Ultima Bandiera
Onore alle vittime della tragedia giuliana, istriana e dalmata

Il plumbeo autunno del 1943 che nella storia dell’Istria vide l’inizio delle maggiori persecuzioni a danno degli Italiani e di quanti non intendevano piegarsi alla violenza elevata a sistema, deve essere ricordato per avere proposto alla memoria storica tanti esempi di fede nei grandi valori di civiltà e di giustizia: in tutta sintesi, di Patria. Basti pensare all’estremo sacrificio di Norma Cossetto, caduta il 5 ottobre, Medaglia d’Oro assurta a simbolo del martirologio giuliano, istriano e dalmata, e quello di almeno 20.000 caduti per mano slava che versarono il proprio sangue in nome dell’Italia[1] anche negli anni successivi, compresi quelli del lungo e tragico dopoguerra.

Nella memoria degli eroi si devono annoverare, fra i tanti, gli esempi di coraggio e di forza non soltanto morale dati da coloro che, superstiti di quella stagione davvero orribile, si erano impegnati per l’ultima difesa di una terra italiana già nobilitata da tanti sacrifici, e avevano combattuto fino all’estremo limite senza alcuna certezza, se non quella di tenere alta la bandiera dell’onore. Ecco qualche nome di primaria rilevanza: Libero Sauro, combattente indomito e figlio di Nazario, il celebre eroe di Capodistria condannato al capestro austriaco durante la Quarta Guerra d’Indipendenza (1915-1918); Bruno Artusi, che più tardi avrebbe fondato il Libero Comune di Pola in Esilio, onorando la rinnovata pregiudiziale irredentista del dopoguerra; Luigi Papo, che il 4 ottobre 1943, un mese dopo l’armistizio di Badoglio, aveva fondato il Gruppo «Unghia del Leone» per testimoniare la fedeltà agli ideali di libertà e italianità presenti nelle menti e nei cuori di tanti patrioti.

Oggi, gli ultimi testimoni diretti sono «andati avanti» in larga maggioranza e hanno terminato il loro apporto alla «buona battaglia», ma hanno lasciato agli esuli superstiti, agli amici, agli eredi e a tutti gli Italiani degni di questo nome un messaggio di pur difficile e lontana speranza, suffragato dall’impegno di una vita. Basti dire che ammontano a parecchie decine le opere di carattere storico e celebrativo che Papo ha pubblicato per la causa, a cominciare dal grande Albo d’Oro in cui sono riportati, assieme ai dettagli di riferimento, i nomi di migliaia di martiri e di caduti negli infoibamenti, nelle acque dell’Adriatico, nelle cave istriane, negli ultimi combattimenti e nei campi di detenzione jugoslavi. Si tratta di una testimonianza imperitura di un alto senso dell’onore, e prima ancora, di una fede adamantina.

Vale la pena di rammentare che dopo il «Diktat» del 10 febbraio 1947 – lo stesso giorno che vide la giovane patriota fiorentina Maria Pasquinelli protagonista a Pola[2] dell’estrema protesta nazionale – la Jugoslavia chiese all’Italia, in conformità al trattato di pace (articolo 15), la consegna di oltre 700 «criminali di guerra» o presunti tali: cosa che lasciava molti dubbi, se non altro perché la cifra era oggettivamente abnorme, assai superiore a quella richiesta nel suo complesso da tutti gli altri Paesi vincitori, partendo dai cosiddetti «Quattro Grandi» per giungere fino ai cosiddetti «ultimi» tra cui Albania, Etiopia e Grecia.

Grazie al cielo, quei «criminali» non furono lasciati alla vendetta di Tito: nell’elenco, paradossalmente, c’era lo stesso Papo che aveva la sola «colpa» di essersi battuto per 18 mesi a difesa dell’italianità istriana e dei suoi valori civili, umani e patriottici. Qualcuno ha prontamente sostenuto che quel patriota «senza macchia e senza sconfitta» si era impegnato dalla «parte sbagliata». Nondimeno, ciò che accadde in quel periodo tragico e nei lunghi anni successivi – quando si sarebbe attuata la persecuzione sistematica della stessa dissidenza jugoslava da parte del sistema titoista – dimostra che si tratta di una tesi sempre opinabile, e nella fattispecie, indubbiamente inaccettabile: nelle terre giuliane, istriane e dalmate, i pochi abitanti di nazionalità italiana schierati con il regime di Belgrado, ma generalmente comunisti di provata fede, non stavano davvero con la «parte giusta», come la storia avrebbe puntualmente dimostrato.

