Antonio Gramsci, il comunista autoritario
Gli scritti del pensatore sardo subirono nel corso del tempo una certa involuzione

Antonio Gramsci è stato spesso considerato come un pensatore autonomo, lontano dal conformismo comunista e favorevole ad un certo grado di democrazia. Diversamente nei suoi scritti fino al 1926, anno della sua incarcerazione, si nota con evidenza una progressiva tendenza verso l’idea di uno stato e di un partito fortemente autoritari, scritti che denotano una crescente mancanza di originalità, l’uso di uno stile prolisso e il ricorso ad una terminologia forzata, tipica di tutto il mondo comunista di quegli anni.

Per comprendere il pensiero politico di Gramsci è sicuramente importante fare riferimento alla nascita della Terza Internazionale ad opera di Lenin nel 1919. Il documento più famoso di questo organismo che portò a scontri e profonde spaccature nel mondo socialista furono le cosiddette Ventuno Condizioni emanate nel 1920 per l’ammissione nell’organizzazione stessa. In esse si afferma: «La stampa periodica e non periodica e tutte le pubblicazioni di partito debbono essere completamente subordinate alla direzione del partito… bollare a fuoco, in modo sistematico e implacabile, non soltanto la borghesia ma anche i suoi complici, i riformisti di qualunque sfumatura… è assolutamente necessario combinare l’attività legale con quella clandestina… il partito comunista sarà in grado di compiere il proprio dovere soltanto se sarà organizzato il più possibile centralisticamente, se in esso dominerà una disciplina ferrea». Sicuramente questi principi di combattività e rigida subordinazione ebbero un forte influsso nel pensiero gramsciano, anche se in quegli anni in Italia come nel resto d’Europa i lavoratori avevano conosciuto un notevole miglioramento delle loro condizioni (giornata lavorativa di otto ore) e diversi partiti socialisti si apprestavano ad entrare a far parte dei Governi.

Da subito Gramsci si entusiasmò per la rivoluzione russa, nel marzo del 1918 scrisse che «la rivoluzione nata dal dolore e dalla disperazione, continua nel dolore e nelle sofferenze… Si ha la parvenza dello sfacelo, del disordine, della confusione», un’affermazione abbastanza realistica, diversa da quelle che successivamente molti comunisti fra i quali lo stesso autore assumeranno con il passare degli anni. Circa un anno dopo, il nostro scrittore insistette ancora sulle numerose morti che la Rivoluzione aveva provocato ma con un accenno alle necessità delle crudeltà che la Rivoluzione comporta.

Nel giugno del 1919 Gramsci iniziò ad orientarsi sulla necessità di organizzare la classe operaia attraverso delle iniziative prese dai vertici: «Lo stato socialista esiste già potenzialmente negli istituti di vita sociale caratteristici della classe lavoratrice sfruttata. Collegare tra di loro questi istituti, coordinarli e subordinarli in una gerarchia di competenze e di poteri, accentrarli fortemente, pur rispettando le necessarie autonomie e articolazioni, significa creare già fin d’ora una vera e propria democrazia operaia… È necessario dare una forma politica e una disciplina permanente a queste energie disordinate e caotiche». Nello stesso anno scrisse: «Il sindacalismo, che si presentò come iniziatore di una tradizione liberista “spontaneista”, è stato in verità uno dei tanti camuffamenti dello spirito giacobino e astratto», definì la tattica di Filippo Turati come «cretinamente parlamentatista» e parlò della necessità di «impedire che la rivoluzione si componga miseramente in un nuovo Parlamento di imbroglioni… il Partito Comunista non può avere competitori nel mondo intimo del lavoro. Il Partito Comunista educa il proletariato a organizzare la sua potenza di classe, a servirsi di questa potenza armata per dominare la classe borghese».

Nel 1919 si ebbe la rivoluzione comunista in Ungheria che ebbe tuttavia breve durata. Gramsci individuava nei sindacati i responsabili della sua caduta: «La dittatura dovette sostenere un’aspra battaglia non solo contro la classe borghese, ma anche contro i sindacati… i sindacati invece sono rimasti fedeli alla “vera democrazia” e non trascurano nessuna occasione per indurre o costringere gli operai a dichiararsi avversari della dittatura… Il compito del Partito Comunista nella dittatura è dunque questo: organizzare potentemente e definitivamente la classe degli operai e contadini in classe dominante».

Scrivendo sempre su «L’Ordine Nuovo» nel maggio del 1920 Gramsci espresse una considerazione che può essere considerata molto significativa sulle violenze che si scatenarono nel Primo Dopoguerra: «Operai industriali e agricoli sono incoercibilmente determinati, su tutto il territorio nazionale, a porre in modo esplicito e violento la questione della proprietà sui mezzi di produzione… La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano una ripresa della produttività; o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa»; nel medesimo articolo Gramsci criticò il comportamento irresoluto dei capi del Partito Socialista: «Da partito parlamentare piccolo-borghese deve diventare il partito del proletariato rivoluzionario che lotta per l’avvenire della società comunista attraverso lo Stato operaio, un partito omogeneo, coeso, con una sua propria dottrina, una sua tattica, una sua disciplina rigida e implacabile. I non comunisti rivoluzionari devono essere eliminati dal Partito». Il nuovo Partito, scrisse nello stesso articolo, «coordini e accentri nel suo comitato esecutivo centrale tutta l’azione rivoluzionaria del proletariato… il proletariato industriale e agricolo sia invitato a prepararsi e ad armarsi».

