Luigi XVI e Maria Antonietta
Un conciso ritratto della coppia reale
francese
Uno dei paradossi più curiosi della Rivoluzione Francese è che mentre quest’ultima da un lato è vista generalmente come un simbolo positivo che ha determinato la crisi definitiva dell’Assolutismo a favore dei Governi nominati dal popolo, dall’altro i suoi principali oppositori, il Re e la Regina di Francia Luigi XVI e Maria Antonietta, non sono solitamente visti dall’opinione pubblica come dei sanguinari tiranni come i rivoluzionari dell’epoca tenteranno di dipingerli, quanto piuttosto delle figure tragiche costrette ad affrontare una situazione più grande di loro. Come si può spiegare questo? In ciò vi è indubbiamente l’influsso delle opere odierne che hanno cercato di dare maggiore profondità ai due personaggi (prima fra tutte il manga Le rose di Versailles, da cui verrà tratto il famoso anime Lady Oscar), ma vi sono anche ragioni prettamente storiche.
Una di queste è il giudizio più equilibrato che gli storici hanno potuto formulare sulla famiglia reale. Nonostante la personalità di Luigi XVI sia stata spesso ritratta come quella di un uomo insicuro e poco intelligente, la storiografia odierna gli riconosce tuttavia il merito di aver introdotto delle importanti riforme (basta pensare all’editto di tolleranza del 1787 in cui garantiva la libertà di culto per i non Cattolici). Allo stesso modo, gli studi odierni hanno fatto giustizia su molti luoghi comuni relativi alla Regina Maria Antonietta a lungo dipinta come una sorta di svampita (famosa è la frase a lei falsamente attribuita con cui rispondeva a chi le faceva presente che il popolo aveva fame: «Se non hanno pane, che mangino brioches»). Del resto, numerosi scrittori hanno rilevato che la Regina è stata oggetto fin dal suo arrivo in Francia di una forte ostilità e di numerose maldicenze, dovute in parte alla sua origine straniera: l’«Austrichenne», ossia l’«Austriaca», l’aveva soprannominata Madame Adelaide (figlia di Luigi XV), che in francese suona come la «struzza-cagna». Contro la Regina sarebbero stati inoltre diffusi libelli infamanti (come quelli che la ritraevano in pratiche oscene con la principessa Lamballe), e fu anche soprannominata «Madame Deficit» a causa delle spese folli che le venivano attribuite (come quelle per l’acquisto di gioielli nel cosiddetto «scandalo della collana», truffa in cui in realtà Maria Antonietta era del tutto estranea). La calunnia peggiore si verificò però nel corso del procedimento che portò la Regina alla sua condanna a morte, dove si tentò persino di accusarla di pratiche di pedofilia nei confronti di suo figlio.[1]
Il secondo elemento che ha permesso una rielaborazione della figura dei due Sovrani sono stati probabilmente i crimini commessi dai regicidi. Il regime del «Terrore» instaurato dai Giacobini sarebbe risultato ben più oppressivo della Monarchia di Luigi XVI.[2] Anzi – ironia della sorte – sarà il più famoso dei rivoluzionari francesi, Maximiliene Robespierre, a passare nell’immaginario popolare come un tiranno sanguinario. Sebbene anche nei confronti del leader dei Giacobini gli avversari abbiano fornito un ritratto esagerato delle sue malefatte, non c’è dubbio che egli fu direttamente responsabile di una delle pagine più buie della Rivoluzione Francese che vide numerose persone (inclusi non pochi rivoluzionari) finire sulla ghigliottina.[3]
