Pomellina Fregoso: una donna di ferro in
politica
Una pagina di storia monegasco-ligure
Pomellina Fregoso[1] nacque a Genova tra il 1387 e il 1388, figlia di Pietro Fregoso (1330-1404); molto incerta e ancor oggi oggetto di discussione la figura della madre di Pomellina[2], che molti storici ritengono essere Teodora Spinola (?-1370?), altri Benedetta Doria. Originari dell’omonima località della Val Polcevera, sulla collina sopra Rivarolo, i Fregoso, o Campo Fregoso, furono una intraprendente e ambiziosa famiglia di origini mercantili (come pressoché tutta la nobiltà cittadina), attivi nelle vicende politiche genovesi a partire dal XIII secolo, con Rolando, castellano di Voltaggio, Gavi e Portovenere. La famiglia esercitò una forte influenza sulla vita politica della Repubblica e ben 13 esponenti dei Fregoso ascesero alla più alta carica della Repubblica, il Dogato. Il primo di essi fu Domenico, ma il più famoso e rilevante fu Paolo, personaggio emblematico di una storia politica dominata dall’ambizione e dal calcolo sempre calibrato di circostanze e di opportunità, ciò che fu in generale una caratteristica della storia della famiglia e in cui si riflette molto il temperamento di Pomellina. Anche se purtroppo – situazione comune a molte sue coetanee – mancano precisi riscontri documentari sulla sua educazione, possiamo supporre che ella ricevette non solo una formazione culturale adatta al suo rango, ma soprattutto adatta a contrarre un giorno un matrimonio importante, magari con un nobile regnante, come infatti sarebbe avvenuto con il Signore di Monaco. Quando ella nacque, i conflitti fazionari all’interno del patriziato genovese, male endemico di cui la Repubblica non si liberò mai del tutto, erano giunti a un punto cruciale; le famiglie nobili si scontravano con asprezza per il controllo del potere e delle risorse, assoldando talvolta anche truppe mercenarie, come la Compagnia di Giovanni Acuto o quella di Francesco Sforza, conflitti spesso caratterizzati da alleanze strategiche, tradimenti e violenza, contribuendo all’inevitabile – e da tutti considerata pressoché cronica – instabilità politica della città. Il Comune di Genova nel Quattrocento costituisce, per molti storici, una variante impazzita rispetto al quadro generale dell’Italia del XV secolo, per molti versi estranea ai processi di riassestamento politico-territoriale che avevano luogo in buona parte della Penisola. Infatti, di fronte alla divisione delle realtà italiane del Rinascimento tra Stati Regionali in via di consolidamento e realtà minori, incapaci di proiettarsi oltre il ristretto ambito cittadino, Genova costituì un’eccezione, rimanendo ai margini di questi processi disponendo sì di un proprio dominio, ma dall’estensione relativamente ridotta e in larga parte irriducibile all’effimera e instabile autorità centrale, preda delle grandi famiglie signorili locali. Le famiglie più importanti, come i Fieschi, i Doria, gli Adorno, i Fregoso e altri, si combatterono per decenni per il controllo del Governo e delle istituzioni repubblicane, ognuna di esse arruolando dei veri e propri costosi eserciti privati (lo storico francese Heers calcola che a fine ’400 Gian Luigi Fieschi, uno dei capi fazione più potenti e ricchi, potesse mettere in campo quasi 5.000 soldati professionisti). Per avere una idea dello stato di confusione in cui versava Genova, bastano alcuni accenni alla nomina di Pietro Fregoso a Doge. La sua nomina dogale, la quindicesima, avvenne in un periodo di caos istituzionale che vide in pochi giorni, se non ore, l’alternarsi di più Dogi nell’estate del 1393; costretto all’abdicazione il predecessore Antonio Montaldo, il 15 luglio Pietro venne nominato Doge, o meglio si autonominò. La sua nomina durò solamente poche ore, poiché lo stesso Fregoso cedette il potere, con la forza, a Clemente Promontorio, che assunse la carica il giorno stesso. Anche quest’ultimo legò il suo nome a un Dogato brevissimo – un giorno – in quanto al suo posto fu scelto come soluzione di compromesso tra le parti nobiliari e popolari Francesco Giustiniani Garibaldo. Le consorterie inoltre si alleavano spesso con altre città-stato italiane o con potenze straniere per raggiungere i propri obiettivi, ma le alleanze potevano essere modificate in base agli interessi del momento. Questo fu l’«humus» familiare e sociale in cui la giovane Pomellina crebbe e che l’avrebbe influenzata per tutta la vita, riassumibile in una formula molto semplice, se non si potevano acquisire ricchezza, potenza e prestigio per vie pacifiche e legali, rimaneva sempre un’altra soluzione, l’uso della forza (anzi si potrebbe aggiungere che ella visse in un periodo storico in cui l’utilizzo della violenza per dirimere le controversie, tanto nella vita pubblica quanto in quella privata, era considerato normale e del tutto accettabile).
