterminio, 27 morirono in carcere, e 82 in altri modi.
Alcuni di loro sono stati beatificati, per altri è stato aperto il processo di canonizzazione. Il motivo dell’eliminazione fu una presenza attiva dei religiosi nelle diverse operazioni umanitarie che vennero promosse in opposizione al Terzo Reich. Unitamente a ciò, sono 14 i sacerdoti gesuiti ufficialmente riconosciuti come «Giusti tra le Nazioni» dall’istituto «Yad Vashem» di Gerusalemme per aver salvato Ebrei durante la persecuzione nazifascista.
Tali figure generose accolsero l’appello di Pio XII contenuto nel radiomessaggio del 24 agosto 1939. Al riguardo, il Papa – rivolto ai governanti del tempo – chiese di continuare a trattare per salvare la pace. In tale occasione affermò tra l’altro:
«Noi li supplichiamo per il sangue di Cristo, la cui forza vincitrice del mondo fu la mansuetudine nella vita e nella morte. E supplicandoli, sappiamo e sentiamo di aver con Noi tutti i retti di cuore; tutti quelli che hanno fame e sete di Giustizia – tutti quelli che soffrono già, per i mali della vita, ogni dolore.
Abbiamo con Noi il cuore delle madri, che batte col Nostro; i padri, che dovrebbero abbandonare le loro famiglie; gli umili, che lavorano e non sanno; gli innocenti, su cui pesa la tremenda minaccia; i giovani, cavalieri generosi dei più puri e nobili ideali.
Ed è con Noi l’anima di questa vecchia Europa, che fu opera della fede e del genio cristiano. Con Noi l’umanità intera, che aspetta giustizia, pane, libertà, non ferro che uccide e distrugge.
Con Noi quel Cristo, che dell’amore fraterno ha fatto il Suo comandamento, fondamentale, solenne; la sostanza della sua Religione, la promessa della salute per gli individui e per le Nazioni».[1]
Il 24 dicembre 1940 (Radiomessaggio di Natale) il Pontefice invocò un nuovo ordine internazionale basato sulla giustizia, sul rispetto della libertà e dell’indipendenza dei popoli, rifiutando la logica della forza e dell’oppressione; espresse profonda vicinanza a tutte le vittime del conflitto, ai profughi, alle madri rimaste vedove e ai bambini orfani; richiamò i governanti a non calpestare i diritti delle Nazioni più deboli e a porre fine alle stragi.[2]
In tale contesto rimane significativo indicare, tra quanti risposero ai messaggi di Pio XII, anche molti membri della Compagnia di Gesù.
Attraverso uno studio delle loro operazioni riservate, capace di leggere dietro le posizioni ufficiali e diplomatiche, si può individuare anche la direttiva segreta – impartita a livello orale – del Pontefice con la quale si spingeva i Gesuiti (e altri) a proteggere le vittime del conflitto e gli stessi Ebrei.
Basti ricordare, a titolo di esempio, la frase di Papa Pacelli rivolta al rettore della Gregoriana, Padre Paolo Dezza SI (1901-1999): «Eviti di accogliere i militari […] ma per gli altri ben volentieri: civili, Ebrei, perseguitati».[3]
Cardinale Pietro Boetto SI (1871-1946)
In periodo bellico, l’Arcivescovo di Genova era il Cardinale Boetto. Nelle ore più buie del Secondo Conflitto Mondiale contribuì a salvare centinaia di Ebrei. In particolare, sostenne la rete ebraica clandestina di aiuti DELASEM[4] il cui Presidente era il Genovese Lelio Vittorio Valobra (1900-1976).
Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca e l’inizio delle deportazioni, Valobra fu costretto a fuggire in Svizzera. Prima di partire, chiese aiuto al presule. Il Cardinale Boetto accettò di offrire varie forme di sostegno. Lo fece, affidando la gestione della DELASEM al proprio segretario Don Francesco Repetto (1914-1984). Questi, in seguito, sarà riconosciuto «Giusto tra le Nazioni» dallo «Yad Vashem».
Don Repetto trovò appoggio in autorità religiose ebraiche e cristiane. In particolare si tratta dei rabbini Riccardo Pacifici (1904-1943) a Genova e Nathan Cassuto (1909-1945) a Firenze (fino alla loro deportazione) e dei Vescovi: Pietro Boetto a Genova, Elia Dalla Costa (1872-1961) a Firenze, Giuseppe Placido Nicolini (1877-1973) ad Assisi, Maurilio Fossati (1876-1965) a Torino, Alfredo Ildefonso Schuster (1880-1954) a Milano e Antonio Torrini (1878-1973) a Lucca.
Per poter gestire l’operazione di distribuire i fondi ricevuti Don Repetto poté avvalersi della collaborazione di alcuni volenterosi «corrieri di valuta». Si trattò di Ebrei come Raffaele Cantoni, Giorgio Nissimo Salvator Jona, e – grazie al sostegno offerto a livello locale del Cardinale Boetto – di un nutrito gruppo di sacerdoti genovesi: Don Giovanni Cicali, Don Giovanni De Micheli, Don Alessandro Piazza (che sarà poi Vescovo di Albenga), Don Gian Maria Rotondi, Don Carlo Salvi, Don Natale Traverso, Don Raffaele Storace e Don Giuseppe Viola.
I sacerdoti furono inviati in missione in diverse Curie Episcopali, in Toscana, Umbria, Marche, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia e Veneto, in visite accuratamente pianificate da Don Repetto. Quest’ultimo, nel luglio del 1944, fu costretto a nascondersi in montagna perché ricercato dalla Gestapo.
Nel contesto descritto, è da ricordare anche l’interazione umanitaria a favore degli Ebrei tra la Curia Genovese e il Console Generale Svedese Elow Johannes Kihlgren (1887-1974), altro «Giusto tra le Nazioni».
Padre Raffaele de Ghantuz Cubbe SI (1904-1983)
Nel periodo bellico questo Gesuita era il rettore del Nobile Collegio Mondragone a Frascati. Due famiglie ebree imparentate gli chiesero di nascondere tra gli allievi tre dei loro figli: Graziano Sonnino, che allora aveva 9 anni, suo fratello Mario, di 11, e suo cugino Marco Pavoncello, anche lui di 9 anni. Padre Cubbe nascose sotto falso nome i tre bambini ebrei per salvarli dalla deportazione.
