Trotzky, il comunista che aveva sfidato Stalin
Un pensatore integralista e ambiguo, nei cui scritti sostenne una organizzazione del lavoro fondata su un sistema centralizzato e fortemente autoritario



Per un certo periodo i trozkisti si sono contrapposti agli stalinisti, questo potrebbe portare a ritenere che i primi fossero meno violenti e autoritari dei secondi, ma ciò non risulta assolutamente dagli scritti di Lev Trotsky come dalla sua azione di governo negli anni precedenti al suo allontanamento dal potere. La letteratura marxista con una certa dose di retorica individuava nei vari leader russi delle scelte ideologiche chiare e ben determinate, ma in realtà questi pur condividendo una dottrina rigida, operavano delle scelte politiche non prive di una certa ambiguità. Lenin aveva mutato atteggiamento più volte sul ruolo dei contadini e delle minoranze etniche, Stalin si era contrapposto a Trotsky sulla Nep, la questione delle libertà economiche da concedere ai contadini, per poi riprenderne la politica e applicare un regime estremamente coercitivo sui lavoratori di quel settore. Bucharin dalla Sinistra si era spostato a Destra (nel senso di una maggiore moderazione), lo stesso Trotsky era stato menscevico per poi passare con i bolscevichi. Anche le organizzazioni internazionali comuniste avevano risentito di tali comportamenti, il Comintern passava in maniera disinvolta da un atteggiamento di totale chiusura verso i partiti socialisti, considerati «socialfascisti» e «il nemico principale», a uno di collaborazione. Sia negli scritti di Lenin (La rivoluzione mondiale e il rinnegato Kautsky) che negli scritti di Bucharin (Abc del comunismo) che in quelli di Trotsky (Terrorismo e comunismo), si afferma non solo la necessità di una rigida dittatura, ma il ricorso al terrorismo come forma di potere sulla società. La forzatura della natura umana per i fini supremi che si erano dati, rientrava pienamente nei metodi consentiti.

Lev Trotsky portò avanti nella sua vita una brillante carriera di rivoluzionario, con notevoli capacità organizzative, fu lui a mettere in piedi l’Armata Rossa (includendo anche ufficiali ex zaristi), ma forse il suo comportamento incostante e il suo troppo palese estremismo non gli consentirono di sostenere lo scontro con il più duttile Stalin. Trotsky fu anche il sostenitore del codice di militarizzazione del lavoro con il quale si applicava una disciplina per gli operai dell’industria molto più severa di quella in vigore nei Paesi capitalisti, e un sostenitore della collettivizzazione dei contadini che reintroduceva di fatto la servitù della gleba. Riteneva inoltre, nonostante lo stato di collasso economico in cui viveva il Paese in quegli anni, di realizzare un grandioso piano di industrializzazione privilegiando l’industria pesante bellica. Come molti altri leader comunisti riteneva che nulla potesse fermare le realizzazioni grandiose e i progetti utopistici per realizzare il Nuovo Mondo, una sorta di paradiso sulla Terra che avrebbe estirpato ogni forma di male, ovviamente borghese.

Terrorismo e comunismo è una delle opere principali di Trotsky, scritta nel 1920 mentre attraversava con il suo treno blindato, come ricordato con una certa retorica dai marxisti, le regioni sconvolte dalla guerra civile. Come le opere di Lenin e Bucharin, lo scritto è realizzato in polemica pesante e ripetitiva contro il leader socialista rivoluzionario tedesco Karl Kautsky, ritenuto troppo democratico. Lo stile dell’opera è quello tipico dei marxisti dell’epoca, portato a essere prolisso e ripetitivo, fondato su una polemica aspra con coloro che esprimono opinioni diverse.

Negli scritti di Trotsky, come in quelli di tutti gli altri marxisti, si nota una certa continuità con il pensiero integralista religioso dal quale in generale i comunisti provengono. Non solo l’idea di libertà è vista come un pericolo, ma l’idea stessa che l’individuo possa operare delle scelte autonome per la sua vita viene considerata «anarchia borghese». Comunisti ed estremisti religiosi condividevano l’idea di essere a priori dalla parte del giusto, di possedere una ricetta per il bene assoluto e la realizzazione di una società perfetta fondata su una rigida disciplina. All’individuo si chiedeva una totale subordinazione, le autorità rivoluzionarie illuminate avrebbero provveduto al suo bene.