Infine, a suscitare simpatia nei confronti della famiglia reale contribuì anche il comportamento dignitoso che i due Regnanti tennero nella loro prigionia e di fronte alla propria esecuzione. Così, stando al racconto del suo confessore, l’Abate Edgeworth De Firmont, che assistette alle sue ultime ore, Luigi XVI affrontò la morte in maniera cristiana perdonando, come fece similmente Gesù Cristo, i suoi nemici: «Signori, io muoio innocente di tutti i crimini di cui vengo incolpato. Perdono coloro che hanno causato la mia morte e prego Dio che il mio sangue non debba mai ricadere sulla Francia»[4]. Allo stesso modo, Maria Antonietta affronterà la morte con un coraggio tale da essere riconosciuto anche dai suoi nemici, e si dice che salendo sulla ghigliottina si sia scusata con il boia per avergli inavvertitamente calpestato il piede: «Pardon Monsieur. Non l’ho fatto apposta».[5]
Indubbiamente i due Regnanti Francesi dovettero affrontare delle problematiche che avrebbero messo in difficoltà anche un Sovrano più intelligente e più forte di carattere. Si può dire però che l’errore principale dei due fu quello di non aver accettato i principi della Rivoluzione: se Luigi XVI acconsentì inizialmente alle richieste dei rivoluzionari lo fece solo perché obbligato dalle circostanze, non per sincera convinzione[6], e anzi vedrà in un’eventuale sconfitta in guerra della Francia una possibilità per riottenere le sue vecchie prerogative. Tuttavia il fallito tentativo di fuga della famiglia reale nel giugno 1791 inferse un colpo mortale al prestigio della Monarchia. In seguito, il rifiuto di Luigi XVI a sanzionare i decreti che prevedevano la deportazione dei preti refrattari e la costituzione di un corpo di 20.000 guardie nazionali a difesa di Parigi convinsero i rivoluzionari che i Regnanti stessero tramando con il nemico. Sospetto che venne rafforzato dal manifesto del Duca di Brunswick in cui minacciava rappresaglie da parte degli eserciti austriaci e prussiani nei confronti della popolazione parigina qualora si fosse attentato alla vita dei Reali. Questi fatti portarono all’insurrezione del 10 agosto 1792 durante la quale la folla assalì il palazzo delle Tuileries e costrinse l’Assemblea a dichiarare sospesa la reggenza di Luigi XVI.
La scoperta delle lettere segrete del Monarca Francese nell’«armoir de fer», in cui venivano rivelati i suoi maneggi con i rivoluzionari moderati e i controrivoluzionari, finirono per segnare irrimediabilmente la sorte del Sovrano. Se nel corso del processo tenuto contro quest’ultimo il verdetto di colpevolezza era scontato, tanto da essere votato favorevolmente quasi all’unanimità dall’assemblea giudicante[7], non fu così invece per la sua condanna a morte (votata da 387 deputati contro 334). Il 21 gennaio 1973 Luigi XVI morì infine ghigliottinato. Sorte simile toccherà pochi mesi dopo anche alla sua consorte: Maria Antonietta – dopo essere stata crudelmente separata dai suoi figli – verrà sottoposta a un processo farsa dall’esito già scritto in cui ad accuse autentiche si mescoleranno vere e proprie calunnie (come il già citato rapporto incestuoso con suo figlio), e finirà sulla ghigliottina il 16 ottobre 1793. L’esecuzione della coppia reale suscitò enorme choc in Europa poiché segnava un colpo mortale alla sacralità della figura del Sovrano, e affermava in Francia l’avvento dell’era repubblicana, i cui tratti (nonostante le diverse restaurazioni) sono ancora oggi fortemente presenti in quella Nazione.
1 Per un ritratto sintetico ma preciso di Maria Antonietta si veda Erica Gazzoldi, Principesse tristi. 9 fiabe vere e senza lieto fine, 2024.