Si dimostrò inoltre sempre rispettoso della loro identità ebraica consentendo ai suoi protetti di rispettare le proprie regole alimentari. Nella sua opera umanitaria fu sostenuto dai confratelli Padre Primo Renieri SI, Padre Dante Marsecano SI, Padre Alberto Parisi SI, Padre Ulisse Floridi SI, Padre Silvio Benassi SI e Padre Umberto Zaccari SI.
Padre Ioannes Marangos SI (1901-1989)
Gesuita di nazionalità greca, riconosciuto «Giusto tra le Nazioni» nel 2010 per aver protetto durante l’occupazione nazista in Grecia il giovane ebreo Gerard Isaac David. Quest’ultimo, fu nascosto all’interno di un monastero di Atene per oltre un anno. All’interno dell’edificio, solo Padre Marangos e un altro monaco (Nicholas Xanthakis) erano a conoscenza delle reali origini religiose del ragazzo. Padre Marangos mantenne la promessa iniziale fatta alla famiglia, impiegando Gerard come chierichetto ma evitando qualsiasi tentativo di proselitismo o conversione forzata al Cattolicesimo.
Padre Pierre Chaillet SI (1900-1972)
Nel 1941, a seguito dell’occupazione tedesca, il Padre Chaillet SI fondò a Lione l’«Amitié chrétienne» insieme a figure chiave come l’abate Alexandre Glasberg (un sacerdote di origine ebraica) e il pastore Roland de Pury. Insieme, Cattolici e Protestanti unirono così le forze per aiutare le persone internate nei campi posti nel Sud della Francia, e per nascondere le famiglie perseguitate dai nazisti.
Nell’agosto del 1942 il Gesuita riuscì a nascondere un gruppo di bambini ebrei di Vénissieux. Sempre nel 1941, con il confratello Gaston Fessard SI (1897-1978), fondò «Les cahiers de témoignage chrétien». Si trattava di una pubblicazione clandestina. Condannava espressamente l’antisemitismo.
Nel corso della guerra ne uscirono 14 numeri, ispirando, nell’estate 1942, le prese di posizione pubbliche della Chiesa Cattolica Francese contro il nazismo. La rivista si fece inoltre anticipatrice di uno spirito ecumenico per la scelta dell’aggettivo «cristiano» piuttosto che «cattolico», in omaggio alla collaborazione con gli Evangelici della Resistenza.
La mattina del 27 gennaio 1943 Padre Chaillet fu arrestato dalla Gestapo a Lione. Nonostante fosse ricercato da mesi per la sua resistenza al nazismo, e per aver fondato la rete di salvataggio «Amitié chrétienne», l’arresto avvenne quasi per caso durante un’ispezione dei locali dell’associazione in Rue Constantine.
Grazie al suo sangue freddo e a un pizzico di fortuna, la vicenda si concluse con la sua liberazione. Appena bloccato dagli agenti, che lo condussero insieme a due collaboratori presso il tristemente noto Hôtel Terminus (quartiere generale della Gestapo a Lione), Padre Chaillet riuscì a inghiottire tutti i fogli e i documenti compromettenti che aveva con sé.
Di fronte ai poliziotti nazisti, si spacciò abilmente per un semplice e ingenuo curato di campagna capitato lì per caso. Tale comportamento trasse in inganno la Gestapo. I poliziotti rilasciarono il Gesuita il giorno stesso. Subito dopo la scarcerazione, Padre Chaillet fu posto in regime di residenza sorvegliata, ma scelse di entrare in clandestinità. Cambiando continuamente rifugio, riuscì a sfuggire a ulteriori tentativi di cattura, e continuò a dirigere la resistenza spirituale e le operazioni di salvataggio dei bambini ebrei fino alla Liberazione della Francia.
Padre Roger Braun SI (1910-1981)
Durante la Seconda Guerra Mondiale, questo Gesuita si dedicò a salvare Ebrei perseguitati senza tentativi di proselitismo. Al contrario, cercò di sostenere i suoi protetti nel loro cammino di fede. Il 1° settembre del 1942 Padre Braun ricevette la nomina a cappellano dei campi di detenzione di Gurs e Rivesaltes, nel Sud della Francia. In quel periodo il rabbino dei due campi era Henri Schilli (1906-1975). Il 2 settembre dello stesso anno il religioso indirizzò anche una .nota di protesta al Nunzio Apostolico Valerio Valeri (1883-1963), denunciando le persecuzioni e le atrocità subite dagli Ebrei in territorio francese.
Per gli Ebrei il momento era drammatico. Per questo motivo Padre Braun si mantenne in stretto contatto con l’amministrazione del rabbinato francese, e con i rabbini delle grandi città della zona meridionale. Tramite la sua rete di contatti, riuscì ad aiutare i prigionieri ebrei e perfino a liberarne alcuni. Così, a esempio, nel settembre del 1942, il Gesuita persuase il comandante del campo di Rivesaltes a non deportare 30 bambini ebrei, ma ad affidarli al «Secours Suisse».
Questo sacerdote partecipò anche al trasferimento clandestino di bambini ebrei, di oppositori e di zingari in Svizzera e in Spagna, e fece nascondere Ebrei in istituti cattolici. Diede rifugio a giovani ebrei in una scuola secondaria gestita dai Gesuiti a Tolosa e, grazie a lui, gli studenti di un seminario rabbinico trovarono rifugio in un nascondiglio all’interno di una chiesa a Limoges.
Si procurò tessere annonarie e falsificò documenti per coloro che proteggeva, continuando a frequentare apertamente gli Ebrei. Quando i Tedeschi arrestarono il rabbino Abraham Deutsch (1902-1992), e lo incarcerarono a Limoges, Padre Braun andò a trovarlo portandogli libri e tefillin.[5] Alla fine la Gestapo individuò l’operato segreto del Gesuita che si diede alla clandestinità.
Al termine del conflitto, il rabbino Schilli, divenuto negli anni ’50 il Direttore del Seminario Rabbinico di Parigi, raccontò come il principio di solidarietà con gli Ebrei fu una caratteristica predominante nelle azioni di Padre Braun durante il periodo dell’occupazione tedesca. Al riguardo, si ricorda che il Padre Braun, con la veste da Gesuita, partecipò pure alle funzioni nella sinagoga di Tolosa.