Un lungo periodo di tregua e relativa concordia a Genova si ebbe con l’avvento al Dogato, nel 1415, di Tommaso Fregoso, personaggio moderato e lungimirante, che pose finalmente termine alle ostilità tra i Grimaldi e il Comune di Genova; con altri nobili guelfi essi erano stati tra i suoi sostenitori nel conflitto che lo aveva opposto dapprima al marchese di Monferrato e, successivamente, ai Montaldo e agli Adorno. L’alleanza e la pace tra le fazioni fu suggellata dal matrimonio tra un partito ben noto a Genova, Giovanni I Grimaldi, Signore di Monaco, con Pomellina, nipote del Doge Tommaso, che aveva riportato i Grimaldi nel loro dominio; il matrimonio rifletteva anche un preciso interesse e un ambizioso progetto della Repubblica di Genova, quello di dirigere, o quantomeno influenzare, la politica interna ed estera monegasca, cercando di evitare che Grimaldi cercasse nuove alleanze a Parigi, a Torino o – quella che era forse l’eventualità peggiore – a Milano, ove comandavano i Visconti. Infatti il Duca Filippo Maria aveva inaugurato una politica aggressiva ed espansionistica, che ben presto avrebbe coinvolto anche Genova, i Fregoso e i Grimaldi; Visconti, tra i suoi tanti progetti, ne perseguiva uno che aveva ispirato la politica milanese anche al tempo del libero comune medievale, cioè la ricerca di un sicuro sbocco al mare per prodotti e merci milanesi (e per ovvie ragioni geografiche il più appetibile era Genova). Altro personaggio particolarmente pericoloso per Monaco in quegli anni fu il Duca di Savoia Amedeo VIII che fece di tutto per estendere il territorio da lui controllato, con l’intenzione di porre le basi per il controllo sabaudo sulla contea di Nizza. A differenza di altri membri della famiglia Grimaldi, Giovanni I si sforzò di mantenere buoni rapporti con i Savoia, perseguendo un atteggiamento volto alla stabilità per i suoi territori, seppur con molti problemi[3]. Altro esponente politico molto interessato a Monaco era il Re di Francia Carlo VII, fortunatamente per Grimaldi troppo occupato a riprendersi i territori del Regno invasi dagli Inglesi. Grimaldi si rendeva conto della necessità di estendere il più possibile la sua rete di alleanze e, seppur dopo molte insistenze, stipulò un trattato di alleanza e cooperazione reciproca con la Regina Giovanna II d’Angiò[4], che gli garantiva la più che discreta rendita di 1.200 fiorini l’anno.