Come in ogni opera marxista dell’epoca, si parla di un’economia particolarmente feroce gestita dai capitalisti contro i lavoratori, e di governi borghesi impegnati a difendere questa situazione. Tali affermazioni rimangono sul vago e non si accenna a nessun fatto storico che possa confermare in qualche modo tale tesi. Nella realtà fu un Governo conservatore di Destra, quello presieduto da Bismark, a introdurre nel 1880 la legislazione sociale, e nello stesso periodo venne introdotto nei vari Paesi Europei il suffragio universale, strumento politico particolarmente utile per i lavoratori, senza il ricorso a conflitti violenti. Trotsky scrive sulla necessità del ricorso alla violenza da parte dei nuovi Governi proletari per difendere le conquiste. «Noi abbiamo visto che la borghesia è incapace di organizzare la divisione del bottino al suo interno senza il ricorso a guerre e distruzioni… Nella lotta per la conquista del potere e il suo consolidamento, i proletari saranno non solo uccisi ma dovranno uccidere… Il grado di ferocità nella lotta dipende da una serie di circostanze interne e internazionali. Più feroce e pericolosa è la resistenza della classe nemica che è stata rovesciata, e più inevitabilmente il sistema di repressione prenderà la forma di un sistema di terrore». Segue nello scritto una dura polemica con il leader socialista Kautsky che rimprovera ai bolscevichi di aver imposto la dittatura del partito sui soviet, di aver soppresso la libertà di stampa, nonché di aver fatto ricorso a metodi di potere terroristici. Per Trotsky al contrario occorre ampliare i mezzi di repressione, e specifica che i metodi repressivi non sono provvisori: «L’uomo che ripudia il terrorismo in linea di principio – cioè, ripudia le misure di repressione e di intimidazione nei confronti della controrivoluzione determinata e armata –, deve respingere ogni idea di supremazia politica della classe operaia e la sua dittatura rivoluzionaria. L’uomo che ripudia la dittatura del proletariato ripudia la Rivoluzione Socialista, e scava la fossa al Socialismo… L’uomo che riconosce l’importanza storica rivoluzionaria dell’esistenza del sistema sovietico deve confermare il Terrore Rosso… Una classe che ha conquistato il potere con le armi nelle sue mani è destinata a reprimere, fucile in mano, tutti i tentativi di strappare il potere dalle sue mani». Difficilmente si possono leggere espressioni così pesanti negli scritti di autori di tendenze diverse, anche fra i sostenitori del nazismo. Negli anni in cui scrive l’opera i bolscevichi faranno largo uso di tali metodi, sebbene la reazione dei diversi gruppi politici di Destra e di Sinistra alla conquista militare del potere da parte dei bolscevichi fu nei primi mesi molto limitata. I soviet vennero ben presto privati dei loro poteri, i contadini soggetti a requisizioni e vessazioni, le minoranze etniche duramente colpite. Si calcola in mezzo milione i contadini e i cosacchi fucilati, la maggior parte dei quali uccisi quando le Armate Bianche erano state sconfitte. Una pratica molto diffusa fra i bolscevichi era quella della cattura di ostaggi, mentre Lenin in una nota ricordava che oltre agli oppositori politici, anche prostitute, ubriachi, scioperanti e chi praticava il commercio privato dovessero essere oggetto di pesanti misure repressive e passibili anche della pena capitale. Dalle statistiche risulta che i borghesi propriamente detti fucilati furono una minoranza, molti di essi erano emigrati già nei primi tempi della Rivoluzione, mentre i proletari ritenuti indisciplinati costituivano la grande maggioranza.

Una parte notevole dell’opera di Trotsky è dedicata alla nuova organizzazione del lavoro, duramente contestata dagli altri gruppi socialisti; come egli stesso scrive, tale organizzazione doveva essere fondata su un sistema centralizzato e fortemente autoritario. I discorsi di Trotsky sulla natura umana e sul suo atteggiamento di fronte alla questione del lavoro, appaiono improntati ad un certo pessimismo: «Come regola generale l’uomo cerca di evitare il lavoro… Il problema principale dell’organizzazione sociale è quello di portare la “pigrizia” entro una struttura definita per disciplinarla». Per ovviare ai grandi mali della società Trotsky come molti altri marxisti ritiene che si debba imporre l’obbligatorietà del lavoro, esteso a tutte le categorie attraverso la cosiddetta militarizzazione del lavoro. «Passare da un’anarchia borghese a un’economia socialista senza una dittatura rivoluzionaria, e senza forme di organizzazione economica costrittive è impossibile… La repressione per il raggiungimento di finalità economiche è uno strumento necessario della dittatura socialista».