Negli anni che seguirono il conflitto mondiale il religioso continuò la sua attività a favore degli Ebrei. Nel 1967 fondò e diresse la rivista «Rencontre entre chrétiens et juifs» (a volte chiamata solo «Rencontre»), che è stata pubblicata fino al 1986. Padre Braun mise inoltre la sua fede al servizio dei diritti umani fondamentali. Fu un membro attivo del comitato centrale della LICA (che in seguito divenne LICRA, la Lega Internazionale contro il Razzismo e l’Antisemitismo), dove presiedette la sezione di Parigi, seguendo un filosemitismo concreto radicato nella vita della città.
Padre Jean Fleury SI (1905-1982)
Nel 1941 venne assegnato a Poitiers. Nel maggio 1942 ottenne l’incarico di cappellano per i rom e i sinti internati nel locale campo di concentramento di Route de Limoges. In qualità di sacerdote, Fleury si recava ogni giorno in questa area che era adiacente al campo per Ebrei. Lì, Padre Fleury incontrò il suo amico, il giovane rabbino Elie Bloch (1909-1943) a cui era stato proibito l’accesso alla zona ebraica, e i due discussero delle criticità del momento. Padre Fleury portò a Bloch notizie dal campo e lettere degli internati, e sostenne i suoi sforzi per proteggere le famiglie degli Ebrei minorenni e malati. Il Gesuita, inoltre, non esitò a confermare la sua amicizia con il rabbino Bloch.
Nel febbraio del 1943, dopo l’arresto e la deportazione ad Auschwitz del rabbino Bloch con la moglie e la figlia neonata, Fleury divenne l’unico tramite tra gli Ebrei internati e il mondo esterno. Salvò bambini ebrei dal campo e li affidò a famiglie adottive francesi. Sfruttando i suoi stretti rapporti con la resistenza francese e la sua vasta rete, Padre Fleury trasferì i bambini nel Sud della Francia, fornì loro documenti falsi e permessi di viaggio e, in più di un’occasione, denaro e cibo.
Nel maggio del 1945, subito dopo la Liberazione, si recò di persona al lager di Dachau per accelerare e organizzare il rimpatrio dei deportati francesi sopravvissuti, nonostante una grave epidemia di tifo in corso.
In tempi successivi, la famiglia Breidick, Ebrei residenti in un piccolo villaggio a 50 chilometri da Poitiers, testimoniò che, nel settembre del 1943, una giovane donna in bicicletta li aveva avvicinati dicendo che Padre Fleury suggeriva di fuggire. Per questo motivo, la messaggera li accompagnò in una vicina scuola cattolica, dove trascorsero la notte. In seguito, rimasero per due settimane presso una famiglia di contadini. Da lì furono trasportati su un piccolo camioncino fino a un monastero di Poitiers, ove vennero accolti da Padre Fleury. Due giorni dopo, il Gesuita fornì loro documenti falsi e biglietti di viaggio per un treno diretto a Lione, dove aveva organizzato per loro un alloggio in un monastero: un gesto che salvò loro la vita.
Le uniche motivazioni di Padre Fleury nel salvare gli Ebrei furono umanitarie. Nelle loro testimonianze, molti sopravvissuti espressero la loro gratitudine a questo religioso per i suoi straordinari sforzi di salvataggio e assistenza. Un sopravvissuto scrisse: «Padre Fleury intervenne per salvare chiunque fosse in pericolo, fino al limite delle sue capacità, indipendentemente dal fatto che la persona fosse ebrea, zingara o comunista, e lo fece mettendo a repentaglio la propria vita. Lo fece per amore dell’umanità».[6] Il rabbino Joseph Bloch (1875-1970), padre del rabbino Elie Bloch, scrisse: «Saremo eternamente grati a Padre Fleury; nella nostra coscienza, egli occupa un posto tra i giusti dell’umanità».[7]
Dopo la guerra, questo Gesuita divenne presidente del «Comité des Oeuvres Sociales de la Résistance», e continuò ad aiutare i sopravvissuti. In seguito, il Governo Francese riconobbe il comportamento encomiabile di Fleury conferendogli la Legion d’Onore.
Padre Émile Léon Marie Joseph Planckaert SI (1906-2006)
Cappellano militare, fu fatto prigioniero dai Tedeschi nel 1940 e inviato in un lager nella Polonia occupata. Riuscì a evadere un anno dopo per fare ritorno a Parigi. A partire dal 1942, collaborando con l’organizzazione umanitaria clandestina CIMADE[8], si adoperò per procurare carte d’identità false e documenti di viaggio falsificati per i cittadini ebrei perseguitati, aiutandoli a sfuggire alle deportazioni. Lavorò in stretta sinergia con altre figure della Resistenza (come Padre Théomir Devaux, 1885-1967[9]) per nascondere e proteggere i bambini ebrei rimasti orfani o separati dalle famiglie a causa dei rastrellamenti. Catturato e torturato dalla Gestapo, mantenne il segreto sulle reti di salvataggio ecclesiali e civili, continuando le sue attività fino alla Liberazione.
Padre Henri Revol SI (1904-1992)
Durante il Secondo Conflitto Mondiale, centinaia di rifugiati ebrei affluirono a Saint-Gervais-les-Bains. Era una zona di confine dalla quale si cercava di attraversare il confine con la Svizzera.
Dall’11 novembre 1942, la cosiddetta «zona libera»[10] fu occupata dai Tedeschi, e parte di quest’area passò al controllo italiano. Si trattava dei dipartimenti delle Alpi Marittime, del Var, delle Alte Alpi e delle Basse Alpi, dell’Isère, della Drôme, della Savoia e dell’Alta Savoia. A fine 1942, Padre Revol riuscì a far uscire clandestinamente alcuni Ebrei dal Paese.
L’8 settembre 1943 i Tedeschi occuparono anche i dipartimenti in precedenza citati. E si intensificarono nella zona le persecuzioni contro i rifugiati ebrei.