2 Durante il cosiddetto periodo del «Terrore» (settembre 1793-luglio 1794) si stima che il numero dei morti sia compreso tra le 35.000 e le 40.000 persone, mentre il numero dei sospettati incarcerati è invece calcolato attorno ai 100.000 individui (ma altri reputano anche 300.000). La fase più terribile si ebbe con l’introduzione della legge del 22 Pratile (10 giugno 1974) che sopprimeva la difesa e l’interrogatorio preliminare degli accusati, stabiliva che i tribunali potessero solamente scegliere tra l’assoluzione e la morte, e decretava che i giurati potessero emettere una condanna basandosi anche solo su prove morali. La definizione che questa legge dava ai «nemici del popolo» era inoltre talmente ampia e indefinita che poteva rientraci chiunque: «Coloro che avranno assecondato i progetti dei nemici della Francia, perseguitando e calunniando i patrioti, coloro che avranno tentato di instillare lo scoraggiamento, di rendere depravati i costumi, di alterare la purezza e l’energia dei principi rivoluzionari, tutti coloro che con qualunque mezzo, e comunque essi si coprano, avranno attentato alla libertà, all’unità e alla sicurezza della Repubblica, o agito per impedirne l’affermazione». Confronta Alberto Soboul, La Rivoluzione Francese, Grandi tascabili economici Newton, 1974, pagine 304-305.
3 La figura di Robespierre è una di quelle che più affascina gli storici, anche per via del suo travagliato percorso che lo portò dall’essere un fermo oppositore della pena di morte a uno dei più spietati sostenitori del Terrore rivoluzionario. Già i contemporanei avevano avvertito la «deriva» del politico francese: «Ci sono due Robespierre: fino al 31 maggio [1793] il patriota sincero e l’uomo di principio; dopo di allora, l’uomo ambizioso, il tiranno e il peggiore dei furfanti» avrebbe dichiarato Gracchus Babeuf. Nei mesi in cui diresse il Comitato di Salute Pubblica, del quale era il membro con maggiore influenza, Robespierre avrebbe provveduto all’eliminazione dei suoi avversari politici, inclusi anche suoi vecchi amici come Georges Jacques Danton e Camille Desmoulins (di cui era stato testimone di nozze). Per Robespierre, il Terrore era necessario non solo per difendere la Repubblica dai nemici che tentavano di sovvertirla, ma anche dagli uomini viziosi visti come un male da estirpare. La sua ossessione per l’epurazione avrebbe infine portato alla sua caduta poiché i deputati della Convenzione, temendo di essere i prossimi della lista, finirono per congiurare contro l’«Incorruttibile», e quest’ultimo verrà infine ghigliottinato senza processo insieme ad altri suoi sostenitori il 28 luglio 1794. Per un sunto sulla figura di Robespierre si veda Alberta Gnugnoli, Robespierre e il Terrore rivoluzionario, Giunti, 2003.
4 Per il resoconto delle ultime ore di Luigi XVI redatto dal suo confessore si veda Antonio Spinosa, Luigi XVI. L’ultimo sole di Versailles, Mondadori, Milano 2008, pagine 217-219.
5 Citato in Carolly Erickson, Maria Antonietta, Mondadori, Milano 1991, pagina 442.
6 Ciò è confermato da una lettera segreta che Luigi XVI inviò al Re di Spagna Carlo IV nell’ottobre del 1789, in cui scriveva: «Ho scelto Vostra Maestà, come capo del ramo cadetto, per affidare alle vostre mani una solenne protesta contro tutti gli atti contrari all’autorità regia estortimi con la forza dal 15 luglio di quest’anno». Citato in Francois Furet e Denis Richet, La Rivoluzione Francese, Editori Laterza, 1974, pagina 163.
7 Al di là delle prove che dimostravano senza dubbio la combutta del Re col nemico, vi era anche tra diversi deputati l’idea che il Sovrano fosse colpevole in quanto tale. Come disse, a esempio, Saint Just il 13 novembre 1792: «Non si può regnare ed essere innocenti: è una chiara follia. Tutti i Re sono dei ribelli e degli usurpatori». Citato in Alberto Soboul, La Rivoluzione Francese, Grandi tascabili economici Newton, 1974, pagina 233.
