Sporcizia nelle Corti Europee
Quando la scienza difetta
Definire il significato di sporcizia è un po’ difficile, data la vasta gamma in cui può essere catalogata, ma si può sintetizzare riferendosi alla poca cura riservata all’igiene (sanità, salute, pulizia, cura e profilassi), alla decenza (decoro, pudore), al non dare al proprio aspetto il giusto risalto, al consentire l’emissione di cattivi odori dal proprio corpo e al non liberarsi di ciò che è ingombro e rifiuto e risulta sgradevole, maleodorante e indecente.
Fin dall’antichità, i nostri predecessori amavano l’acqua, elemento indispensabile per rispettare ciò che si intende con il termine pulizia. Si sa che i Greci e i Romani utilizzavano l’acqua per lavarsi, ma non usavano il sapone (forse non lo conoscevano), però si strusciavano la pelle con un duro strumento di legno (chiamato strigile) per togliere la sporcizia accumulata sulla pelle, sulla quale spalmavano oli profumati.
In tutti i paesi dell’area del Mediterraneo, era diffusa l’abitudine di costruire bagni, pubblici e privati, perché la pulizia era ritenuta l’espressione distintiva di un popolo. Sono significativi quelli costruiti nell’isola greca di Creta, dove gli edifici erano dotati di sistemi idraulici di tutto rispetto; i Romani, eredi degli Ellenici, non erano da meno. A dimostrazione di quanto asserito, quando l’Impero Romano era al suo massimo, erano ben 12 gli acquedotti che portavano acqua alla capitale, dando a ogni cittadino la disponibilità di più di un migliaio di litri d’acqua al giorno: sicuramente, in certi luoghi della Penisola, era una quantità superiore a quella attuale. E quell’acqua era suddivisa equamente fra fontane, strutture termali, cisterne di raccolta, bagni pubblici e privati e latrine disponibili per tutta la gente.
Forse non sarebbe male fare un inciso a proposito degli acquedotti romani: a parte il fatto che erano opere veramente eccezionali dal punto di vista architettonico e strutturale e che restano ancora a mostrare la loro maestosità nelle campagne e nei paesi attraversati, essi portavano alla città l’acqua che scorreva alla luce del sole; eventuali perdite erano immediatamente individuabili e si potevano eliminare in breve tempo, cosa che è molto difficile oggi: infatti, prendendo come esempio il nostro Paese, essendo gli acquedotti interrati, le perdite sono meno evidenti e facili da individuare ed eliminare, tanto che – per rotture o per incuria – queste raggiungono mediamente il 42%: quasi la metà dell’acqua immessa negli acquedotti non raggiunge l’utenza. Si potrebbe quasi dire che la distribuzione dell’acqua fa... acqua!
Anche Napoli, che è l’antica Neapolis fondata dai Greci, ha ancora oggi cisterne e reti di distribuzione idrica nei suoi sotterranei che dimostrano l’amore dei Partenopei per la pulizia e l’igiene, tanto che essa è una delle prime città per quanto riguarda questo argomento.
Molti studiosi del passato erano fautori dell’igiene. Si può qui ricordare il grande Aristotele, che nella sua Costituzione degli Ateniesi affermava che c’era un ente preposto all’organizzazione dei netturbini o spazzini, oggi definiti «operatori ecologici», che avevano il compito di trasportare al di fuori delle città, a non meno di due chilometri di distanza, gli scarti di qualsiasi tipo che trovassero sparsi lungo le vie.
Forse la pulizia del corpo, fatta dall’uomo per tenerlo in ordine, e della sua casa, iniziò osservando il comportamento di certi animali: infatti, ci sono specie che danno un esempio molto significativo in tal senso, come lo dimostrano le scimmie, che si spulciano reciprocamente, gli uccelli che bagnano e lisciano le penne, gli elefanti che si annaffiano usando la proboscide, i grandi carnivori e i felini in genere che si leccano; tanti animali tengono pulite le loro tane o i nidi, eliminando i detriti e le loro feci. Questo fa assiduamente parte del loro impegno quotidiano.