In quel periodo il religioso viveva in un istituto dei Gesuiti a «Fleur des Neiges», all’epoca centro dipendente dalla facoltà teologica di Fourvière. A motivo dei drammi in corso, il Padre Revol aveva trasformato in segreto la struttura in un punto di snodo e accoglienza per i profughi ebrei e per i giovani refrattari al STO («Service du travail obligatoire»). Sfruttando la vicinanza con la frontiera, si era impegnato a organizzare una rete clandestina per permettere a centinaia di fuggitivi di mettersi in salvo attraversando il confine con la Svizzera.
In tale contesto, anche un giovane medico ebreo proveniente da Montpellier chiese a Padre Revol di aiutarlo a nascondere temporaneamente 80 bambini ebrei che avevano perso le loro famiglie durante le retate, per poi farli entrare in modo clandestino in Svizzera. Gli attraversamenti avvennero poi senza difficoltà e i bambini furono salvi.
In seguito, singole persone o famiglie vennero inviate da Padre Revol per essere nascoste prima di poter superare il confine con la Svizzera, sorvegliato dagli Italiani, sia tra Annemasse e Ginevra, sia attraverso gli alti passi di montagna.
Tra coloro che il Gesuita salvò figurano la famiglia Najman, liberata dal campo di Gurs, i coniugi Bukovsky e la signora Edberg.
In modo simile il religioso salvò anche i coniugi Ebbecke. Hans Ebbecke, non Ebreo ed ex organista della cattedrale di Strasburgo, specialista di Bach, aveva espresso il desiderio di essere internato a Gurs per stare con la moglie, Annie Ebbecke, una cantante lirica ebrea tedesca. Fu uno dei pilastri della vita musicale del campo.
Una volta liberati dalla prigionia, la coppia trovò rifugio temporaneo presso alcuni agricoltori locali. Poi Padre Revol li condusse salvi al confine vicino ad Annemasse.
Nell’estate del 1944, poco prima della Liberazione, scattarono le ricerche della Gestapo per catturare Padre Revol. Quest’ultimo, infatti, aveva dato rifugio a dei giovani che appartenevano a un gruppo della Resistenza del Monte Bianco. Tale nucleo si era rifiutato di andare in Germania e di sottoporsi al Servizio di Lavoro Obbligatorio (STO). Purtroppo i Tedeschi riuscirono a individuare i resistenti e a giustiziarli.
Il 13 agosto del 1944 il Padre Revol fu costretto a fuggire perché era ormai vicina la sua cattura. Rimase nascosto a Grangettes des Communailles, prima di unirsi alla Resistenza locale ove operava anche Julien Viallet. Nel 1971 lasciò l’istituto dei Gesuiti posto a Fleur des Neiges e si trasferì in un’altra Casa dell’Ordine.
Padre Jean-Baptiste Janssens SI (1889-1964)
Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre ricopriva la carica di superiore della provincia del Belgio Settentrionale, questo Gesuita si oppose attivamente alle persecuzioni naziste. Collaborò strettamente con la rete clandestina guidata da Benedykt Grynpas (1902-1979)[11] per sottrarre gli Ebrei alla deportazione. Sfruttando la sua posizione, fornì e coordinò il rilascio di falsi certificati di battesimo per moltissimi bambini ebrei, permettendo loro di assumere identità fittizie e sfuggire ai rastrellamenti. Arrivò a nascondere un numeroso gruppo di bambini ebrei nella stessa residenza provinciale dei Gesuiti a Bruxelles. Come provinciale riuscì a sventare i tentativi dei nazisti di perquisire le comunità dei Gesuiti di Bruxelles tutelando in tal modo i perseguitati del tempo.
Sfruttò la sua autorità nella Compagnia di Gesù per spingere e coordinare altri sacerdoti, collegi e istituti religiosi a fare lo stesso, attivando una rete di accoglienza e protezione. Divenne in seguito Preposito Generale della Compagnia di Gesù (dal 1946 al 1964).
Padre Emile Gessler SI (1891-1958)
Questo religioso viveva nella residenza dei Gesuiti, in Haachtsesteenweg 8, a Bruxelles. Era il segretario del superiore provinciale (Padre J. B. Janssens) dei Gesuiti fiamminghi in Belgio. Nell’ultimo periodo della Seconda Guerra Mondiale, Gessler e Janssens avevano nascosto nella Casa una trentina di bambini ebrei a cui non era consentito – ovviamente – di giocare fuori per strada. I religiosi ricevevano informazioni dalle donne della «Crociata Eucaristica» («Eucharistische Kruistocht»).[12] Nessuno seppe mai che i bambini citati erano Ebrei.
Padre Jean-Baptiste De Coster SI (1896-1968)
Durante l’occupazione tedesca del Belgio, De Coster era il Preside del collegio di San Giovanni Berchmans a Bruxelles. Sfruttando la sua posizione e la struttura dell’istituto, ideò una fitta rete di salvataggio per i perseguitati del tempo. Nascose famiglie e gruppi di Ebrei all’interno del collegio, facendoli vivere in modo indipendente e discreto rispetto alle normali attività scolastiche. Permise a molti giovani e bambini ebrei nascosti di frequentare le lezioni insieme agli altri studenti, riducendo l’impatto della guerra sulla loro istruzione. Collaborò alla falsificazione di certificati di battesimo e di altri documenti d’identità, impedendo la deportazione di un alto numero di persone (tra cui la famiglia Blinder). Quando il pericolo si accentuava, De Coster trasferiva i rifugiati in alcuni monasteri della zona, facendoli vestire temporaneamente da monaci novizi.
Padre Alphonse Lambrette SI (1884-1970)
Questo religioso insegnava a Bruxelles presso il collegio dei Gesuiti situato al Boulevard Saint Michel 24. Con altri tre confratelli belgi (De Coster, Gessler e Van Oostayen) Lambrette mise a rischio la propria vita per motivi puramente umanitari, offrendo rifugi sicuri e falsificando documenti. Collaborò in particolare con i membri della rete segreta di salvataggio organizzata da Benedykt Grynpas.[13] Sfidando le direttive del regime nazista, contribuì a nascondere Ebrei (bambini e famiglie) sottraendoli alla deportazione e a morte certa.