In cambio del finanziamento, Grimaldi si obbligò a non esercitare la pirateria contro le imbarcazioni provenzali, inoltre gli fu imposto il divieto di esigere il pedaggio del 2% sulle navi che approdavano a Monaco, tassa precedentemente imposta a tutte le imbarcazioni e percepita da molti come un balzello del tutto ingiustificato. Giovanni aveva inoltre ereditato la passione per la politica e la forte ambizione dagli avi Carlo I[5] e Ranieri I[6], e lo avrebbe dimostrato ben presto. Alla morte del padre, egli prese possesso della fortezza di Monaco, che era stata persa da suo nonno Carlo I a favore della Repubblica di Genova, con il nome di Giovanni I, assumendone poi la coreggenza insieme ai fratelli Ambrogio e Antonio, a partire dal 1419. Egli governò in un primo tempo assieme ai due fratelli, che avrebbe poi congedato con un accordo di spartizione territoriale nel maggio 1427, con il quale fu a loro affidato il governo di Mentone e Roccabruna. Giovanni riassunse così il pieno controllo di Monaco; nel corso del suo Regno, che fu intervallato da lunghe dominazioni straniere, egli si scontrò con varie potenze, che conquistarono Monaco in più occasioni. Nel 1421 e nel 1422 Grimaldi si pose col proprio piccolo esercito al soldo di Firenze[7] e Napoli e, grazie anche al diretto intervento di Pomellina a sostegno del marito, Monaco fu molto aiutata da Genova in due occasioni importanti; nel 1424 la diplomazia genovese fece sì che Monaco fosse inclusa, assieme a Firenze, in un trattato di difesa reciproca contro il Ducato di Milano, e in quell’occasione i Fiorentini riconobbero un principio cui Grimaldi teneva molto, il libero e incondizionato utilizzo monegasco di tutte le rotte marittime e commerciali del Mediterraneo. Sempre diretto contro i Visconti fu un trattato di due anni dopo, in cui, anche con intermediazione genovese, Monaco fu inclusa in una lega difensiva assieme a Venezia, Firenze e Torino. Pochi anni dopo Giovanni, con il parere fortemente contrario della moglie – che vedeva svanire anni di paziente lavoro di mediazione e tessitura di alleanze – commise nel 1429 il grave errore di vendere Monaco per 12.000 lire genovesi a Filippo Maria Visconti, per poi riprendersi pochi anni dopo lo Stato con la forza, tradendo la parola data e annullando il contratto d’ingaggio con il Duca, che se ne adirò molto. Durante i suoi lunghi periodi di assenza egli delegò il Governo di Monaco a Pomellina, che ebbe così modo di poter dimostrare le sue notevoli capacità politiche e amministrative, oltre alla sua notevole ambizione; la Signora di Monaco infatti coordinò con efficacia e abilità le operazioni di difesa del territorio monegasco dagli attacchi di Luigi di Savoia – che ne rimase quantomeno sconcertato, all’epoca infatti non era molto diffusa la fiducia nelle capacità femminili – appoggiandosi alla flotta genovese, che le venne messa a disposizione, ma a condizioni ben precise da parte degli organi di governo genovesi. Anzitutto Genova le richiese insistentemente il diritto in esclusiva di attracco e di utilizzo delle strutture del porto monegasco a favore delle navi militari e commerciali della Repubblica, il tutto esente da ogni tipo di costi e imposte, anche per eventuali riparazioni del naviglio danneggiato, inoltre i rappresentanti genovesi chiesero e ottennero da Pomellina, che seppur «obtorto collo» fu costretta ad accettare, la cessazione immediata degli atti di pirateria ai quali da tempo i Monegaschi si dedicavano nel Mediterraneo Occidentale con naviglio proprio o di singoli pirati, arrecando gravi danni alla navigazione (e costringendo i proprietari dei navigli commerciali a stipulare contratti assicurativi a prezzi esorbitanti), oltre a spingere spesso gli Stati ad assegnare proprio naviglio militare di scorta alle imbarcazioni da carico. È noto inoltre che in politica tutto ha un prezzo e i Genovesi infatti non si lasciarono sfuggire l’occasione – in cambio del consistente aiuto – di ritagliarsi un proprio spazio di controllo e influsso sulla politica monegasca – destinato a durare a lungo – e Pomellina fu costretta ad accettare, conscia del fatto che lo Stato Grimaldino non aveva sufficienti risorse militari ed economiche per affrontare le potenze, italiane e non, che avrebbero voluto annetterselo o farne un proprio protettorato. Pomellina seppe tuttavia sfruttare al meglio l’amicizia ligure, per esempio facendo inserire nell’accordo con Genova una clausola in base alla quale la Repubblica, oltre a inviare una flotta per la protezione navale di Monaco, si impegnava altresì a spedire anche un nutrito contingente di soldati – fanti e balestrieri – a diretta difesa della rocca di Monaco e dei Monegaschi stessi (anche se gli inviati della Superba accollarono i costi di paghe e mantenimento dei soldati a Pomellina).