Alla luce di quanto scrisse Teseo Tesei, indimenticabile Medaglia d’Oro della Seconda Guerra Mondiale, non importa tanto vincere, quanto agire «bene, con coraggio e con dignità»: cosa che fu fatta, consapevolmente e fortemente, da tanti altri eroi sconosciuti e da quanti ne abbracciarono le convinzioni e gli auspici, affidando ai posteri un messaggio che non può e non deve essere disperso. Del resto, la storia di quel periodo è testimone di tanti esempi del valore italiano, riconosciuto anche dal nemico anglo-americano dell’epoca[3], con la presentazione delle armi nel momento della resa (un commovente esempio fra i tanti, è quello riferito dall’Ausiliaria Raffaella Duelli in ricordo della sua cattura in agro di Padova, assieme ad altre militanti del Servizio Ausiliario Femminile, da parte degli Alleati).

Chi vince, dall’epoca precristiana del Gallico Brenno in poi, e dal suo celebre «Guai ai vinti» fino all’età contemporanea, ha sempre ragione, ma l’assunto è valido soltanto sul piano della «realtà effettuale» di machiavelliana memoria, e per vari aspetti, del diritto internazionale bellico. Non altrettanto può dirsi per quello morale che, restando nell’ambito della suddetta epoca, manifesta il dovuto ossequio alle «alte non scritte e inconcusse leggi» (Sofocle) della tradizione classica.

La storia non è finita il 10 febbraio 1947 dopo i lunghi anni frattanto trascorsi, e non finisce nemmeno ora, sebbene il comunismo «nazionale» di Tito, al pari di tanti confratelli ortodossi, sia fragorosamente caduto, evidenziando limiti di tutta evidenza nel campo politico, e soprattutto in quello morale. A più forte ragione, gli onori che si sono tributati all’ultima Bandiera non si limitano a costituire un pur doveroso e coinvolgente rito, ma esprimono la volontà di «egregie cose» ispirate a un grande esempio di patriottismo e di forza morale.


Note

1 La cifra in questione è naturalmente approssimativa, ma accanto alle stime inferiori di matrice filo-jugoslava non mancano indicazioni notevolmente più alte, come quelle contenute nel dettagliato e naturalmente controverso Albo Caduti e Dispersi della Repubblica Sociale Italiana, a cura di Arturo Conti, Edizioni della Fondazione Repubblica Sociale Italiana – Istituto Storico Onlus, Terranuova Bracciolini 2005, 750 pagine (con oltre 50.000 nomi, compresi quelli dei caduti in combattimento sui vari fronti bellici).

2 Per una sintesi esaustiva del gesto (peraltro disperatamente unico) di Maria, che uccidendo il Generale Robert De Winton, Comandante militare della piazzaforte alleata di Pola, intese simboleggiare la protesta italiana contro l’iniquità del trattato di pace, confronta Carlo Cesare Montani, «Maria Pasquinelli: un percorso di dolore e di speranza cristiana», in Venezia Giulia Istria Dalmazia – Pensiero e vita morale, Aviani & Aviani Editori, Udine 2021, pagine 187-219. Sull’argomento, confronta anche Carla Carloni Mocavero, La donna che uccise il Generale: Pola 10 febbraio 1947, Ibiskos Editrice Risolo, Empoli 2012, 246 pagine; e Rosanna Turcinovich Giuricin, La giustizia secondo Maria – Pola 1947: la donna che sparò al Generale Brigadiere Robert W. De Winton, Del Bianco Editore, Udine 2008, 136 pagine (con appendice fotografica).

3 Uno storico d’indiscusso valore oggettivo come Ernesto Galli della Loggia ha ravvisato nel dramma del Secondo Conflitto Mondiale e degli eventi immediatamente successivi, un estremo esempio di «morte della Patria», con particolare riguardo alle condizioni italiane. Oltre la definizione, comunque riferibile a condizioni transeunti, giova aggiungere che non tutti i valori erano scomparsi, come attestano i riconoscimenti del nemico (tra quelli di massimo livello sono da ricordare i giudizi sulla Repubblica Sociale Italiana dello stesso Dwight Eisenhower, Capo supremo degli Alleati, di cui alle memorie del suo Consigliere militare per la Marina).

(gennaio 2024)

Tag: Carlo Cesare Montani, Maria Pasquinelli, Norma Cossetto, Libero Sauro, Nazario Sauro, Bruno Artusi, Luigi Papo, Pietro Badoglio, Maresciallo Tito, Teseo Tesei, Raffaella Duelli, Brenno, Sofocle, Arturo Conti, Robert De Winton, Carla Carloni Mocavero, Rosanna Turcinovich Giuricin, Ernesto Galli della Loggia, Dwight Eisenhower, Italia, Capodistria, Mare Adriatico, Albania, Etiopia, Grecia, Belgrado, Padova, Pola, Quarta Guerra d’Indipendenza, Grande Guerra, Libero Comune di Pola in Esilio, Albo d’Oro, Quattro Grandi, Foibe, Seconda Guerra Mondiale, Servizio Ausiliario Femminile.