Per quanto riguarda il mondo antico, tutto procedeva per il meglio, ma quando ci furono le invasioni barbariche dei Goti, che al massimo si bagnavano nei fiumi, questi decisero che non andava bene tutto quanto fatto dai locali e chiusero ogni attività fondata sull’uso dell’acqua, staccando i collegamenti fra erogazione e utilizzazione.
Un fatto che lascia perplessi è l’interpretazione del Cristianesimo in merito alla sporcizia, tanto da farla quasi salire sugli onori degli altari. Si partiva dal presupposto che l’uomo fosse costituito di due parti: una di origine divina e una del tutto materiale, sede di ogni tipo di tentazioni. Per cui il toccarsi nel bagno per pulirsi era pericoloso, perché faceva scattare tentazioni carnali inaccettabili, tanto che questo atto era vietato soprattutto alle ragazze vergini, affinché non soggiacessero al desiderio sessuale. In effetti, si ricorda che Sant’Agnese, che fu martirizzata da Diocleziano, per mantenere la perfezione religiosa impersonata dal corpo sporco, non volle mai toccare l’acqua. Lo stesso comportamento ebbe San Gerolamo, che basava il suo operato con il detto: «Chi è battezzato in Cristo non ha bisogno di fare altro bagno». E ci furono altri che considerarono il bagno un pericolo per la salute, come dimostra il comportamento del religioso siriano San Gerolamo, che visse per ben 37 anni su una colonna, senza sentire la necessità di lavarsi.
Pertanto, fra il IV e il V secolo dopo Cristo, mantenere il sozzo sul corpo era considerato una purificazione spirituale. L’odore di santità, che oggi si ritiene normalmente possa esprimersi come un qualcosa di altamente pulito e profumato, allora non poteva essere più reale e materiale: a male odorare l’ambiente era il terribile puzzo del Cristiano rispettoso della sua religione, che per anni e anni aveva accumulato sopra di sé e nei propri vestiti tutto quanto si può toccare o incontrare senza il benché minimo contatto con l’acqua. Però, fortunatamente, non tutti erano d’accordo su un tale drastico divieto di abluzione, come dimostrò San Gregorio Magno che consentì l’uso dell’acqua, ma... senza esagerare e tenendosi nei limiti della decenza.
Durante il Medioevo, il bagno era amato e consentiva alla gente di incontrarsi e di rilassarsi piacevolmente. In quel periodo si era inventato il sapone e nelle abitazioni di chi poteva una stanza era stata destinata a sala da bagno.
Si ricorda che il Re e Imperatore Carlo Magno amava fare il bagno in compagnia anche di un centinaio fra amici e nobili. Intanto, anche alla Corte Francese erano sorti ben 26 stabilimenti con terme pubbliche, che erano tenute sotto il controllo di un barbiere-medico, ma che erano scarsamente frequentate.
Per quanto riguardava il contenuto dei pitali, la strada era il posto giusto per svuotarli; del resto, non erano stati previsti scarichi in fogne e gli animali – e non solo – facevano i loro bisogni ovunque si trovassero, in assoluta libertà, e naturalmente sporcizia e olezzi dominavano.
Per contrastare il puzzo che i corpi emanavano attorno a sé, si usavano profumi vari e si «grattava» la pelle a secco, usando sabbia, crusca o cipria.
Tale limitazione alla pulizia corporale diede modo agli Arabi, che avevano invaso la Spagna, di essere arbitri in questo campo, paladini com’erano della pulizia personale, che avveniva usando sapone arricchito di soda caustica; essi continuarono la tradizione dei bagni pubblici (da loro detti «hammam») e delle latrine, che pur non essendo paragonabili alle grandi terme romane, erano comunque forniti di vasche e di ambienti in cui sudare.