Inoltre ella seppe adoperare con accortezza e spregiudicatezza la rete diplomatica degli ambasciatori della Repubblica, soprattutto a Milano e a Torino, facendo pervenire per il loro tramite accorate proteste per le continue ingerenze a Monaco (quanto poi questi messaggi venissero presi in considerazione dai destinatari è un altro discorso).[8]
Questo il giudizio che fa di lei lo storico genovese P. Lingua: «Pomellina era una donna forte e dal temperamento risoluto, una Ligure aspra, capace e molto intelligente. Ella fu inoltre la prima Signora di Monaco di cui si abbiano notizie certe e con lei si affermò il ruolo importante giocato dalle donne nella politica dinastica dei Grimaldi».
Inoltre la Fregoso, anche a opinione dei suoi detrattori, era una donna di vasta cultura, amava danza, musica e teatro e sapeva intrattenere conversando un po’ di tutti gli argomenti gli importanti personaggi di passaggio da Monaco[9]. Il marito le delegò i rapporti con gli organi di Governo a Genova, forse un po’ per spirito utilitaristico, essendo lei di origini liguri, ma soprattutto per fiducia e stima nei suoi confronti. Nonostante la forte personalità sua e di Giovanni e i notevoli sforzi da entrambi compiuti per consolidare lo Stato, Monaco purtroppo rimaneva un vaso di coccio costretto a viaggiare con tanti vasi di ferro e solo a XVII secolo inoltrato si potrà parlare di un entità statale realmente autonoma e sovrana (pur sempre appoggiata dal Regno di Francia). Dopo il 1429 i problemi di Giovanni e Pomellina gradualmente peggiorarono. Nonostante l’autorevole protezione genovese, Savoia e Visconti non facevano nulla per mascherare la loro insofferenza verso l’indipendenza monegasca. Inoltre a Monaco si era al corrente, tramite informatori a Torino e a Milano, che entrambe le potenze continuavano a inviare spie e agenti provocatori in territorio monegasco, per tentare di sobillare i sudditi di Grimaldi contro i propri Signori, oltre a tenere costantemente aggiornati i Duchi di ciò che accadeva nei loro possedimenti. Molti dei riscontri, dispacci e avvisi (cioè notizie) inviati alle due Corti descrivevano tuttavia la situazione interna di Monaco come tranquilla e la quasi totalità dei Monegaschi come fedeli senza riserve ai loro Signori, di cui lodavano la bonarietà e il buon trattamento, a cominciare dalla mancanza di una forte pressione fiscale. La sensazione che i due Signori Monegaschi nutrivano era tuttavia quella di una situazione generale della politica italiana ed europea che avrebbe potuto deflagrare in qualunque momento, confermata anche dalle copie dei dispacci degli ambasciatori genovesi presso varie Corti, che Pomellina spesso riceveva dai parenti a Genova e che aiutarono lei e il marito ad avere un quadro sempre molto aggiornato dell’evoluzione dei rapporti tra gli Stati Europei. L’episodio più grave nei già di per sé difficili rapporti Grimaldi/Visconti si verificò nel 1438; dopo la stipulazione di un nuovo trattato difensivo con Genova da parte di Grimaldi, a Filippo Maria Visconti non sfuggì il fatto che l’aderenza stipulata da Giovanni con il Doge Tommaso Fregoso fosse sostanzialmente diretta contro di lui, pertanto egli sollecitò Ludovico di Savoia, suo alleato, a mettere in atto misure intimidatorie nei confronti di Grimaldi, in modo da indurlo ad abbandonare l’alleanza con Genova. Il Signore di Monaco, desideroso di rassicurare Visconti della sua fedeltà, si fece venire l’incauta idea di andare a fargli visita. Nonostante le suppliche di Pomellina, conscia dei gravi rischi a cui andava incontro il marito, egli volle partire ugualmente accompagnato dal figlio Catalano e, nonostante il salvacondotto di