Martiri dimenticati: Giuseppina Ghersi (1931-1945)
Una diligente ragazzina savonese vittima incolpevole dei partigiani

Sono tante le storie allucinanti occorse in Italia durante gli ultimi sussulti della Seconda Guerra Mondiale, che mettono in luce comportamenti del tutto estranei alla logica pur violenta della guerra civile, per tradursi in efferatezze che non appartengono all’umanità, ma come avrebbe detto Giambattista Vico nella sua analisi evoluzionista, alla stagione degli uomini primordiali travestiti da «bestioni tutta ferocia». Nell’ambito di queste storie, un esempio particolarmente probante è quello di Giuseppina Ghersi, giovane e diligente studentessa nell’Istituto di Magistero «Maria Giuseppa Rossella» di Savona, che circa un anno prima aveva inviato a Benito Mussolini un tema d’impronta patriottica, in guisa da indurre i complimenti del Duce, e nulla più. Eppure, un Tribunale partigiano, alla conclusione del conflitto, l’avrebbe condannata senza appello alla pena capitale, eseguita il 30 aprile 1945 dopo indicibili violenze, con un colpo di pistola, per essere gettata, alla fine, sopra un mucchio di cadaveri.

Il padre Giovanni sarebbe riuscito a presentare un esposto alla Procura della Repubblica di Savona soltanto il 28 aprile 1949, a quattro anni dai fatti, con un documento che è tuttora consultabile nel corrispondente Archivio del capoluogo ligure. In effetti, il 25 aprile 1945, non appena entrati in città, i partigiani avevano chiesto al Ghersi di procurare prodotti da medicazione prontamente forniti, ma subito dopo lui e la moglie furono posti in stato di fermo da due «liberatori» armati di tutto punto, e condotti al campo di Legino, dove un altro partigiano avrebbe sequestrato le chiavi del loro appartamento e del magazzino, asportando indiscriminatamente mezzi e beni familiari. Non ci fu pietà nemmeno per la moglie, trattenuta assieme al marito per una dozzina di giorni, con un trattamento tale da ridurla quasi alla follia: al termine, furono posti in libertà, nulla di compromettente essendo emerso a loro carico.

Al contrario, il trattamento riservato alla figlia avrebbe avuto esiti diversi perché la ragazzina era stata vincitrice di «un concorso a tema» di specifica rilevanza fascista, ricevendo anche i complimenti della Segreteria particolare del Duce. I coniugi Ghersi ritennero che si trattasse di una «quisquilia» ma l’intera famiglia fu tradotta in un campo di concentramento dove entrambe le donne furono stuprate alla presenza del rispettivo coniuge e padre, costretto ad assistere allo scempio mentre era bloccato da cinque energumeni, e «confessare» dove aveva nascosto denaro e preziosi. Nel frattempo, Giuseppina era già caduta in stato comatoso e non ebbe più la forza di chiamare suo padre. Alla fine, marito e moglie furono rimessi in libertà senza nemmeno le scuse del caso, come da ricorrente prassi dell’epoca, mentre la figlia subì un lungo calvario concluso solo con la propria morte, sopraggiunta il 30 aprile con un colpo di pistola, prima che le sue spoglie fossero abbandonate davanti al cimitero, in un mucchio di altri cadaveri.

Ecco un esempio di giustizia partigiana venuta alla luce dopo anni di omertà, al pari di tanti altri episodi che avrebbero testimoniato il suo carattere sommario e approssimativo, tale da gettare un’ombra su quella stagione in cui era defunta anche la «pietas», confermando parecchi particolari agghiaccianti, a testimonianza di una brutalizzazione davvero agghiacciante, come da testimonianze di vari contemporanei.

Dopo la liberazione da quell’incubo, Giovanni Ghersi avrebbe avuto un sussidio di 150.000 lire a fronte dei danni irrimediabili che aveva ricevuto, ma si sarebbe trattato di una goccia nel mare. Infatti, nella notte dell’11 luglio 1945 l’abitazione dei Ghersi fu oggetto di un tentativo di forzatura fortunatamente non riuscito, ma tale da indurre la fuga dei coniugi da Savona, tra mille difficoltà e problemi di ogni genere, perché costoro rimasero per anni «senza mezzi e senza lavoro» ma tristemente consapevoli di un fatto obbrobrioso: che gli assassini della figlia vivessero «nel lusso impuniti e riveriti».

Si sarebbe dovuto attendere fino agli anni Cinquanta inoltrati e «attraversati da un filo rosso di omicidi» per trovare le prime espressioni solidali nelle file del Movimento Sociale Italiano, col conseguente isolamento, non soltanto politico, dei cosiddetti «nostalgici». Bisognava aspettare ancora mezzo secolo prima di arrivare al 2005, con l’entrata in vigore della Legge istitutiva del Ricordo, approvata il 30 marzo dell’anno precedente, e poi il 2008, quando qualcuno chiese che si parlasse finalmente di Giuseppina e della sua incredibile tragedia personale: si propose senza successo di dedicarle una targa, mentre il Senatore Giovanni Urbani (Partito Comunista Italiano) dichiarava di non essere informato dei fatti e Vanna Vaccani Artioli, Consigliere Nazionale dell’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), ricordava finalmente la piccola Ghersi come una «ragazzina accusata ingiustamente di collaborazionismo». Nel 2010 sarebbe stata rinnovata la richiesta di intitolare uno spazio pubblico alla memoria di Giuseppina ma il Comune di Savona non seppe trovare il modo di approvarla, pur essendo trascorsi 65 anni dai fatti, collocati in una prospettiva ormai decisamente storica, e pur essendo sorti gruppi di specifico sostegno in varie località italiane, anche in concomitanza con detto anniversario. Dal canto suo, l’ANPI avrebbe risposto col silenzio.

In apparenza, la storia di Giuseppina finisce con questi dinieghi, certamente anacronistici. Nondimeno, quei silenzi sono stati assordanti, lasciando una traccia di qualche rilievo nelle coscienze più mature, che rifuggono da celebrazioni di valenza politica ma propongono alla comune attenzione questioni morali ormai inderogabili e prioritarie, che attendono risposte altrettanto probanti, come è richiesto dal «Rosso del Sangue, dal Bianco dell’Innocenza e dal Verde della Speranza» in una riconsiderazione della storia nel segno di una giustizia che restituisca dignità a martiri come Giuseppina Ghersi, condannata a subire violenze inenarrabili nel fiore della prima giovinezza, e senza colpa veruna.

(giugno 2025)

Tag: Carlo Cesare Montani, Giambattista Vico, Giuseppina Ghersi, Giovanni Ghersi, Benito Mussolini, Coniugi Ghersi, Giovanni Urbani, Vanna Vaccari Artioli, Procura della Repubblica, Movimento Sociale Italiano, Legge 30 marzo 2004 numero 92 istitutiva del Ricordo, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, Rosso del Sangue, Bianco dell’Innocenza, Verde della Speranza, Savona, Liguria, Legino.