A partire dal 1100, accanto alle sorgenti termali nacquero quei locali che furono denominati «stufe», nei quali tutti, maschi e femmine, erano liberi di entrare, e dove poteva accadere di tutto, in bene e in male; infatti, questi luoghi presto divennero veramente dei bordelli, con la conseguente diffusione di gravi malattie sessuali, tanto che, tra il XIV e il XV secolo, anche a seguito delle rimostranze della gente comune, ci fu un intervento drastico da parte della Chiesa, che ne obbligò la chiusura.
E non mancarono le case in cui erano presenti grandi tinozze, capaci di contenere più persone, nelle quali si poteva fare il bagno collettivo. Un’usanza, che può sollevare il disgusto di parecchi, era quella che prevedeva che il cavaliere bevesse l’acqua nella quale la sua dama aveva fatto il bagno; tale atto era ritenuto un sommo onore (bah, «de gustibus»...).
Purtroppo, non essendoci nessun controllo sanitario, la gente continuava a vivere in ambienti sporchi, in compagnia di topi, che proliferavano nelle case e convivevano con i parassiti che avevano preso come alloggi fissi le teste e le parrucche sia delle signore, sia dei signori uomini. Come conseguenza, soprattutto nel XIV secolo, in Europa le epidemie (peste, vaiolo, colera, problemi intestinali) erano all’ordine del giorno. Di queste, la più famosa fu definita «Peste Nera» che falcidiò migliaia e migliaia d’individui; è stato riportato che in quel periodo, in quattro anni, la popolazione abbia perso dai 20 ai 25 milioni di persone, praticamente un terzo del totale; e ciò non solo, perché lasciò uno strascico di contagio che durò per almeno cinque anni in tutto il Mediterraneo, raggiungendo anche la Russia e la Scandinavia.
Nel 1348, alla Facoltà di Medicina dell’Università di Parigi, gli scienziati cercarono di comprendere la ragione di tale disgrazia e, associandosi alle convinzioni del Cristianesimo, giunsero alla conclusione che lo scoppio della peste era colpa di coloro che facevano abluzioni calde, giacché i pori aperti lasciavano entrare un qualcosa che era nell’aria e che era letale: in poche parole, le malattie; e se qualche volta dell’acqua non si poteva fare a meno, per un giorno era bene starsene a letto, per recuperare le forze che con l’acqua erano andate perdute. Come conseguenza, i bagni pubblici furono chiusi e la mancanza di fognature e la presenza lungo le strade di liquami sospetti e rifiuti vari favorirono la diffusione di gravi malattie infettive, quali il vaiolo, il colera oltreché disturbi intestinali, grazie all’igiene latitante. A complicare ancor di più la faccenda, fu la diffusione della sifilide, che diede l’estro di pensare che da questa le persone potessero essere colpite da mali della vista, della pelle, eccetera. Pertanto, con tali premesse, i bagni e le terme pubblici divennero ambienti proibiti; solamente pochi, infischiandosene delle dicerie contro l’acqua, avevano nelle loro abitazioni vasche da bagno. Non si deve scordare che il grande Leonardo, fra tutti i suoi progetti, aveva ideato una città dotata di un rete fognaria sotterranea collegata ai fiumi.
Con la fine del secolo XVI, Isabella di Castiglia riuscì a liberare la Spagna dalla dominazione araba, costringendo i Mori che desideravano restarvi a convertirsi al Cristianesimo, purché avessero messo in soffitta tutte le loro pratiche di carattere igienico, se non volevano essere condannati dall’Inquisizione. Naturalmente, la Regina impose il ritorno al sudiciume, dando per prima il buon esempio, indossando sempre la stessa camicia fino al compimento della guerra in atto in Olanda, che avvenne tre anni dopo; con il sorriso – che sorge spontaneo – si ricorda che la tonalità marrone bruniccio che questa assunse, divenne famosa nel mondo dei nobili ed estremamente apprezzata, come «color Isabella». Il resto dell’Europa non seppe resistere a quanto fatto dalla Regina Spagnola e, pertanto, ciò portò al rispetto incondizionato della sporcizia, non restando nemmeno l’«ABC» dell’igiene. Le mani, che servivano per mangiare e per pulirsi il naso, erano spruzzate con acqua per pulirle; il volto era strofinato con un panno asciutto, il capo e i capelli erano trattati con crusca e cipria per eliminare l’unto e magari gli «inquilini», mentre tutto il resto dell’individuo era lasciato a se stesso, non essendo visibile; pare che solamente le prostitute – meno male – si lavassero le parti intime. Altro grosso problema era quello della dentatura, attaccata senza pietà dalla carie, che contribuiva a rendere l’alito veramente nauseabondo; e quando il mal di denti diventava insopportabile, si ricorreva al cavadenti, medico o barbiere che fosse, naturalmente senza anestesia.