cui erano muniti, nel gennaio 1438 i due furono arrestati non appena ebbero messo piede in Lombardia. Intenzione del Duca era costringerli a cedere Monaco in cambio della libertà, e per mettere meglio in atto la cosa li consegnò al Savoia, che li fece rinchiudere nel castello di Pinerolo. Da qui, dopo alcuni mesi, furono trasferiti a La Turbie, la rocca sovrastante Monaco, dove furono presi in custodia da un vecchio nemico di Grimaldi, Giovanni di Confiens, allora governatore di Nizza. Le minacce di quest’ultimo a Pomellina, che in nome del marito aveva assunto un’altra volta il Governo di Monaco, non valsero però a farla cedere alle sue minacce, rafforzata in questo atteggiamento dall’invio di truppe genovesi da parte del Doge, suo fratello, con il quale, nel febbraio 1440, rinnovava il trattato di aderenza (un’alleanza e cooperazione militare). Da Genova si fece di tutto pur di far liberare il più presto possibile il marito e il figlio di Pomellina; il Doge scrisse anche al Re di Sicilia, Alfonso V d’Aragona, detto il Magnanimo, chiedendogli di scrivere anche lui a Milano tramite il suo ambasciatore, ma anche questo tentativo cadde nel vuoto. Pomellina, al sicuro grazie al presidio posto nella rocca di Monaco dall’alleato genovese, nonostante vari tentativi da Milano e da Torino per arrivare a una soluzione della vertenza Visconti /Grimaldi, rifiutò categoricamente di intavolare qualsiasi trattativa contro coloro che tenevano prigionieri marito e figlio, considerandoli degli usurpatori. I due Grimaldi rimasero in prigione per due lunghi anni, nel corso dei quali il Duca Visconti non riuscì a smuovere Pomellina dalla sua rigidità, pur mandando suoi incaricati a Monaco con lusinghe e profferte di pace, in cui esibiva una poco credibile volontà di riappacificazione, che Pomellina si guardò bene dal prendere sul serio. La sua risposta fu sempre la stessa, prima la liberazione dei due ostaggi, poi eventuali trattative di riappacificazione. Alla fine, preso da altre e più gravi incombenze – gli eserciti fiorentini e veneziani infliggevano infatti duri colpi alle milizie milanesi – il Duca si decise a mettere la parola fine a questa lunga e per lui del tutto inconcludente situazione. Su suo ordine Giovanni e il figlio furono riportati a Pinerolo e da qui a Moncalieri, per essere in seguito riconsegnati a Filippo Maria Visconti il quale, finalmente, nell’ottobre di quell’anno ne ordinò la liberazione. Ritornato il marito a Monaco, Pomellina si vide costretta a rientrare in quella sorta di cono d’ombra in cui si relegavano le donne nella sua epoca, non servendo più il suo aiuto essendo finito il burrascoso periodo in cui aveva dovuto occuparsi delle faccende di Stato. Giovanni volle lasciarsi alle spalle la brutta esperienza e manifestò apertamente la volontà – in questo osteggiato dalla moglie – di intrattenere rapporti amichevoli con il Duca Visconti. Allo stesso tempo, però, egli riprese prudenzialmente amichevoli rapporti con gli Angiò che, durante la sua prigionia, si erano prodigati per fargli riottenere la libertà. Gli fu confermato il possesso della gabella di Grasse e ottenne la nomina a Consigliere Regio. Grimaldi, a causa delle molte spese sostenute, tentò di vendere i suoi diritti su Monaco e nel 1448 offrì, con il parere contrario della moglie, la Signoria al Conte di Savoia, in cambio del pagamento di una cospicua pensione annuale, ma questi rifiutò l’offerta giudicando la somma richiesta eccessiva, oltre che per paura delle rivolte che avrebbero potuto scoppiare nei territori di Nizza e Turbia. Il 19 dicembre 1448 Giovanni prese possesso delle piazzeforti di Mentone e Roccabruna, conservandole per