Padre Henri Van Oostayen SI (1906-1945)
Durante l’occupazione nazista, oltre a essere cappellano della Croce Rossa, questo Gesuita nascose ragazzi ebrei presso il collegio «San Giovanni Berchmans» a Bruxelles. A causa delle sue attività clandestine fu scoperto e arrestato (25 luglio 1944). Subì la detenzione a Fort Breendonk, a Herzogenbusch, a Mauthausen e a Sachsenhausen. Nel febbraio del 1945 venne poi trasferito nel lager di Bergen-Belsen. Liberato dall’esercito britannico il 15 aprile 1945, morì quattro giorni dopo all’età di 39 anni. È venerato come Martire Cattolico del nazismo.
Padre Adam Sztark SI (1907-1942)
Nel 1939, questo Desuita divenne cappellano delle Suore dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria a Słonim (allora città polacca, oggi in Bielorussia), e custode del santuario mariano nella vicina Żyrowice.
Dopo l’invasione della città da parte dell’Armata Rossa, i Sovietici diffusero propaganda atea e cercarono di isolare i sacerdoti dalla popolazione. Eppure Padre Sztark percorreva decine di chilometri in bicicletta per portare conforto ai malati in ospedale, fingendosi un anziano in visita alla figlia malata, o alle case di riposo, fingendosi un visitatore ebreo.
Nel 1941, ebbe inizio l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica. Padre Sztark si recava anche in bicicletta nei dintorni di Minsk per catechizzare e confessare i Polacchi. Molti non vedevano un sacerdote dalla Rivoluzione bolscevica.
Quando Słonim cadde sotto l’occupazione nazista tedesca, gli Ebrei locali furono fucilati dagli «Einsatzgruppen» (unità mobili di sterminio delle SS). I sopravvissuti furono confinati in un ghetto. A differenza di quanto accadeva nell’Europa Occidentale, la punizione per chi aiutava gli Ebrei nella Polonia occupata era la morte, ma questo non scoraggiò Padre Sztark.
Il sacerdote possedeva una dote insolita: pur non essendo Ebreo, aveva un aspetto «semitico». Questo gli permetteva di muoversi nel ghetto di Słonim, di distribuire cibo, e di far uscire in modo clandestino bambini ebrei. Questi ultimi erano poi nascosti in conventi e orfanotrofi, o affidati a famiglie cristiane.
Fuggire dal perimetro del ghetto, tuttavia, poteva significare la morte. Tale rischio fu evitato una volta dal Gesuita. In quell’occasione, saltò dal secondo piano di un edificio dopo essere stato inseguito dai soldati tedeschi. Padre Sztark rilasciava anche certificati di battesimo retrodatati agli Ebrei.
Quando un Bielorusso informò il religioso che i collaborazionisti bielorussi lo avevano condannato a morte, egli rifiutò di fuggire. Il 18 dicembre 1942, Padre Sztark e due suore polacche subirono l’arresto. La mattina seguente, furono trasportati a Pietralewicka Hill. Qui, subirono la fucilazione.
Padre Jakob Raile SI (1894-1949)
Superiore di una delle Comunità dei Gesuiti di Budapest. Quando le Croci Frecciate (i nazifascisti ungheresi) iniziarono a perseguitare gli Ebrei, Padre Jakob offrì loro un rifugio nella sua Comunità. A questo punto, le milizie – sospettando operazioni clandestine – fecero all’improvviso una irruzione. La perquisizione fallì perché gli Ebrei erano stati nascosti in cantina. Nei giorni seguenti Padre Jakob fece arrivare uniformi della polizia e fabbricò falsi certificati di battesimo che distribuì ai suoi ospiti. Questi, poterono così in parte lasciare la comunità. Il Gesuita però continuò a ospitarne un piccolo gruppo al quale riuscì sempre a procurare il cibo, anche quando Budapest venne assediata dai Sovietici (dicembre 1944).
Curia Generalizia della Compagnia di Gesù
Negli anni dell’occupazione tedesca di Roma, il Gesuita Svizzero Padre Beat Ambord SJ (1904-1969), risiedeva stabilmente nella Curia Generalizia. Era incaricato delle trasmissioni in lingua tedesca alla Radio Vaticana. Questo religioso mantenne continui contatti con chi proteggeva gli Ebrei nascosti nelle Case dell’Ordine e in altri luoghi. Padre Ambord interagì pure con il colonnello della Guardia Svizzera Ulrico Ruppen.[14] Con questo ufficiale, il Gesuita gestì e distribuì un fondo di circa un milione di lire dell’epoca (ricevuto in via fiduciaria da un benefattore svizzero) per sostenere economicamente famiglie e individui ebrei rimasti senza risorse o nascosti a Roma.[15]
Segreteria particolare di Pio XII
Lo storico gesuita tedesco, Padre Robert Leiber SJ (1887-1967) fu il segretario particolare di Papa Pacelli. Iniziò a lavorare con quest’ultimo a Monaco e a Berlino negli anni Venti, durante il periodo della nunziatura apostolica (1924-1929). Seguì Pacelli in Vaticano presso la Segreteria di Stato e, successivamente, quando il presule fu eletto Papa con il nome di Pio XII, lo accompagnò negli anni del Pontificato (1939-1958) come segretario particolare. Pur non avendo mai ricoperto cariche curiali formali (il suo nome non figurava nemmeno nell’Annuario Pontificio), il Gesuita Tedesco gestì i dossier più delicati del Pontificato.
Muovendosi tra l’Università Gregoriana (ove insegnava Storia della Chiesa e metodologia storica, e dove risiedeva), il Vaticano (aveva l’ufficio sopra quello del Papa), e la Curia Generalizia della Compagnia di Gesù, il Padre Leiber arrivò a essere un punto di riferimento per i suoi confratelli italiani ed esteri, oltre che per altri interlocutori. Questo religioso – d’intesa con la Segreteria di Stato – facilitò aiuti finanziari e coperture logistiche anche vaticane a supporto delle reti di salvataggio degli Ebrei ove operavano anche Gesuiti.
Unitamente a ciò il Padre Leiber si trovò a essere pure il destinatario di informazioni di «intelligence». Tramite i canali della Resistenza Tedesca, venne avvisato, a esempio, dell’imminente attacco tedesco ai Paesi Bassi, al Belgio e al Lussemburgo. Il Vaticano poté così informare i diretti interessati con circa una settimana di anticipo.[16]
Il 10 maggio 1940, la Wehrmacht dette inizio all’invasione occupando i Paesi Bassi e il Belgio in pochissimi giorni. I servizi di sicurezza nazisti intercettarono in seguito i messaggi cifrati del Vaticano. Ciò provocò l’ira di Hitler[17] verso Pio XII, considerato una spia degli Alleati.