La sconfitta riportata dalla sinistra con l’occupazione delle fabbriche presidiate da gruppi armati di operai (Guardie Rosse) nell’estate del 1920 non cambiò l’atteggiamento di Gramsci sulla necessità di una organizzazione centralizzata del proletariato: «La frazione comunista si costituisca con un apparecchio direttivo organico e fortemente centralizzato, con proprie articolazioni disciplinate in tutti gli ambienti dove lavora». Dopo la costituzione del Partito Comunista d’Italia Sezione della Terza Internazionale nel gennaio del 1921 si ebbe nei mesi immediatamente successivi l’ordine dell’Internazionale Comunista di ricreare un fronte comune con i socialisti, tale inversione di rotta lasciò molti sconcertati, lo stesso segretario del Partito, Amedeo Bordiga, si mostrò fortemente riluttante a tale singolare cambiamento. Antonio Gramsci riteneva invece che si dovesse rispettare la gerarchia di comando e nel 1924 scrisse: «I compagni della Sinistra protestano la loro disciplina all’Internazionale. Noi diciamo loro: Non basta dichiarare di essere disciplinati. Bisogna mettersi sul piano di lavoro indicato dall’Internazionale».

L’organizzazione dei Partiti Comunisti come abbiamo visto era già molto gerarchicizzata, nel 1924 i comunisti russi che avevano una posizione prevalente nell’Internazionale imposero una ulteriore restrizione all’autonomia dei partiti periferici con l’introduzione della cosiddetta «bolscevizzazione» che trovò in Gramsci un convinto sostenitore. Scrisse in quell’anno: «È certo che la situazione in cui noi ci troviamo è molto più difficile di quella in cui si trovavano i bolscevichi russi, perché noi dobbiamo lottare non solo contro la reazione dello Stato fascista, ma anche contro la reazione dei riformisti nei sindacati. Appunto perché è più difficile la situazione, più forti devono essere le nostre cellule sia organizzativamente che ideologicamente. In ogni caso, la bolscevizzazione per ciò che ha riflesso nel campo organizzativo è una necessità imprescindibile… ogni comunista deve sentire sempre di essere subordinato alla volontà del suo Partito e deve giudicare tutto dal punto di vista del suo Partito… Il nostro Partito ha abbastanza sviluppato il senso della disciplina, e cioè ogni socio riconosce la sua subordinazione al complesso del Partito, ma non altrettanto si può dire per ciò che riguarda i rapporti con l’Internazionale comunista». Nello stesso articolo Gramsci mise in luce oltre alle tendenze intransigenti della Sinistra quelle moderate della «Destra» comunista convinta della necessità di prendere delle iniziative insieme ad altri gruppi politici di Sinistra contro il Governo Fascista: «Esiste una tendenza di destra, i cui elementi, demoralizzati dall’apparente strapotere del partito dominante, disperando che il proletariato possa rapidamente rovesciare il regime nel suo complesso, incominceranno a pensare che sia per essere migliore tattica quella che porti, se non addirittura a un blocco borghese-proletario per la eliminazione costituzionale del fascismo». Il fatto che il Paese andasse verso una dittatura non destava particolare preoccupazione nel rivoluzionario sardo, che respingeva nettamente una qualche forma di accordo fra partiti antifascisti: «Posta tra la organizzazione settaria “bordighiana” e le formazioni politiche controrivoluzionarie in sfacelo (massimalisti, [comunisti] unitari, aventiniani e simili) la classe operaia ricadrebbe nella passività».

