Ghetto di Ferrara
Un incubo per gli Ebrei
Si può iniziare il discorso chiedendosi: che cosa si intende per ghetto? Con tale termine ci si riferisce a un rione o a un quartiere cittadino, di cui il primo fu a Venezia e che si diffuse in parecchi territori europei, nel quale gli Ebrei erano confinati di giorno e rinchiusi come carcerati di notte; per di più, essi erano soggetti a limiti nelle loro attività e nel possesso di beni; le vie erano strette e affiancate da abitazioni molto alte.
La presenza degli Ebrei a Ferrara risale ai tempi antichi, immediatamente dopo la nascita di Cristo, però solamente a partire dal XIII secolo si trovano documenti che ne parlano. Per loro, i secoli più sereni e floridi furono il XV e il XVI, durante i quali i Duchi Estensi ne riconobbero i diritti, anche se non mancarono occasioni per ricevere sanzioni e dover subire l’intolleranza di una parte della popolazione. In ogni modo, gli Ebrei trovarono un ambiente in cui potevano vivere e operare in tranquillità con impegno e serietà. Questa possibilità di vita abbastanza tranquilla potrebbe essere assimilata a quella di cui parla il Boccaccio nel suo Decamerone, vale a dire il Paese di Bengodi, dove «cibo e gioia erano senza limiti»: un Paradiso in terra, in definitiva. Invero, pur non essendoci i mezzi di comunicazione attuali, le voci, magari piano piano, si diffusero e nel 1492 cominciarono a giungere Ebrei dalla Spagna e nel 1498 dal Portogallo, perché scacciati dai Sovrani Cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, i quali applicarono il Decreto dell’Alhambra, giacché essi si rifiutavano di convertirsi al Cattolicesimo. Fu un grosso guaio, in quanto laggiù gli Israeliti da secoli avevano fondato un loro Regno.
Lo stesso avvenne a Milano nel 1589, da dove gli Ebrei furono tenuti alla larga inizialmente da Sant’Ambrogio, poi dal religioso e teologo Bernardino de’ Bustis e ancora da Ludovico il Moro e San Carlo. Con gli Sforza, qualche famiglia ebraica venne richiamata per questioni di interesse in città al fine di finanziare le attività economiche del Ducato. Tuttavia, la loro permanenza fu sempre esigua e limitata nel tempo e da molti mal sopportata. L’arrivo degli Spagnoli nel XVI secolo comportò il definitivo e completo allontanamento degli Ebrei da Milano, dove non misero più piede fino all’inizio del XIX secolo.
Anche Napoli non fu da meno. Il Regno era governato dagli Spagnoli e il Re Ferdinando, nel 1506, impose che gli Ebrei portassero addosso un segno rosso di riconoscimento della loro religione e, successivamente, a partire dal 2 novembre 1510, fu emanato un bando di espulsione di tutti gli Israeliti. Da questo erano esclusi coloro che fossero in grado di pagare alla Corona una tassa di 3.000 ducati per ogni anno che passava; ma solamente 200 famiglie poterono affrontare una tale spesa. E non finì lì, perché il Governo rimuginava sempre a come effettuare delle variazioni. Infatti, nel 1515, furono cacciati pure i cosiddetti «marrani», cioè quegli Ebrei che si erano convertiti al Cristianesimo. E nel 1535 ci fu un’altra novità, in quanto la tassa per rimanere nel Regno di Napoli da 3.000 ducati passava a 10.000 e, «dulcis in fundo», nel 1541 fu deciso che non si poteva più sopportare la presenza di Ebrei, per cui l’espulsione fu totale: problema risolto!
E Roma? Sì, anche Roma seguì tale modo di trattare gli Ebrei, tanto che nel 1569 furono espulsi dal Papa Pio V.
Insomma, il Ducato di Ferrara era un porto nel quale potevano sbarcare gli Israeliti che non erano accettati altrove, tanto che la sua popolazione quasi fu raddoppiata.
Finalmente per loro tutto scorreva liscio, ma ciò fino a quando, purtroppo per loro e non solo, ci fu qualcosa di molto importante, che fece cambiare e concludere, in malo modo, la storia della parte del Ducato degli Estensi che riguardava Ferrara.
Infatti, il 27 ottobre 1597, il trentacinquenne Duca Estense Alfonso II morì senza lasciare eredi legittimi, non avendo avuto figli. Nel suo testamento aveva designato come suo erede e successore il cugino Cesare d’Este del ramo cadetto di Montecchio. Purtroppo allora era sul soglio pontificio il Papa Clemente VIII, il quale non volle riconoscere Cesare come legittimo successore, in quanto era nato dal rapporto fra il Duca Alfonso I e Laura Dianti, una donna del popolo, essendo figlia di un berrettaio ferrarese, che divenne sua amante e, forse, anche moglie, dopo la morte della consorte Lucrezia Borgia.
Così il Papa, non riconoscendo la legittimità della successione di Cesare, approfittò della favorevole occasione per riappropriarsi di Ferrara e del suo territorio, cioè della parte del Ducato Estense sulla quale dal 1471 erano in atto vincoli di vassallaggio con lo Stato Pontificio, e ciò anche per sfruttare la pesca delle anguille e la salina di Comacchio.