Con quelle teorie, che cosa si doveva fare? Per quanto riguarda la pulizia del corpo, le parti visibili si strofinavano con un panno, magari ruvido, affinché la sua funzione fosse più efficace; chi poteva permetterselo, vestiva abiti di seta o raso, che – si diceva – lasciavano scivolare via lo sporco. Naturalmente l’olezzo che le persone, uomini e donne, lasciavano come scie al loro passaggio poteva essere mascherato solamente dall’uso abbondante, se non esagerato, di profumi, che fra l’altro servivano pure come disinfettanti.
La sozzeria era dominante e spandeva cattivi odori dappertutto: per rendersene conto, basterebbe dare un’occhiata a quanto accadeva in una delle Corti Europee, esempio di ricchezza e potenza, vale a dire in quella francese di Versailles. Qui, il Re Luigi XIV evitava l’acqua come se fosse il diavolo, tanto che nella sua lunga – per quei tempi – vita pare che abbia toccato l’acqua (no, non per bere, sia ben chiaro) non più di un paio di volte. I servizi igienici erano pochi e fatiscenti, pertanto alla Corte era in auge il vezzo di defecare in qualsiasi punto ci si trovasse nel momento del bisogno («sic») e i «reperti» erano diventati tanto diffusi e abbondanti, che il Re si vide costretto a emanare una legge che imponeva la raccolta ogni settimana dei maleodoranti depositi, che, fra l’altro, erano arricchiti dalle feci dei moltissimi animali in circolazione, meritandosi le maledizioni dei servitori incaricati della bisogna. Non è da escludere che, in un tale «idilliaco» ambiente – secondo me – bande affamate di topi e di scarafaggi trovassero tutto quanto serve per ingrassare e passare quel bendidio alle future generazioni. Sporcizia e feci per ogni dove, dunque, e pidocchi, cimici e pulci, equamente distribuiti sul corpo e nei capelli, debitamente nascosti dalle ricche parrucche imposte da Luigi XIV a tutti i suoi cortigiani e accettate da tutto il suo popolo pecora. Non esistevano antiparassitari, per cui, per esempio, c’era l’abitudine di spulciarsi a vicenda, alla stessa maniera delle scimmie. Non mancavano la scabbia e altri attacchi fungini che erano combattuti solamente cercando di cambiare la dieta, eliminando certi cibi. Il cambio della biancheria era pressoché ignoto: solamente nel XVII secolo si iniziò a cambiarla settimanalmente, logicamente solo nelle case dei ricchi, che potevano permetterselo.
L’unico atto che riguardava la pulizia, era il comportamento dei commensali durante i pranzi e le cene: essi bagnavano, non lavavano, le mani in bacili con d’acqua non tanto per una questione di pulizia, bensì perché, non essendo ancora stata inventata o entrata nell’uso la forchetta, il cibo era afferrato e portato alla bocca con le dita delle mani, ed era ritenuto sconveniente il pulirsele dal condimento strofinandole sulle maniche oppure usando la tovaglia; cioè era una questione di «bon ton», molto, ma molto entro i limiti, e non certo di un inchino alla pulizia.
E meno male che c’erano state le Crociate, che avevano consentito agli Occidentali di apprezzare i costumi delle genti della Terra Santa, quando i Crociati erano ritornati alle loro case riportando l’abitudine degli Arabi di lavarsi usando saponi profumati, ottenuti solamente dall’olio d’oliva e d’alloro.