Il discorso sulla militarizzazione del lavoro, ovviamente poco congruente per delle forze politiche che proclamavano di realizzare il bene dei lavoratori, è incentrato sulle ambiguità del mercato del lavoro di stampo borghese, dove si afferma, lo scambio lavoro contro salario costituirebbe sostanzialmente una frode, si ribadisce inoltre in diversi punti che tale sistema sarebbe inefficiente in quanto disordinato e anarchico. Intenzionalmente il discorso sulla militarizzazione appare generico sulla sua realizzazione, prevedeva comunque il cottimo, il taylorismo, nonché incentivazioni morali attraverso strumenti propagandistici, per aumentare la produttività. Negli scritti di Trotsky la militarizzazione del lavoro non appare come un provvedimento destinato ai lavoratori impegnati nella produzione di beni strategici o come un atto provvisorio legato ad una particolare situazione economica, ma costituisce, e l’autore lo ribadisce in vari punti, un elemento essenziale del socialismo. L’idea del lavoro obbligatorio era stata formulata in forme più attenuate anche da altri pensatori socialisti in precedenza. Il principio non aveva un grande fondamento né dal punto di vista etico in quanto pesantemente limitativo delle libertà umane, né da un punto di vista economico, il lavoro svolto in maniera coatta è scarsamente produttivo e ovviamente lontano da ogni forma di innovazione e creatività. La subordinazione dei lavoratori ai capitalisti è considerata ovviamente qualcosa di estremamente negativo, gli stessi metodi di soggezione possono per l’autore essere benefici e utili per la costruzione del socialismo.

Trotsky come molti marxisti assume un atteggiamento fortemente ambiguo nei confronti della società. Da una parte sostiene la necessità di un rigido egualitarismo e disprezza chiaramente le cosiddette classi superiori, dall’altro ritiene che esistano alcune categorie umane speciali. Lenin parlava dei «rivoluzionari di professione» che avrebbero avuto un ruolo guida nella società rigidamente gerarchicizzata, Trotsky afferma: «Quando il principio della guida del singolo uomo prevale è dieci volte meglio… Non c’è niente di peggio di un consiglio di lavoratori impreparati e ignoranti». L’economia secondo Trotsky non è un sistema di componenti diverse che interagiscono fra loro e che danno vita ad una realtà dinamica, ma è costituita da un immenso esercito di lavoratori inquadrati insieme ad un vasto insieme di macchinari che realizza beni senza particolari attenzioni alla qualità del prodotto, ai suoi cambiamenti nel corso del tempo e alle esigenze mutevoli della società. La durezza di Trotsky nei confronti dei lavoratori, risulta sorprendente, difficilmente si leggerebbero simili considerazioni negli scritti dei più convinti sostenitori del capitalismo. Nel nuovo Stato, l’autore afferma, «i sindacati diventano l’apparato di repressione rivoluzionaria contro indisciplinati, anarchici, elementi parassiti della classe operaia». La realizzazione di uno Stato Socialista avviene «solo per mezzo di un duro lavoro, una disciplina insindacabile, e precisione nell’esecuzione da parte di ciascun lavoratore… Il lavoratore non deve semplicemente trattare con lo Stato Sovietico: no, egli è subordinato allo Stato Sovietico, sotto i suoi ordini». A tal fine lo Stato Socialista deve prevedere dei metodi di organizzazione del lavoro piuttosto anomali. «I salari, nella forma di moneta o beni devono essere relazionati il più strettamente possibile con la produttività del lavoro individuale… Quei lavoratori che fanno più degli altri per l’interesse generale hanno il diritto a più grandi quantità di beni dei pigri, incuranti e disorganizzati». A tal fine erano previste forti differenziazioni salariali e la rigida meccanizzazione del lavoro. «L’ottenimento di un più alto livello di produttività è possibile soltanto per mezzo dell’applicazione simultanea di vari metodi – interessi economici, costrizioni legali, la influenza di una organizzazione economica internamente coordinata, il potere della repressione, nonché influenza morale, agitazione, propaganda, e l’innalzamento del livello culturale. Soltanto attraverso la combinazione di tutti questi metodi possiamo ottenere un alto livello di economia socialista».

(luglio 2014)

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