Per Cesare la successione andò bene per quanto riguardava l’altra parte del Ducato, cioè quella formata da Modena, Reggio e Rubiera. Infatti, essendo queste città feudi imperiali, l’Imperatore Rodolfo II ritenne legittima la sua successione, per cui questa nel 1598 divenne una realtà.
Pertanto, mentre la parte del Ducato finito sotto il dominio di Cesare, con i parecchi Ferraresi ed Ebrei che lo seguirono, continuò a vivere e operare normalmente, Ferrara dovette ritornare sotto quel dominio che la riportò al più deteriore e dannoso Medioevo, tanto che i secoli che trascorsero prima che ritornasse a una certa dignità furono definiti «bui», durante i quali tutto andò male e, se possibile, anche peggio.
Invero, non passò molto tempo dal ritorno sotto il dominio della Chiesa di Ferrara, per cominciare a riconoscere che qualcosa era peggiorata, per tutti e per gli Ebrei per primi. Non tardarono a giungere i primi segnali preoccupanti e cominciarono a farsi sentire impulsi repressivi, che culminarono con l’istituzione, per ordine del Cardinale Cennini, del ghetto di Ferrara, il 23 agosto 1624; la sua delimitazione fu facilitata dal fatto che gli Ebrei avevano concentrato le loro residenze in una delle zone più antiche di Ferrara, non lontana dal centro e dal Castello Estense, ed era contenuta all’interno di un poligono irregolare i cui lati erano diverse vie, di cui le principali erano Via Sabbioni (ora Via Mazzini), Via Vignatagliata e Via Gattamarcia (oggi Via Vittoria), zona facile da rinchiudere; ciò fu fatto con l’installazione di cinque cancelli, che resero i circa 1.500 Ebrei presenti alla stregua di carcerati.
Le restrizioni cominciarono a farsi sentire per tempo e un grande peso che gli Ebrei adulti dovettero sopportare fu quello derivante dall’ascolto delle cosiddette prediche coatte, tenute nell’oratorio di San Crespino; infatti, essi, sotto l’occhio vigile delle guardie, dovevano ascoltare le interminabili omelie che avevano per argomento i benefici che sarebbero derivati dalla loro conversione al Cristianesimo. E un sorriso sale sulle labbra quando si ritiene che qualcuno si tappasse le orecchie con la cera per non ascoltare quelle da loro ritenute assurdità; altro obbligo mal gradito era l’imposizione di assistere alle funzioni religiose cristiane.
Con l’occupazione francese del 1796, finalmente le porte del ghetto furono riaperte, per essere nuovamente chiuse, in maniera un po’ meno fiscale che in precedenza, nel 1826; finalmente ci fu la riapertura all’Unità d’Italia nel 1861.
Della comunità ebraica a Ferrara parlò lungamente l’Ebreo scrittore ferrarese Giorgio Bassani nelle sue opere Il giardino dei Finzi Contini e Cinque Storie Ferraresi.
Nel 1938 furono emesse le leggi razziali fasciste, consistenti in un complesso di provvedimenti rivolti soprattutto contro gli Ebrei. Ciò fu preannunciato da Benito Mussolini durante un discorso tenuto a Trieste il 18 settembre 1938 e il 14 luglio dello stesso anno fu pubblicato il Manifesto della Razza, nel quale si ribadiva il concetto che la razza italiana era pura, mentre gli Ebrei non le appartenevano.
Però, tutto sommato, inizialmente le cose non andarono male grazie all’amicizia esistente fra Italo Balbo e Renzo Ravenna. Balbo, ritenuto dagli storici come l’unico possibile erede di Mussolini, fu quadrumviro della Marcia su Roma, Governatore della Libia e pioniere dell’aviazione, mentre Ravenna era rampollo di un’importante famiglia ebraica ferrarese; egli, che fu interventista e volontario durante la Prima Guerra Mondiale, insieme con Enrico Paolo Salem a Trieste, fu uno dei due soli Ebrei che divennero podestà al tempo dell’emanazione delle leggi razziali fasciste del 1938, che facevano seguito alle Leggi di Norimberga di Hitler del 1935.
Quell’amicizia fu un fatto veramente positivo per gli Ebrei, tanto che ne incoraggiò molti di altre province e di altri Stati, a prendere dimora a Ferrara, convinti che in quell’ambiente avrebbero trovato la tranquillità. Ma, purtroppo per loro, i guai si fecero sentire dopo la morte di Balbo, avvenuta nei cieli africani nel 1940; infatti le cose si svolsero diversamente da quanto sperato, perché si iniziò a ritenere che in quella società ci fosse il «nemico ebreo», per cui il ghetto tornò ad assumere il ruolo che gli era stato imposto in precedenza.
Durante il regime nazista, furono aperti ghetti in Polonia e in altri territori, che servivano come stazioni di smistamento per i campi di concentramento; tale trattamento non era riservato solamente agli Ebrei, ma era esteso pure ai Rom, agli omosessuali e ai prigionieri di guerra.
Con la fine della guerra, il tutto, finalmente, ritornò alla normalità e il ghetto resta a Ferrara come un monumento da visitare e ammirare nella sua quasi integra struttura medievale, caratterizzata dalle vie strette e dai fabbricati molto alti: era, e resta, quella peculiarità che distingueva il ghetto dagli altri quartieri della città.