Nel giudizio dei servizi segreti nazisti, Padre Leiber era «lo spirito maligno del Papa». Tale definizione si trova nei dispacci trasmessi al Ministro degli Esteri Tedesco Joachim von Ribbentrop. In pratica, l’«intelligence» nazista vedeva in Leiber la mente dietro l’atteggiamento anti nazista della Santa Sede, e il principale consigliere in grado di influenzare le decisioni di Eugenio Pacelli.[18]
Padre Leiber SI e le reti clandestine di salvataggio degli Ebrei in Europa
Nel suo lavoro quotidiano, il Padre Leiber, come già ricordato, fu destinatario di una serie di contatti legati anche alle reti clandestine di salvataggio degli Ebrei in Italia e in altri Paesi. A sua volta, il Gesuita indirizzava ai suoi interlocutori messaggi che includevano dati sensibili. Su queste missive la ricerca storica è ancora al lavoro perché ogni interazione rimaneva coperta da assoluta segretezza. È noto comunque che per lo spionaggio nazista il Padre Leiber era «referente pressoché per quasi tutti i Paesi nemici della Germania», «mantenendo canali aperti con realtà come l’Austria, il Belgio, la Francia occupata e il Portogallo». In definitiva le reti clandestine di Leiber includevano – tra gli altri – Tedeschi, Polacchi, Austriaci, Belgi, Francesi, Portoghesi, Spagnoli, Cechi e Slovacchi, oltre a esponenti USA e GB.
Al riguardo, lo spionaggio nazista riferì in più occasioni che il Vaticano – guidato da Pio XII e dai suoi collaboratori più stretti come Leiber – sosteneva attivamente gli Ebrei, aiutandoli sia sul piano economico, sia dal punto di vista logistico, per farli fuggire all’estero (specie verso i Paesi Sudamericani). L’«intelligence» di Berlino era ormai a conoscenza del fatto che la Santa Sede interagiva strettamente anche con la DELASEM e con le Organizzazioni Ebraiche Americane.[19]
All’interno di questa dinamica vari interlocutori di Padre Leiber svolsero un ruolo significativo in azioni a difesa degli Ebrei. Alcuni sono indicati qui di seguito a titolo esemplificativo sulla base dei documenti ritrovati.
– Padre Lothar König SI (1906-1946)
Questo religioso tedesco svolse compiti di collegamento per conto dell’Arcivescovo di Monaco e Frisinga, il Cardinale Michael von Faulhaber (1869-1952), fermo oppositore del regime. Inoltre coordinava i flussi di informazioni che erano inoltrati in segreto fino a Roma. Questi documenti erano tenuti nascosti durante il viaggio eludendo la sorveglianza della Gestapo grazie a una rete di messaggeri e di corrieri fidati. König fu anche intermediario con i Vescovi Conrad Gröber di Friburgo (1872-1948) e Konrad von Preysing (1880-1950) di Berlino. Era inoltre collegato al Circolo di Kreisau.[20]
Padre König scrisse a Padre Leiber anche delle missive. Di queste, una è stata ritrovata nell’Archivio Apostolico Vaticano. Datata 14 dicembre 1942, la lettera citava il lager di Dachau e quello di Auschwitz, e faceva riferimento ai forni crematori e alle «morti di massa» destinate ai Polacchi e agli Ebrei. Nello stesso scritto, tuttavia, König raccomandava la massima prudenza alla Santa Sede e chiedeva di non rendere pubblico quanto rivelato, per timore che le SS potessero rintracciare e giustiziare lui e le sue fonti all’interno della Resistenza. Dopo il fallito attentato a Hitler del 20 luglio 1944, la Gestapo cercò di catturare Padre König. Il religioso si nascose allora in una carbonaia. In questo luogo visse fino al 1945. Morì poco dopo a causa degli effetti della clandestinità.
– Padre Augustin Rösch SI (1893-1961)
Fu superiore dei Gesuiti della provincia dell’Alta Germania (sede a Monaco di Baviera). La sua opposizione al regime nazista si legò alla denuncia dei crimini nazisti e alla tutela delle vite umane, comprese quelle degli Ebrei. Rösch utilizzò l’influenza e la rete sotterranea della Compagnia di Gesù per nascondere e proteggere Ebrei, oppositori politici e religiosi perseguitati. Con la sua guida, i Gesuiti bavaresi organizzarono canali di fuga clandestini verso la Svizzera o l’Austria per sottrarre le persone alle deportazioni della Gestapo.
Nel 1941 entrò in contatto con il Circolo di Kreisau. Fu proprio Rösch a introdurre in questo gruppo il confratello Padre Alfred Delp SI. Dopo il tentato colpo di Stato del 20 luglio 1944, Padre Rösch riuscì a sfuggire all’imminente arresto da parte della Gestapo, ma era ricercato dalle autorità di polizia. L’11 gennaio 1945 fu rintracciato, sottoposto a gravi maltrattamenti durante gli interrogatori, e condotto prima al campo di concentramento di Dachau, poi in un carcere di Berlino.[21] Rösch fu rilasciato poco prima dell’ingresso dell’esercito sovietico nel Paese, il 25 aprile 1945.
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, continuò a operare per la ricostruzione della società tedesca, ricoprendo anche il ruolo di direttore della Caritas.
– Padre Alfred Delp SI (1907-1945)
Dal 1941 questo Gesuita divenne rettore della chiesa di San Giorgio a Monaco-Bogenhausen. Padre Delp utilizzò la sua posizione per realizzare una rete sotterranea di soccorso ai perseguitati del tempo. Aiutò attivamente numerosi cittadini ebrei a fuggire oltre il confine svizzero. Fornì loro denaro, documenti falsi e tessere annonarie per il cibo. Quando i perseguitati erano in transito a Monaco, li nascondeva personalmente nella propria canonica o nelle case di parrocchiani fidati.