i propri successori. Nel 1451, non riuscendo a saldare i propri debiti, che ammontavano a 12.000 talleri d’oro, egli tentò di vendere la Signoria Monegasca al delfino di Francia Luigi, futuro Luigi XI, ma il principe francese non prese mai possesso dei territori, essendosi dimostrato insolvente nei pagamenti pattuiti. Avvenimento di rilievo per Pomellina e Monaco fu il matrimonio, celebrato nel 1444, tra il figlio suo e di Giovanni, Catalano, con Bianca Del Carretto (1432-1458), figlia del Signore di Finale Galeotto I, unione che proseguiva e consolidava una lunga tradizione di amicizia e alleanza tra le due maggiori famiglie signorili della Riviera di Ponente. La coppia ebbe tre figli: Giovanni e Ranieri (entrambi morti bambini) e Claudia, destinata a sposare il cugino Lamberto Grimaldi. Pomellina, in contrasto con il marito sin dal suo rientro dalla prigionia milanese, rivendicò a se stessa il merito di aver combinato l’unione del figlio, anche se va tenuto presente che spesso le cose non sono come all’apparenza possono apparire; tra Giovanni e la moglie infatti dopo il 1440 si innescò una sotterranea ma forte competizione, soprattutto in termini di impostazione della politica estera monegasca. In altri termini, Giovanni, come abbiamo detto, fece di tutto per riavvicinarsi al Duca di Milano e Pomellina vedeva in questo un annullamento di anni e anni del suo costante e paziente lavoro per fare invece di Monaco, pur salvaguardandone a tutti i costi l’indipendenza politica, un solido alleato della Superba, che in effetti aveva molto aiutato lei e Giovanni nei momenti più bui e difficili, con la mediazione di Pomellina, che si vide ingiustamente – secondo lei – messa da parte. A nulla valsero i tentativi di intermediazione del figlio e della nuora, che esposero chiaramente al padre e suocero i rischi del riavvicinamento con un personaggio infido, invidioso e doppiogiochista come era nell’opinione generale Filippo Maria. Giovanni però non arretrò di un passo dalle sue decisioni. Egli, durante le discussioni con la moglie e il figlio, mise in chiaro che l’affidamento alla Fregoso del Governo dello Stato nei periodi della sua assenza era da considerare come del tutto eccezionale ed è noto che l’eccezione riconferma la regola, anche in politica. A Monaco, come in tutti gli Stati sovrani del tempo, comandavano gli uomini, alle donne erano deputati altri compiti. Ovviamente la Signora di Monaco prese la cosa molto male e covò nei confronti del marito un forte rancore e risentimento, sospendendogli qualunque aiuto con Genova o altre potenze e opponendogli un netto rifiuto nelle sempre più rare occasioni in cui si azzardò a tentare di coinvolgerla nei suoi progetti. Giovanni tuttavia non era un ingrato e, nonostante i suoi buoni rapporti con la casata genovese degli Adorno, diede il suo sostegno ai Fregoso quando, all’inizio del 1447, essi intrapresero anche con l’appoggio francese il riuscito tentativo di rientrare a Genova e riprendersi il potere (con ogni probabilità in questo suo disegno politico, solo apparentemente contraddittorio, egli mirò a non rinnegare del tutto gli antichi e utili legami con Genova, anche se con la moglie, per orgoglio, non lo ammise). Giovanni volle inoltre rappacificarsi con il Duca di Savoia, recandosi nel dicembre 1448 a Torino a fare atto di omaggio vassallatico al Duca Ludovico per Mentone e Roccabruna, ottenendo l’investitura dei due territori e la nomina a Consigliere Ducale. Nell’autunno 1450 egli si recò a Roma per partecipare al giubileo indetto da Papa Niccolò V, ma fu imprigionato per ordine del Papa stesso quale rappresaglia per la cattura, operata da suo figlio Catalano, di