Caterina «the killer»
Ritratto di un’Imperatrice sanguinaria
Caterina II era una ragazza di famiglia nobile tedesca ormai decaduta quando fu presentata a Pietro dalla Zarina Elisabetta. Questa, figlia di Pietro I, era stata di gran lunga la più illuminata tra quella stirpe che un tempo faceva di cognome Kubila (Cavalla), poi nobilitata in Romanov.
Caterina fu una vera omicida, una killer, naturalmente come mandante, né più né meno nella tradizione, che ancora oggi, nonostante varie vicissitudini da allora, resiste immutata.
Voltaire pianse la scomparsa di Elisabetta nel 1762, che aveva sostituito in stima il Re Federico di Prussia, quando i rapporti si erano andati raffreddando.
Caterina, però, riuscì a sostituirla, e Voltaire poté civettare con la sua «Semiramide del Nord». Ugualmente, come la Regina Assiro-Babilonese che uccise il marito Re Nino, lei seguì l’esempio con Pietro III. Caterina decise di detronizzare il marito il 9 luglio 1762 e lo fece avvelenare pochi giorni dopo. Ma un cervello così «fertile» e la sua condotta, in un Regno così rozzo, non erano apprezzati dai dolenti spiriti dell’Europa. Lei aveva bisogno di Voltaire, sul quale si era ben informata dall’Ambasciatore di Francia Breteuil che conosceva Voltaire fin da bambino. Caterina aveva letto tutto del filosofo e signore di Ferney, che all’epoca, celebre quanto Diderot, perdonò l’assassinio del consorte, scomodo e goffo regnante.
Non fu l’unico, già un probabile usurpatore, Stefano il Piccolo, era stato trafitto dalle picche dei fedeli amici di Caterina, che nel frattempo volle distruggere gli archivi siti in Kyiv e dare mandato a Dall di creare il dizionario della neo lingua russa. A Karamazin, invece, diede l’ordine di riscrivere la Storia della Moscovia a uso e abuso del nuovo Impero che si stava formando nel sangue delle conquiste e delle repressioni. Ne erano, di queste ultime, avvenute di diverse. Il Cosacco del Don, Pugacioff, reo di essersi elevato a Zar, non fu l’ultimo. Pugacioff cercò di rinnovare la rivolta di Rasin e di quei cosacchi ucraini che gli dettero man forte, contro il centralismo politico medioevale.
Per Caterina, l’impegno svolto dal suo favorito Grigorij Alessandrovic Potemkin, che diede il nome ai celebri e fittizi villaggi, fu comunque essenziale, ma non quanto i servizi resi dal celebre conte e boiardo Orlov. Negli omicidi orditi da Caterina, Orlov e la premiata ditta dal popolare nome di Okranka, furono indispensabili; quella Okranka che prenderà il nome di Ceka nel 1917, dal suo fondatore e temibile Dzerzhinskiy. A questi, Caterina lasciò in «dote» il carcere di Butyrka del 1771, originariamente pensato come caserma cosacca.
Tornando al conte Orlov, armatore navale con navi di stazza anche in Toscana a Livorno, Caterina si rivolse a lui per chiudere una grave insidia al suo Regno, dopo la guerra con la Sublime Porta (l’Impero Turco), conclusa con la vittoria navale, l’indipendenza della Crimea e l’ottenimento dei porti di Azov e Kerch nel Mar Nero. Viveva a Livorno, a quel tempo, la principessa Tarakanova, presunta figlia di Elisabetta e del cosacco ucraino, conte Aleksej Grigor’evic Razumovskij, quindi pretendente al trono di San Pietroburgo. Erano gli anni attorno al 1773-1775 e in Toscana, sulle «Notizie dal mondo», si pubblicava il trattato di Kucuk Kayanarca, che metteva fine alla guerra turco-russa. Le preoccupazioni di quei giorni di guerra erano ancora vive. Tutti si domandavano, anche a quel tempo, che cosa sarebbe accaduto «al cessare del danaro russo». Di quello scorcio, lo storico Franco Venturi dà una precisa descrizione nel Settecento riformatore. Egli riporta che «il console sardo, Rivarola, scriveva il 26 febbraio 1775: “Sulla fregata espressamente spedita si è fatta partire una dama di cui si è molto parlato credendola una sorella del Re di Polonia. Il signor conte Orlov per altro dice essere una dama di gran considerazione, russa, la quale già egli conosceva e, venuta in miseria, si è a lui raccomandata per aver soccorso a rimpatriare, onde la fa servire con distinzione”». D’altronde, l’ombra di Caterina era presente nella spedizione moscovita nel Mediterraneo.
La principessa Tarakanova che a Livorno non viveva in stato di agiatezza, si era, appunto, raccomandata al conte Orlov. Lui ne conquistò il cuore con «dolciastre falsità». Temuta da Caterina come possibile rivale al trono, venne subito imprigionata al suo arrivo nella fortezza di Pietro e Paolo.
Era stata creduta sorella del Re di Polonia Stanislao II Poniatovski, proprio in quegli anni della spartizione del Commonwealth Polacco-Lituano, ma è riconosciuta invece come figlia di Elisabetta.
La principessa Takaranova forse morì di tisi, o forse devastata dai topi, come nella rappresentazione del celebre quadro di Kostantin Dmitrievich Flavickij.
La fine della Tarakanova risolse l’ultima incertezza al Regno di Caterina, cui Voltaire si risolse a ripubblicare la Vie de Pierre le Grand.
L’opera era incompleta già nella prima edizione del 1759, perché possedeva pochissimi documenti. Così cominciò l’idillio con San Pietroburgo e la Zarina Elisabetta, figlia di Pietro I. Scrive in proposito Jean Orieux che non valeva certo il «Siecle de Luis XIV» e un viaggiatore informò Voltaire delle sviste, delle poche informazioni e delle reticenze tipiche di San Pietroburgo. «Caro mio, essi mi hanno regalato buone pellicce e io sono molto freddoloso» rispose il filosofo, facendo intendere da perfido cortigiano che quanto si perde a Berlino si aspetta di acquistarlo da San Pietroburgo, dopo che il Re di Prussia Federico I gli aveva scritto in termini duri di qui luoghi di lupi e di orsi. Con la «Semiramide del Nord» non andò sempre liscio. Ma Caterina, la Zarina, che nemmeno D’Alambert riproverò, colse Voltaire nel biasimo per la faccenda di Ivan, compiuta «in modo atroce al punto che si sarebbe giurato fosse stata condotta da gente devota». Per punire Caterina, il filosofo fece attendere l’invio del Dictionnarie philosophique portatif. Al che la «Semiramide» si risentì «per l’uccisione di quello stupido Ivan» del quale aveva liberato la Russia e il «Secolo dei Lumi». Tuttavia Voltaire considerò una bella seccatura che la sua discepola Caterina fosse disposta a disfarsi di tanta gente. Ma poi tornò a essere il solito cortigiano, al punto che la sostenne contro i Polacchi che «hanno torto» e contro i Turchi, ricevendo rimproveri da tutta Europa e venendogli detto che la Francia e l’Inghilterra non erano la Moscovia.
Caterina II stava riscrivendo la Storia, necessariamente per creare una nuova immagine del suo Impero. Attraverso omicidi, come era in uso, consolidò il suo potere. Lei non fu la prima «killer», né l’ultima. Gli omicidi e avvelenamenti facevano parte, e fanno parte, del corredo. Tra i più celebri, a esempio, quello di Ivan IV Grozny che uccise suo figlio, o quello di Paolo I, figlio di Caterina II.
Jean Orieux, Voltaire
Franco Venturi, Settecento riformatore.