Nel 1926 si tenne un congresso del Partito Comunista a Lione, essendo ormai pericoloso svolgere convegni nel nostro Paese. Antonio Gramsci fu il protagonista di tale incontro e l’estensore di una voluminosa relazione conosciuta come le Tesi di Lione. In essa si ribadisce: «Un compromesso tra fascismo e opposizione borghese è in atto e ispirerà la politica di ogni formazione di “centro” che sorga dai rottami dell’Aventino… la socialdemocrazia sebbene abbia ancora la sua base sociale, per gran parte, nel proletariato per quanto riguarda la sua ideologia e la sua funzione politica cui adempie, deve essere considerata non come un’ala destra del movimento operaio, ma come un’ala sinistra della borghesia e come tale deve essere smascherata». In questa relazione venne sviluppata la bolscevizzazione del Partito: «Spetti al Partito Russo una funzione predominante e direttiva nella costruzione di una Internazionale comunista… La organizzazione di un partito bolscevico deve essere, in ogni momento della vita del partito, una organizzazione centralizzata, diretta dal Comitato centrale non solo a parole, ma nei fatti. Una disciplina proletaria di ferro deve regnare nelle sue file… La centralizzazione e la compattezza del partito esigono che non esistano nel suo seno gruppi organizzati i quali assumano carattere di frazione. Un partito bolscevico si differenzia per questo profondamente dai partiti socialdemocratici». Venne ripreso il tema del fronte unico che l’Internazionale aveva posto subito dopo la fondazione del Partito Comunista d’Italia, ma con un intento particolare: «La tattica del fronte unico come azione politica (manovra) destinata a smascherare partiti e gruppi sedicenti proletari». Lo stesso atteggiamento ambiguo verso i socialisti venne mantenuto anche successivamente, nel 1926 Gramsci scrisse: «Il compagno Lenin aveva formulato la linea del nostro vecchio partito come un’alleanza con la socialdemocrazia, non come una fusione. Alla fusione si sarebbe arrivati più tardi, quando il processo del predominio del raggruppamento comunista si fosse sviluppato». Nello stesso articolo ribadì l’idea di un partito rigidamente gerarchicizzato: «La subordinazione completa di tutte le energie del partito in tal modo socialmente unificato alla direzione del Comitato centrale… L’autorità del Comitato centrale, tra un congresso e l’altro, non deve mai essere posta in discussione… il partito non intende permettere che si giochi più a lungo al frazionismo e all’indisciplina». Gramsci affrontò il problema dell’affiancamento delle lotte operaie con quelle contadine in una maniera piuttosto singolare: «Il solo organizzatore possibile della massa contadina meridionale è l’operaio industriale, rappresentato dal nostro partito».

Sempre nel 1926 Gramsci scrisse: «Nella nostra Mozione abbiamo indicato due elementi fondamentali: 1) l’esistenza nel Partito di una completa omogeneità ideologica, risultante dal consenso attivo nel principio del marxismo rivoluzionario e del leninismo; 2) l’esistenza e il rispetto da parte di ogni compagno di una ferrea disciplina di lavoro. In un partito bolscevico non devono esistere frazioni e non deve esistere nemmeno uno stato di frazionismo nascosto». In diverse occasioni Gramsci si dichiarò contrario ad iniziative congiunte della Sinistra contro la nascente dittatura: «All’inizio della crisi Matteotti la deviazione di destra era rappresentata da quei compagni i quali pensavano che il Partito dovesse legare la sua tattica a quella delle Opposizioni borghesi… nel Partito degli elementi di destra, riluttanti alla politica nostra, o restii al rigore di disciplina che ci è proprio, ma essi sono individui dispersi, capaci forse di esprimere il loro malcontento in forma di mormorio e di pettegolezzo ma impossibilitati a mostrarsi alla luce del sole». Anche di fronte alle violenze e alla coercizione verso operai e contadini attuata dal Governo di Lenin in Russia, Gramsci non modificò la sua opinione: «Nessun partito e nessun proletariato europeo è riuscito fino ad oggi e per molto tempo ancora non riuscirà ad accumulare un patrimonio prezioso come quello rappresentato dall’autorità e dal prestigio che il Partito Russo si è conquistati nell'Internazionale dei lavoratori».


Bibliografia

Antonio Gramsci, La Rivoluzione contro il Capitale, «L’Avanti», 24 novembre 1917 e «Il Grido del Popolo», 5 gennaio 1918

Antonio Gramsci, Un anno di storia, «Il grido del popolo», 16 marzo 1918

Antonio Gramsci, Bilanci rossi, «L’Avanti», 4 aprile 1919

Antonio Gramsci, Democrazia operaia, «L’Ordine Nuovo», 21 giugno 1919

Antonio Gramsci, La conquista dello stato, «L’Ordine Nuovo», 12 luglio 1919

Antonio Gramsci, Lo sviluppo della rivoluzione, «L’Ordine nuovo», 13 settembre 1919

Antonio Gramsci, Ai commissari di reparto delle Officine Fiat Centro e brevetti, «L’Ordine Nuovo», 13 settembre 1919

Antonio Gramsci, 1919 I sindacati e la dittatura, «L’Ordine Nuovo», 25 ottobre 1919

Antonio Gramsci, Per un rinnovamento del Partito Socialista, «L’Ordine Nuovo», 8 maggio 1920

Antonio Gramsci, Il Partito Comunista, «L’Ordine Nuovo», 9 ottobre 1920

Antonio Gramsci, Scissione o sfacelo?, «L’Ordine Nuovo», 11-18 dicembre 1920

Conferenza di Como, «Lo Stato operaio», 29 maggio 1924

La situazione interna del nostro Partito ed i compiti del prossimo Congresso, Relazione al Comitato centrale dell’11-12 maggio 1925, «L’Unità», 3 luglio 1925

Sull’operato del Comitato centrale del Partito, «L’Unità», 20 dicembre 1925

Antonio Gramsci, Tesi del III Congresso del Partito Comunista d’Italia, Lione, gennaio 1926

Antonio Gramsci, Cinque anni di vita del Partito, «L’Unità», 24 febbraio 1926

Circolare del Comitato Esecutivo sulle modalità della discussione interna, marzo 1925.

(agosto 2016)

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