Nel 1942 Delp entrò a far parte del Circolo di Kreisau. Arrestato dalla Gestapo il 28 luglio del 1944 dopo il fallito attentato a Hitler (progetto di cui Padre Delp era in realtà all’oscuro), venne brutalmente torturato. Durante il processo farsa, il giudice nazista Roland Freisler (1893-1945) manifestò un odio soprattutto verso la sua identità di Gesuita. Gli venne offerta la salvezza in cambio dell’abbandono del suo Ordine Religioso, ma rifiutò. Fu impiccato il 2 febbraio 1945 nel carcere di Berlino-Plötzensee. In tale contesto, il gerarca Heinrich Himmler (1900-1945) aveva stabilito che i resti dei prigionieri giustiziati in relazione al complotto del 20 luglio fossero cremati e le loro ceneri disperse nei campi di depurazione. Di conseguenza, il corpo di Delp fu cremato e le sue ceneri disperse in un luogo sconosciuto vicino a Berlino. Il processo di beatificazione del Gesuita Delp è stato ufficialmente aperto il 2 febbraio 2026 a Monaco di Baviera.
Padre Leiber SI dopo il Secondo Conflitto Mondiale
Dopo la morte di Pio XII (1958), e il termine del suo impegno alla Gregoriana (1960), questo Gesuita rimase a Roma come figura autorevole all’interno della Compagnia di Gesù. Aiutò gli storici a rintracciare e a pubblicare i documenti ufficiali dell’Archivio vaticano relativi al periodo bellico.[22] Scrisse a difesa dell’opera di Pio XII. Mantenne periodici contatti con la famiglia ebrea di Tullia Zevi (1919-2011).[23] Purtroppo motivi di salute (soffriva di attacchi acuti di asma) condizionarono progressivamente la sua operatività fino alla sua morte avvenuta a Roma il 18 febbraio 1967.
Pontificio Istituto Biblico (Roma)
Nel periodo dell’occupazione tedesca a Roma, i Padri Gesuiti del Biblico accolsero e sfamarono famiglie ebree nascoste nelle cantine del palazzo. Tra i religiosi presenti in quel periodo si ricorda, oltre al rettore Padre Augustin Bea SI (1881-1968)[24], l’economo Padre Gozzolino Birolo SI (1872-1945). Quest’ultimo fu operativo al Biblico dal 1930 fino al 1945. Oltre ai suoi compiti ordinari, egli interagì anche con l’ufficio romano della DELASEM. Tra il giugno del 1944 e la primavera del 1945 volle anche redarre gli elenchi degli Ebrei nascosti dal mondo cattolico romano e dalla Santa Sede nel periodo dell’occupazione tedesca.[25]
Pontificia Università Gregoriana (Roma)
L’Ateneo dei Gesuiti offrì un rifugio sicuro a circa 60 Ebrei per tutti i nove mesi dell’occupazione tedesca, sottraendoli alle retate della Gestapo.
Parrocchia di San Roberto Bellarmino (Roma)
Con la guida dei Padri Gesuiti, questa parrocchia situata a Piazza Ungheria, divenne un luogo di accoglienza nel quartiere Parioli, nascondendo numerosi Ebrei e giovani ricercati dai fascisti. Al riguardo un documento significativo rimane il diario di Padre Audax Luigi Bellincampi SI (1903-1967).
Istituto Massimo (Roma)
I diari e i documenti di professori gesuiti dell’epoca, come quelli di Padre Giuseppe Massaruti SI (1875-1958)[26], testimoniano lo sforzo logistico ed educativo per proteggere i perseguitati e i resistenti civili nella Capitale.
Dalla ricostruzione storica delineata in questo saggio emerge che – negli anni del Secondo Conflitto Mondiale – un numero significativo di membri della Compagnia di Gesù sostenne le reti di salvataggio degli Ebrei.[27] Grazie ai canali interni dell’Ordine, le informazioni riguardanti le azioni dei Gesuiti di più Paesi raggiungevano la Segreteria di Stato Vaticana, e diversi Gesuiti che ricoprivano ruoli significativi nella Curia Generalizia e nel Palazzo Apostolico. Tra questi, rimane centrale la figura del Padre Robert Leiber SI. In tale contesto, anche alla luce di taluni documenti[28], risulta attestata una direttiva orale di Pio XII che esortava a salvare vite umane, incluse quelle degli Ebrei. Per decine di anni tale direttiva del Pontefice non venne mai ricordata dai più stretti collaboratori di Pacelli perché il Papa aveva ordinato loro l’assoluto silenzio. Ciò trova conferma anche nello stesso comportamento di Padre Leiber che, pur difendendo la memoria di Pio XII e le opere cattoliche di protezione degli Ebrei Romani[29], non volle mai far conoscere particolari dettagli su quanto avvenne nelle operazioni di salvataggio degli Ebrei gestite anche da Gesuiti.
E. Casale, I Gesuiti Giusti, in «Popoli», gennaio 2010, pagine 50-52
V. A. Lapomarda, 100 (Cento) Heroic Jesuits of the Second Worls War, College of the Holy Cross, Worcester, MA, 2015
V. A. Lapomarda, The Jesuits and the Third Reich; 2nd Edn, Edwin Mellen Press, Lewiston (NY), 2005
Redazione, La memoria come impegno, in: «Gesuiti Educazione», Fondazione delle Scuole Ignaziane, Milano, 27 gennaio 2026.
1 Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, 1, Primo anno di Pontificato, 2 marzo 1939-1° marzo 1940, pagine 305-307. Tipografia Poliglotta Vaticana.
2 Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, 2, Secondo anno di Pontificato, 2 marzo 1940-1º marzo 1941, pagine 305- 315, Tipografia Poliglotta Vaticana.
3 Confronta anche: L. Bergonzoni, Clero e Resistenza, Cantelli Editore, Bologna 1964, pagine 112-114.
4 La DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei) è stata la più grande organizzazione ebraica di soccorso attiva in Italia tra il 1939 e il 1947. Fu fondata a Genova nel dicembre del 1939 su impulso dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane.
5 Tefillin (o filatteri): sono due piccoli astucci di cuoio nero che gli uomini ebrei legano al braccio sinistro e alla testa durante la preghiera del mattino nei giorni feriali.
6 https://yadvashem-france.org/dossier/nom/57/.
7 https://yadvashem-france.org/dossier/nom/57/.
8 CIMADE («Comité Inter-Mouvements Auprès Des Évacués»; «Comitato Inter-Movimentale per gli Evacuati»). Associazione umanitaria francese fondata nel 1939, impegnata nell’assistenza e nella difesa dei diritti di migranti, rifugiati e richiedenti asilo.
