Lezioni col marmo
Esperienze del Rinascimento Fiorentino:
Donatello e Michelangelo Buonarroti
Le cronache fiorentine dell’epoca raccontano che Michelangelo, quando il suo celebre David venne presentato al pubblico, riscosse gli elogi di tutti, con la sola eccezione del Gonfaloniere Pier Soderini[1], che ritenne «troppo grosso» il naso dell’antico Sovrano Ebraico. Le cronache in questione non fanno menzione di alcun risentimento da parte del grande scultore, che anziché offendersi, avrebbe preso in seria considerazione quella critica, se non altro in apparenza.
Presa in una mano la subbia con alcune schegge di marmo, e nell’altra il martello, l’eccelso artista, fingendo di aver trovato giusta l’osservazione, si mise a battere sul volto della sua creatura, lasciando cadere di tanto in tanto qualche frammento. Finito il lavoro, chiese al Soderini se l’opera fosse migliorata, e il suo interlocutore, lusingato di tanto apprezzamento da parte del sommo Buonarroti, rispose che il nuovo naso era diventato perfetto.
Qualcosa di simile, e tuttavia meno noto, accadde a Donatello[2] per la statua di San Marco che gli era stata commissionata dall’Arte del Lino per collocarla in uno dei tanti tabernacoli posti sugli esterni della grande chiesa fiorentina di Orsanmichele, nei pressi di Piazza della Signoria. Lo stesso Michelangelo disse che la statua era bellissima e che il Santo «aveva una faccia da vero galantuomo» ma i Priori dei Linaioli non furono d’accordo e avanzarono diverse critiche per rifiutare l’opera dell’artista e per non fargli avere il compenso pattuito.
Allora, Donatello chiese qualche giorno di tempo per metterla a posto: avuto l’assenso e collocata la statua nella nicchia chiudendola con un assito di legno, finse di lavorare per diversi giorni, ma in realtà si astenne da qualsiasi intervento di finitura. Alla conclusione, anche i protagonisti dell’Arte Linaiola, per il tramite dei predetti Priori, la trovarono bella e perfezionarono l’acquisto, lasciando ai posteri una concreta testimonianza di quella stagione umana e culturale, in cui anche la beffa poteva assumere toni quasi carnevaleschi, e soprattutto, lontani da qualsiasi suggestione di violenza.
Giova aggiungere che nel caso di specie l’aspetto quasi goliardico della vicenda avrebbe indubbiamente giovato alla sua fama, non a caso pervenuta fino ai nostri giorni, illuminandone la straordinaria fiorentinità con un leggero tocco sarcastico, tipico di non pochi personaggi – anche ragguardevoli – del capoluogo toscano.
Nella fattispecie il marmo, oltre a proporsi quale «materia insonne ed alata» di cui alla celebre definizione di Gabriele d’Annunzio, assume una connotazione integrativa di carattere quasi ludico, dimostrando la sua idoneità a proporsi come strumento di valenza culturale anche in questa manifestazione di valori «subalterni» a quelli essenziali, ma pur sempre notevoli, se non altro sul piano umano. Da questo punto di vista, la «lezione» di Michelangelo e di Donatello merita di essere riproposta alle comuni attenzioni, anche per essere stata utilizzata in un contesto certamente lontano dalla tradizione artistica della pietra, ma non per questo meno suggestivo.
Le due storie, che si riferiscono a vicende realmente accadute, anche se meglio conosciute in tempi successivi, vennero interpretate alla stregua della presunzione «correzionale» manifestata nel primo caso dal Soderini e nel secondo dai Priori dei Linaioli; e nello stesso tempo, alla suggestione, che spesso è tale da giocare qualche brutto scherzo.
A ogni modo, quelle storie dimostrano che il genio e la professionalità dell’artista sono un valore destinato a trascendere le critiche più o meno episodiche, affermando le doti creative dei veri maestri. Nello stesso tempo, sono una lezione di umiltà, virtù spirituale tipicamente cristiana che latita troppo spesso, come in quelle lontane occasioni, in taluni benpensanti ed esponenti delle classi superiori.
Si tratta di una lezione in cui il marmo fu protagonista sia pure strumentale nelle ispirazioni e nelle mani di Michelangelo e Donatello; e soprattutto, di una lezione non violenta, e anzi corroborata dalla saggezza e dalla pazienza, con il contorno di un fine umorismo e di una punta di sarcasmo, che in certe circostanze finiscono per acquisire un significato maieutico. In questo senso, le schegge di Michelangelo e le finzioni di Donatello sono tuttora in grado di esprimere un messaggio catartico, tanto più valido alla luce della perfezione estetica del David e del San Marco.
La fama dei due grandi artisti non è certamente legata agli episodi in riferimento. Nondimeno, si ritiene utile ricordarli, se non altro a conferma della componente «giocosa» presente in vari protagonisti della cultura fiorentina, anche per quanto riguarda una simpatica propensione al motteggio che strada facendo si è attutita, ma senza scomparire totalmente.
Come affermava un antico aforisma, a volte è necessario che gli scandali accadano; e questo è un caso tipico, anche se in quella circostanza si risolse nel migliore dei modi senza conseguenze negative per l’uno o l’altro interlocutore, ma restando a futura memoria collettiva come una lezione destinata alle comuni riflessioni. Dal marmo e col marmo, con un pizzico d’ironia per il saper vivere e per la verità oggettiva che non offendono, contribuendo a ottimizzare il rapporto umano.
1 Pier Soderini (1452-1522). Stretto collaboratore di Casa Medici, fu Ambasciatore in Francia, e dal 1501 Gonfaloniere di Firenze. Riformatore dell’erario e della giustizia, e artefice della conquista di Pisa dopo avere istituito una milizia stanziale, ebbe incertezze politiche ragguardevoli che gli valsero una forte avversione di Nicolò Machiavelli. A seguito della sua richiesta di convocare un Concilio contro Papa Giulio II della Rovere, la città di Firenze fu oggetto dell’interdetto pontificio e il Gonfaloniere fu costretto alla fuga, dapprima a Siena, e in seguito proprio a Roma, dove nel 1512 venne accolto dal nuovo Pontefice Leone X Medici.
2 Donatello (1386-1466). Artista dall’ingegno assai versatile, fu scultore in pietra, marmo, legno, bronzo e altri materiali, intrattenendo stretti rapporti con personaggi di grande fama quali Filippo Brunelleschi e Masaccio, e con uomini di potere come Cosimo il Vecchio. Formatosi nella bottega di Lorenzo Ghiberti, e poi nell’Opera del Duomo, la sua esperienza fiorentina fu seguita da quella decennale di Padova, e poi dalle presenze a Venezia, Ferrara, Mantova e Napoli con la produzione di opere aventi altissimo vigore espressivo e non meno rilevante valore stilistico.