una nave carica di vino di Linguadoca, destinata al Cardinale camerlengo. Stavolta Pomellina non fece niente per aiutarlo, avendo inoltre, prima della partenza, il marito ceduto la reggenza al figlio. Grimaldi fu liberato per Natale, grazie all’intervento del genero Pietro Fregoso, nel frattempo divenuto Doge. Nel 1453 Giovanni in uno dei suoi ultimi atti di Governo accompagnò Renato d’Angiò – invitando Pomellina a seguirlo ma lei si rifiutò – nella sua spedizione in Lombardia, ma, ammalatosi, dovette trattenersi a Genova. Nel gennaio dell’anno successivo egli intervenne a Ventimiglia per sedare alcuni disordini causati dai partigiani dei Doria, ma aggravatesi le sue condizioni di salute, dovette fare ritorno a Monaco dove, il 3 aprile 1454, fece testamento nominando erede universale il figlio Catalano e, in difetto, l’altra figlia Bartolomea, moglie di Pietro Fregoso; morì l’8 maggio. La moglie è nominata nel suo testamento per numerosi allodi che il marito le intestò («dominae Pomellinae de Campo Fregosio eiusdem domini testatoris uxor»). Catalano ereditò una situazione non facile, i cambiamenti in politica estera filosabaudi e filofrancesi del padre nei suoi ultimi anni di vita avevano molto irritato i Genovesi; egli, consigliato dalla madre, invertì parzialmente la rotta e una volta divenuto Signore di Monaco dichiarò nulla la vendita della rocca ai Francesi (cosa che maggiormente impensieriva i Genovesi), ribadendo però, al contempo, gli obblighi feudali che il padre aveva assunto con il Duca di Savoia. Egli governò per pochi anni. Ammalatosi gravemente verso la fine di quell’anno, fece testamento in Monaco il 4 gennaio 1457, nominando erede l’unica figlia, Claudina, per la quale disponeva il matrimonio con il cugino Lamberto Grimaldi, Signore di Antibes e co-Signore di Mentone, appartenente al ramo più prossimo della famiglia. Catalano morì a Monaco nel luglio del 1457; le disposizioni testamentarie a favore di Lamberto incontrarono una decisa opposizione da parte di Pomellina, che aveva potuto esercitare un forte ascendente negli anni di Governo del figlio e che non aveva alcuna intenzione di farsi da parte. La Fregoso da tempo progettava di trasmettere la Signoria di Monaco alla figlia Bartolomea, moglie del Doge di Genova Pietro Fregoso, ma soprattutto non intendeva rinunciare a quel potere che, sotto Catalano, aveva potuto esercitare. Tuttavia, non potendo andare contro le ultime volontà del defunto, ella accettò, il 20 ottobre, di stipulare una convenzione con Lamberto, in base alla quale, fino all’effettiva celebrazione del matrimonio (Claudina all’epoca aveva appena sei anni) le sarebbe spettata l’amministrazione della Signoria, mentre la guarnigione dei castelli rimaneva alle dipendenze del Grimaldi. L’accordo ebbe una durata brevissima perché, con l’appoggio dei parenti Fregoso, desiderosi di recuperare Monaco, Pomellina prese accordi segreti con i Grimaldi di Boglio, prospettando un matrimonio tra la nipote e Giorgio, figlio di Giacomo Grimaldi, allora capo di quel ramo della casata. Nel marzo 1458 essi, insieme con i Fregoso, tentarono di impadronirsi di sorpresa della rocca, ma Lamberto, riuscito a fuggire, poté raggiungere Mentone e di qui organizzare la riconquista di Monaco. Egli fu, con saggezza e sagacia, moderato contro i congiurati – nei loro confronti venne comunque istruito un processo, con condanne al bando perpetuo – mentre con Pomellina si moderò la severità, lasciandola nel possesso di tutte le sue rendite, con la sola imposizione di risiedere a Mentone. Ella morì a Monaco nel 1468,[10] ove poté rientrare a seguito del perdono di Lamberto; lasciò tutti i suoi beni alla figlia.