9 Padre Théomir Devaux apparteneva alla Congregazione dei Padri di Notre-Dame de Sion. Salvò circa 500 bambini ebrei dalla deportazione e dallo sterminio nazista.
10 Con l’occupazione della «zona libera», il regime collaborazionista di Vichy mantenne un’esistenza puramente nominale, privo di qualsiasi reale sovranità, mentre il controllo effettivo del territorio passò interamente in mano alle forze tedesche (e, fino al 1943, a quelle italiane nella parte sud-orientale del Paese).
11 Professore ebreo di lingue semitiche e archeologia presso l’Università di Lovanio.
12 Movimento cattolico giovanile fondato nel 1914. Ebbe un particolare sviluppo in Belgio grazie al sacerdote Edoardo Poppe. Durante la Seconda Guerra Mondiale e l’occupazione nazista del Belgio, la rete parrocchiale e scolastica della Crociata Eucaristica fu parzialmente convertita in una struttura clandestina di soccorso. Con la guida di sacerdoti, educatori e membri del clero belga (spesso legati alla resistenza cattolica), le colonie estive, le case di vacanza e i convitti della Crociata Eucaristica vennero utilizzati per nascondere i bambini ebrei sotto falsi nomi, integrandoli temporaneamente tra i piccoli «crociati» cattolici per sottrarli alle retate della Gestapo. I registri del movimento e i tesserini della Crociata Eucaristica venivano falsificati per fornire una copertura d’identità ai bambini ebrei inseriti nelle strutture parrocchiali. I campi della Crociata, dedicati alla preghiera e alle attività ricreative, divennero luoghi di rifugio a lungo termine, lontano dai grandi centri urbani come Bruxelles e Anversa, ove la ricerca di Ebrei era più tragica. Diversi sacerdoti e responsabili del Movimento in Belgio che coordinarono le operazioni di salvataggio sono stati in seguito insigniti del titolo di «Giusti tra le Nazioni».
13 Di origine ebraica, Grynpas organizzò in Belgio una rete clandestina di salvataggio per proteggere gli Ebrei perseguitati dai nazisti. Lavorando a stretto contatto con la moglie Esther e collaborando con diversi esponenti dell’Ordine dei Gesuiti, riuscì a nascondere e a trarre in salvo numerose persone in pericolo.
14 Figura di rilievo della Guardia Svizzera Pontificia. Ricoprì la carica di vicecomandante dal maggio 1942 all’ottobre 1959.
15 R. De Felice, Storia degli Ebrei Italiani sotto il fascismo, Einaudi, Torino 1961, 632 pagine.
16 M. Riebling, Le spie del Vaticano. La guerra segreta di Pio XII contro Hitler, Mondadori, Milano 2016.
17 Adolf Hitler (1889-1945).
18 Su questo punto confronta anche: P. L. Guiducci, Il Terzo Reich contro Pio XII. Papa Pacelli nei documenti nazisti, San Paolo, Cinisello Balsamo 2013.
19 A esempio: American Jewish Joint Distribution Committee; Va’ad ha-Hatsala («Comitato di soccorso»).
20 Il Circolo di Kreisau («Kreisauer Kreis») venne fondato a Berlino dal conte Helmuth James Graf von Moltke (1907-1945). Si proponeva di definire il sistema politico e sociale della Germania post-nazista, di riflettere sul futuro dell’Europa. Von Moltke fu arrestato nel 1944, quando Hitler decise di regolare i conti con tutti i suoi critici e oppositori, ma l’eliminazione fisica del Führer fu sempre estranea alle finalità del gruppo di Kreisau e alla cultura cristiana del suo fondatore.
21 Preussisches Mustergefängnis Moabit.
22 F. Rizzi, Pio XII e Hitler, lettere fantasma, in: «Avvenire» – Agorà – 12 novembre 2009.
23 Dal 1978 fu vice presidente dell’UCEI, l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ne divenne presidente cinque anni dopo.
24 Questo Gesuita era all’epoca Rettore del Pontificio Istituto Biblico. Fu pure confessore di Pio XII. In seguito venne creato Cardinale. Fu un pioniere del dialogo ebraico-cattolico. Durante il periodo bellico sostenne l’opera di salvataggio di Ebrei all’interno dell’Istituto.
25 Ritrovati nel settembre 2023.
26 I suoi diari personali, custoditi oggi presso l’Archivio Storico della Provincia Euro-Mediterranea dei Gesuiti, offrono una cronaca diretta della Seconda Guerra Mondiale, inclusa una descrizione in tempo reale del bombardamento di Roma del 19 luglio 1943.
27 Nei documenti vaticani desecretati è emerso che nel 1941 la Nunziatura Apostolica di Berlino inviò a Roma le prove evidenti che le autorità naziste manomettevano regolarmente i sacchi postali diplomatici del Vaticano e ne violavano i sigilli per intercettare i messaggi del Papa.
28 Una delle prove è la missiva inviata da
Pio XII il 30 aprile 1942 al Vescovo di Berlino, il conte
Konrad von Preysing. Si riporta un passo: «Ci ha recato grande
consolazione nel sentire che i Cattolici, e proprio i
Cattolici Berlinesi, hanno recato soccorso ai cosiddetti
non-ariani nella loro afflizione. In questo senso noi
esprimiamo un sentimento di paterno riconoscimento e di intima
compassione per il prelato Lichtenberg».
Un’ulteriore prova è emersa dai diari storici della rivista
dei Gesuiti «La Civiltà Cattolica». Nelle note private del
dicembre 1943 scritte dal direttore di allora, il Gesuita
Padre Giacomo Martegani, viene esplicitato l’interessamento
personale del Pontefice per garantire la salvezza e il rifugio
dei perseguitati.
Una terza prova fa riferimento alla frase di Papa Pacelli
rivolta al rettore della Gregoriana Padre Paolo Dezza SI:
«Eviti di accogliere i militari […] ma per gli altri ben
volentieri: civili, Ebrei, perseguitati».
29 R. Leiber SI, Pio XII e gli Ebrei di Roma, 1943-1944, 4 marzo 1961, in: «La Civiltà Cattolica»’, quaderno 2.657, pagine 449-458.