Pomellina Fregoso va ricordata per il carattere forte e tenace e per la vittoriosa e decisiva difesa dell’indipendenza di Monaco.
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1 Forse la famiglia trasse il nome da una piccola località di Val Polcevera, Campofregoso, sui colli sopra Rivarolo. Il cognome Campofregoso, come la maggior parte dei cognomi italiani, ha origini toponimiche. In questo caso, è possibile che sia derivato dalla località di Campo, un toponimo piuttosto comune. Molti cognomi italiani derivano da luoghi, come campi, borghi o montagne, dove le famiglie vivevano o avevano le loro sedi. Nel caso di Campofregoso, «Campo» indica un territorio aperto, un campo, mentre Fregoso indica l’origine.
2 Una precisazione etimologica; il nome proprio Pomellina deriva dalla parola latina «pomum», con l’aggiunta di un vezzeggiativo. Esso era molto diffuso in Liguria tra Medioevo e Primo Rinascimento.
3 Giovanni I è riconosciuto da molti storici come una figura ambiziosa e tenace, che seppe difendere gli interessi della sua casata in un contesto geopolitico estremamente turbolento.
4 Giovanna II d’Angiò-Durazzo, nota anche come Giovanna II di Napoli (1371-1435), figlia del Re Carlo III d’Angiò-Durazzo e della Regina Margherita di Durazzo, succedette sul trono di Napoli al fratello Ladislao I, deceduto privo di eredi legittimi. Fu Regina di Napoli, dalla morte del fratello, nel 1414, alla sua nel 1435.
5 Carlo I di Monaco (+1357) è stato il primo Signore Sovrano di Monaco e viene perciò considerato il fondatore della dinastia. Figlio maggiore di Ranieri I e della sua prima moglie, Salvatica Del Carretto, Carlo venne costretto all’esilio a seguito dell’invasione genovese a Monaco, che la pose sotto il dominio della Superba dal 10 aprile 1301. Dopo 30 anni di Governo Genovese, Carlo riprese possesso della rocca il 12 settembre 1331 e vi governò sino alla morte, quando essa venne nuovamente ripresa dai Genovesi. Egli fu inoltre Signore di Cagnes e barone di San Demetrio. Nel 1346 ottenne la Signoria di Mentone e, nel 1355, conquistò la Signoria di Roccabruna.
6 Ranieri Grimaldi (1267-1314) fu, in seguito alla morte del cugino Francesco, il secondo Signore di Monaco, oltre a essere Ammiraglio Generale di Francia, barone di San Demetrio e Signore di Cagnes.
7 In cerca di protezione e nuove e proficue alleanze, Giovanni nella primavera del 1422 aveva ottenuto dalla Signoria Fiorentina una provvisione annua [rendita che si concedeva a un alleato] pari a 2.000 fiorini.
8 Può stupire che Pomellina avesse bisogno di appoggiarsi a Genova per le missive diplomatiche; bisogna tuttavia tenere conto del fatto che nel XV secolo Monaco non disponeva di propri ambasciatori, adoperando singoli inviati quando si trattava di negoziare uno o più affari specifici con qualche Stato, ma ciò per parecchio tempo non diede luogo alla formazione di un «corpus» di rappresentanze diplomatiche permanenti, anche per i costi molto elevati che esse comportavano.
9 Una sorta di anticipatrice del Cortegiano di Baldassarre Castiglione.
10 Lo storico Saige fa notare che Pomellina a Mentone continuò a fomentare l’opposizione a Lamberto almeno sino al 1466.
